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05 Gennaio 2026
C’è una scena che vale più di molte statistiche: il quarto uomo alza la lavagnetta, il giocatore rientra tra gli applausi, un magazziniere gli porge una doudoune e in cinque secondi l’atleta diventa spettatore privilegiato del match, avvolto da un bozzolo che trattiene il calore e, insieme, racconta un’appartenenza. Quel gesto – infilare il piumino sul bordo del campo – dice molto su come il calcio abbia adottato, adattato e rilanciato un capo nato per tutt’altro scopo: scalare montagne. E spiega come un indumento tecnico sia diventato codice visivo, oggetto di riconoscimento, strumento di marketing e, soprattutto, tassello di micro-performance in un gioco dove i dettagli contano.
Prima del football, viene la sopravvivenza. Negli anni ’30, l’americano Eddie Bauer sfiorò l’ipotermia durante una battuta di pesca nello Stato di Washington. Da quell’episodio nacque l’idea di una giacca calda ma leggera, imbottita di piuma d’oca e trapuntata per tenere il ripieno al suo posto. Il modello “Skyliner” entrò nei negozi nel 1936 e fu il primo piumino a ottenere un brevetto negli Stati Uniti nel 1940: un passaggio che trasformò un’intuizione in una categoria di prodotto.
Il percorso creativo aveva tuttavia antenati illustri: già nel 1922 l’australiano George Finch, chimico e alpinista, aveva sperimentato un’antenata della doudoune con tessuti da pallone aerostatico e imbottitura in edredone; nel 1937 lo stilista Charles James elevate il concetto in alta moda con la sua “pneumatic jacket” in satin bianco. Segno che l’idea di intrappolare aria calda con materiali soffici era nell’aria ben prima che l’outdoor diventasse mainstream.
Se la montagna è la culla, la città è stata l’adolescenza: tra anni ’50 e ’60 la doudoune sfilò dalle spedizioni himalayane al guardaroba urbano, e da lì a quello sportivo in senso lato, compreso – e in modo decisivo – il calcio.
La parabola calcistica del piumino è semplice: prima lo indossano allenatori e staff, poi lo adottano i giocatori quando non sono in campo, infine entra nelle boutique dei club e diventa oggetto del desiderio per i tifosi. Un’indagine recente racconta bene questa traiettoria: in Ligue 1, la doudoune è equipaggiamento standard di panchina e, al Toulouse FC, gli addetti caricano la “malle à doudounes” quando le previsioni scendono sotto i 15 °C, “per non prendere rischi” con la salute dei calciatori, come spiega l’intendente Philippe Benoist. È un dettaglio che dice tutto: il piumino, in questo contesto, è prevenzione e micro-ottimizzazione.
Il calcio, poi, ha amplificato la componente “icona”: certe figure si associano istantaneamente a una parka imbottita. Basta evocare Didier Deschamps, ma anche i lunghi cappotti “stadium” di Arsène Wenger, divenuti meme quando la zip si rifiutava di collaborare: nel 2014 Puma arrivò persino a progettare per lui una giacca “easy-zip”, trasformando un imbarazzo virale in racconto di prodotto. È la dimostrazione che un capo tecnico, se calato nello spettacolo del calcio, può diventare narrazione pop.
Una volta entrato a bordocampo, il piumino è passato dritto negli store ufficiali: è naturale, d’inverno, che il capo caldo più visibile sia anche il più vendibile. Le collezioni “lifestyle” dei club includono da anni down jacket dedicate: dal piumino nero di Juventus con imbottitura 80/20 al parka invernale di PSG x Jordan, fino alle giacche “stadium” firmate dai fornitori tecnici come adidas e Nike, pensate per staff e coach e pronte a migrare nel guardaroba dei tifosi. L’ibridazione tra streetwear e calcio ha accelerato con capsule dirompenti – su tutte la collaborazione Juventus x adidas x Palace del 2019 – che ha mostrato quanto l’estetica puffer e il linguaggio del club possano convivere e vendere.
Non è solo merchandising. La moda di lusso ha allungato la mano: Moncler ha siglato un accordo triennale con Inter come “Official Formal Wear Partner” (dal 2021), celebrando la partnership con giacche imbottite co-branded, presentazioni a San Siro e capsule che parlano tanto agli appassionati di outerwear quanto ai tifosi. È un corto circuito identitario: il marchio-icona della doudoune rende “formale” la vocazione del calcio a vivere nel lifestyle, e il club legittima il piumino come uniforme urbana del tifoso.
La domanda è inevitabile: come si garantisce che la piuma sia ottenuta senza pratiche crudeli come spennamento da vivo o ingozzamento? Molti brand e retailer adottano il Responsible Down Standard (RDS), schema volontario sviluppato da Textile Exchange (con The North Face e Control Union) che vieta espressamente tali pratiche, introduce audit di terza parte e tracciabilità lungo la filiera. Dal 2019, la versione 3.0 ha rafforzato criteri su stordimento pre-macellazione e controllo dei parent farms. È uno standard diffuso, sebbene non privo di critiche da parte di organizzazioni animaliste che denunciano rischi di “humanewashing”.
Per chi preferisce alternative, l’imbottitura sintetica offre vantaggi in condizioni umide (isola meglio da bagnata, asciuga in fretta), a fronte di maggiore peso e volume a parità di calore. Nel calcio – dove il capo deve stare addosso bene sopra la tuta o il kit e affrontare pioggia e vento – molti fornitori ricorrono a poliesteri avanzati o blend down/sintetico per combinare vantaggi.
Che siate addetti ai lavori, giocatori dilettanti o tifosi, ecco i criteri da considerare.
La doudoune non è più soltanto un indumento: è un linguaggio. La si indossa per segnalare appartenenza (colori sociali), perché è pratica (il panchinaro entra ed esce dal calore in un attimo), perché è un supporto narrativo perfetto in TV e social. Il calcio ha democratizzato l’indumento, portandolo fuori dalle piste da sci: lo si vede addosso a giovani mister dei campionati dilettantistici come a stelle della Ligue 1, della Premier League, della Serie A. L’episodio di Wenger e della sua zip – poi “risolta” con un modello su misura – resta un caso scuola: il calcio trasforma in racconto persino un dettaglio di usabilità.
Sul fronte luxury, la traiettoria è chiara: capsule co-branded, takeover negli stadi, collezioni limitate. Con Inter x Moncler, il piumino torna simbolicamente a casa – Milano e il suo ecosistema moda – e rilegge la doudoune come uniforme urbana del tifoso sofisticato. Con Juventus x adidas x Palace, il calcio flirta apertamente con lo street, demolendo confini tra terreni ed estetiche. In mezzo, i club generalisti, che affidano agli stadium parka il compito di disegnare una silhouette riconoscibile per staff e allenatori.
Che il mercato della doudoune sia esploso non è un’impressione: tra 2018 e oggi, il volume è “almeno triplicato”, spinto da outdoor, urban fashion e e-commerce. Il calcio è uno dei moltiplicatori più potenti: visibilità globale, forte rotazione di immagini, storytelling continuo di partita in partita. Se un colore o un taglio entrano nel frame giusto – la grande notte europea, la bufera perfetta, un derby – diventano desiderio. E il desiderio, oggi, corre velocissimo tra clip, feed e store.
Le direzioni sono tre.
Torniamo alla scena iniziale. Lì, in quei pochi secondi in cui un atleta passa dal massimo sforzo al ruolo di osservatore, la doudoune svolge il suo compito originario: proteggere dal freddo senza appesantire. E in quegli stessi secondi, svolge il ruolo che il calcio le ha cucito addosso: comunicare un’identità, attivare un desiderio, monetizzare un’estetica. Dalla pesca gelida di Eddie Bauer al bordocampo di Toulouse, dai meme di Wenger ai drop Palace, la doudoune è il capo che unisce tecnica e racconto. Nel calcio moderno, difficilmente si può chiedere di più a un indumento.