L’anomalia in scarpe di vernice
Heleno de Freitas nasce a São João Nepomuceno, nel Minas Gerais, il 12 febbraio 1920. Ma non nasce come gli altri.
Nel Brasile di quegli anni, il calcio è l’ascensore sociale per chi viene dal fango, l’unica via di fuga per chi non ha niente. Heleno no. Lui ha tutto. Famiglia benestante, studi veri, una laurea in Giurisprudenza che gli vale il soprannome di «Dottore».
Non sceglie il pallone per fame. Lo sceglie per vanità.
Entra in campo non come chi cerca salvezza, ma con la superbia di chi sa di essere un dono piovuto dal cielo. È alto, bello come un attore di Hollywood, elegante in un modo che dà fastidio agli avversari. Parla un portoghese forbito mentre gli altri masticano dialetto. È un’anomalia genetica e sociale.
Rio de Janeiro: il palcoscenico e la vita doppia
La sua vita sembra una sceneggiatura scritta da un regista decadente.
La mattina Copacabana, tra partite di futevôlei e bagni di sole. Il pomeriggio gli allenamenti al Botafogo, la squadra della "Stella Solitaria" che sembra disegnata apposta per lui. La sera i casinò, l’Urca, i locali fumosi dove scorre l’alcol e dove le donne lo guardano come si guarda un monumento proibito.
È la Rio degli anni Quaranta, una città che non dorme mai, e Heleno ne è il Principe reggente. Ha il fisico e il carattere per essere un divo. Il problema è che il personaggio, lentamente, inizia a mangiare il calciatore.
La dittatura della perfezione
In campo, Heleno è un tiranno.
Non sopporta l’errore. Non il suo, quello degli altri. Se un compagno non gli passa la palla esattamente sulla corsa, se il cross non è un invito a nozze, lui non si limita a sbuffare. Si ferma. Insulta. Umilia.
La sua ferocia non risparmia nessuno: arbitri, avversari, il suo stesso pubblico. A Heleno non interessa essere amato, quella è roba per i mediocri. A lui interessa dominare.
E ci riesce. Segna a raffica. Le statistiche, pur con la polvere del tempo, parlano di oltre duecento gol con il Botafogo. È un numero nove letale, di testa è immarcabile, con i piedi fa quello che vuole. E ogni volta che la butta dentro, il club e la città tirano un sospiro di sollievo e decidono di sopportarlo ancora per un giorno.
«Gilda»: la provocazione che diventa identità
Il soprannome è una lama a doppio taglio: «Gilda».
Come il film. Come Rita Hayworth.
Glielo affibbiano i tifosi avversari (quelli del Fluminense, dicono le cronache) per dargli del pazzo, dell’isterico, della primadonna impossibile da gestire. È un insulto.
Ma Heleno, invece di rifiutarlo, lo assorbe. Entra in scena con ancora più rabbia. Ci sta dentro con tutto il corpo, trasformando ogni partita in una questione personale. È come se volesse dimostrare una cosa semplice e terribile: che lui è più grande del contesto, più grande degli insulti, e che il contesto deve pagare il biglietto per vederlo, anche se lo odia.
L’esilio al freddo di Buenos Aires
Nel 1948, il Botafogo non ce la fa più. Lo vende.
Va al Boca Juniors. È l’operazione più costosa della storia del calcio sudamericano fino a quel momento. Heleno arriva a Buenos Aires come un messia. Finisce in copertina su El Gráfico, con quella maglia azul y oro che pesa come un manifesto.
Ma Buenos Aires non è Rio. Non c’è il mare. C’è l’inverno. C’è un’altra cultura, più ruvida, meno incline a perdonare le bizze di una stella.
Heleno soffre il freddo. Soffre la nostalgia. Soffre il fatto che lì non è il Re, è solo uno straniero costoso. Dura poco. Scappa.
La Colombia e lo sguardo di Gabo
Torna in Brasile, vince un campionato col Vasco da Gama (l’unico titolo importante della sua carriera, ironia della sorte, lontano dal suo Botafogo), ma il suo demone non sta fermo.
Riparte. Colombia. Junior di Barranquilla. È l’epoca dell’El Dorado, il campionato pirata dove pagano in dollari e oro.
Lì, sugli spalti, c’è un giovane giornalista che prende appunti. Si chiama Gabriel García Márquez.
Il futuro premio Nobel lo vede giocare e scrive di lui come di un’apparizione mistica. Lo descrive come «l’opportunità che la provvidenza ci ha dato per vedere che gli angeli, a volte, scendono sulla terra». Ma è un angelo con la spada fiammeggiante. Talento come luce intermittente, carattere come grandine.
Il 1950: il fantasma del Maracanã
L’occasione per diventare un mito planetario sarebbe lì, a portata di mano. Il Mondiale del 1950. In Brasile. Al Maracanã appena costruito.
Ma Heleno non c’è.
Flavio Costa, il commissario tecnico, lo lascia a casa. Troppo ingestibile. Troppo rischioso. Al suo posto gioca Ademir.
Il Brasile perderà quella finale contro l’Uruguay, nel disastro nazionale del Maracanazo. Heleno la guarda da fuori, consumandosi nel rancore, convinto che con lui in campo la storia sarebbe finita diversamente. È la sua condanna: rimanere una leggenda solo per chi lo ha visto, non per il mondo intero.
Barbacena: la discesa agli inferi
Il finale non è un tramonto romantico. È un incubo a occhi aperti.
La vita eccessiva presenta il conto. La sifilide, mai curata, gli mangia il cervello e i nervi.
Heleno perde la ragione. Finisce in miseria.
Viene ricoverato nel sanatorio di Barbacena, nel Minas Gerais. Un manicomio.
Le foto degli ultimi giorni sono insostenibili: il «Dottore», l’uomo più bello di Rio, il seduttore, è ridotto a uno spettro sdentato che parla con i muri.
Muore l’8 novembre 1959. Ha solo 39 anni.
In quel luogo di disperazione non contano più i gol, non contano gli smoking, non contano le donne amate. Conta solo la resa incondizionata di un corpo che non ha retto il peso della propria anima.
Quello che resta del fuoco
Che cosa resta, davvero, di Heleno de Freitas?
Resta l’archetipo.
È stato il primo «divo maledetto» del calcio, decenni prima di George Best o di Maradona, in un’epoca in cui non esistevano i social network o gli uffici stampa per ripulire l’immagine.
Resta l’idea, terribile e magnetica, che alcuni campioni non giochino per vincere le coppe o per essere felici. Giocano per bruciare. E non chiedono di essere salvati, chiedono solo che il mondo stia a guardare mentre vanno in fiamme.