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Il sinistro che nel 1970 fece a sognare una nazione e che incantò un Maradona bambino

Il ritratto di Roberto Rivelino, l’uomo che inventò l’elastico e insegnò al mondo che un calcio di punizione può fare più rumore di una bomba

Rivelino

Rivelino

San Paolo: sangue italiano e cemento
Roberto Rivelino nasce il primo gennaio 1946 a San Paolo. È un Capodanno, il giorno in cui il mondo ricomincia, ma lui nasce in un quartiere, Vila Palmeiras, che non ha tempo per i festeggiamenti.
Nelle sue vene scorre sangue italiano, immigrati che hanno attraversato l’oceano per cercare fortuna e hanno trovato lavoro.
Il piccolo «Beto» non cresce sulla spiaggia di Copacabana, tra la sabbia e il sole. Cresce sul cemento. Gioca a futebol de salão, il calcetto.
È un dettaglio fondamentale, non folclore. Nel calcetto la palla è più piccola, più pesante, non rimbalza. Devi domarla nello stretto. Lì Rivelino impara che lo spazio non è quello che ti danno gli altri, è quello che ti crei tu. Lì nasce quel controllo di suola che diventerà il suo marchio di fabbrica, quel modo di accarezzare il pallone come se volesse chiedergli scusa prima di prenderlo a calci.

L’intruso nel cuore di Diego
Per capire la grandezza di quel controllo, bisogna fare un salto in avanti e guardare dentro la testa di Diego Armando Maradona. Se osservate la mappa sentimentale dei suoi idoli, trovate un muro di argentini. C’è Bochini, il maestro della pausa. C’è Alonso, l’eleganza. C’è la cintura impossibile di Angel Clemente Rojas, la potenza di Pianetti, il comando militare di Passarella.
Poi, in mezzo a questo tango nazionalista, spunta un intruso. Un brasiliano.
Roberto Rivelino.
Non è una scelta diplomatica. È una confessione.
Perché certe immagini, quando ti entrano negli occhi a dieci anni, non escono più. Diego non amava Rivelino per i trofei. Lo amava per l’atteggiamento. Rivelino era la prova vivente che un numero dieci poteva essere fantasia pura e, allo stesso tempo, cattiveria agonistica. Era l’educazione sentimentale di un genio che guardava la tv in bianco e nero e sognava a colori.

Il rifiuto del Palmeiras e l’amore tossico col Corinthians
Ma prima di diventare l’idolo di Diego, Rivelino deve diventare uomo. E la prima porta in faccia gliela sbatte il Palmeiras, la squadra del quartiere, quella di origini italiane. Si racconta che lo scartarono o che, molto prosaicamente, non vollero pagargli il biglietto dell’autobus.
Poco male. Rivelino attraversa la strada e va dai rivali. Il Corinthians. Il «Timão». La squadra del popolo.
È l’inizio di una storia d’amore devastante.
Rivelino debutta nel 1965. È un fenomeno. Lo chiamano «O Reizinho do Parque», il Reuccio del Parco (São Jorge, la sede del club). I tifosi lo amano, ma è un amore disperato.
Perché quel Corinthians lì è maledetto.
È una squadra che non vince il campionato paulista da dieci, quindici, vent’anni. Vivono un digiuno biblico. Rivelino è la luce nel buio, il genio che predica nel deserto. Segna, incanta, tira bombe da quaranta metri, ma alla fine il Corinthians perde. E lui diventa, suo malgrado, il volto della sconfitta.

1974: la notte del tradimento
Il punto di rottura è una cicatrice che Rivelino si porterà addosso per sempre.
1974. Finale del Campionato Paulista. Corinthians contro Palmeiras. Il derby.
Il Corinthians aspetta questo titolo da 20 anni. Lo stadio Morumbi è una bolgia bianconera. Sembra fatta.
Invece vince il Palmeiras, 1-0.
È la tragedia. La folla cerca un colpevole. Non se la prendono con i gregari. Se la prendono con il Dio che li ha traditi.
«La colpa è di Rivelino».
Lo accusano di essere un portasfortuna, di non avere la garra, di essere un mercenario. Lui, che ha dato l’anima per quella maglia. Esce dallo stadio scortato, con i suoi stessi tifosi che vogliono linciarlo. Il club lo scarica. Lo vendono. È l’esilio.

Rio de Janeiro: la Máquina Tricolor
Rivelino fa le valigie e va a Rio. Al Fluminense.
Passa dal grigio industriale di San Paolo alla luce accecante di Rio. E lì, magicamente, la maledizione si spezza.
Il Fluminense di quegli anni non è una squadra, è un’orchestra sinfonica. La chiamano «A Máquina Tricolor». Ci sono Carlos Alberto, Paulo César Caju.
Rivelino si mette la maglia numero 10 e debutta.
Sapete contro chi? Contro il Corinthians.
È il destino che presenta il conto. È l’8 febbraio 1975, al Maracanã. Rivelino prende palla, salta tre uomini e segna tre gol.
Tripletta all’esordio contro la squadra che lo ha cacciato.
Con il Fluminense vince subito il campionato Carioca. Due volte di fila, ’75 e ’76.
A Rio scopre che il calcio può essere gioia, non solo sofferenza. Ride, finalmente. I baffi, che si era fatto crescere per sembrare più cattivo e nascondere la faccia da bravo ragazzo, ora incorniciano il sorriso di chi si è preso la rivincita.

Il 1970 e la Patada Atómica
In mezzo a tutto questo dramma di club, c’è la Nazionale.
Rivelino arriva al Mondiale del 1970 come un intruso. In Brasile ci sono troppi numeri dieci. Zagallo, il ct, gli dice: «O giochi ala sinistra o stai fuori».
Rivelino, che è mancino ma non è un’ala, accetta. Si adatta.
E diventa devastante.
Non corre sulla fascia, taglia verso il centro e spara.
Contro la Cecoslovacchia, su punizione, tira una sassata che piega le mani al portiere Viktor. I messicani, che amano i supereroi, la battezzano «Patada Atómica». Calcio atomico.
È il momento in cui il mondo si accorge che in quel Brasile di ballerini c’è uno che ha la dinamite nel piede. Rivelino è l’equilibrio perfetto tra la grazia tecnica e la violenza balistica.

L’Elastico: filosofia applicata
Ma la sua eredità tecnica è legata a un gesto.
L’elastico.
Sergio Echigo, un compagno di squadra di origini giapponesi al Corinthians, glielo aveva mostrato in allenamento. Rivelino lo perfeziona, lo rende letale.
Sposta la palla fuori con l’esterno del sinistro, il difensore abbocca, e in una frazione di secondo la riporta dentro con l’interno. Tac-tac.
È un movimento che sfida l’anatomia della caviglia.
Nel 1978, lo fa vedere a Beckenbauer. Il Kaiser tedesco prova a rifarlo e quasi cade per terra.
Non è un trucco da circo. È un’arma. Serve a uscire dalle situazioni senza via d’uscita, serve a dire al marcatore: «La realtà è solo un punto di vista, e il mio è più veloce del tuo».

L’Arabia: il pioniere nel deserto
Alla fine degli anni Settanta, quando le ginocchia cominciano a scricchiolare, Rivelino fa una scelta che oggi è normale, ma allora era pionieristica.
Va in Arabia Saudita. Al-Hilal.
È il 1978. Non ci sono i petrodollari di oggi, c’è solo la sabbia e la voglia di insegnare calcio dove non c’è. Rivelino diventa un idolo anche lì. Vince il campionato, segna gol da centrocampo (letteralmente, ne fa uno al fischio d’inizio che è su YouTube).
È il primo vero fuoriclasse mondiale ad aprire la via dell’Oriente, decenni prima di Cristiano Ronaldo.

Il ritiro e l’eredità
Smette nel 1981.
Non ha vinto tutto quello che il suo talento meritava. Ha perso quel Mondiale del ’74 dove il Brasile era brutto e sporco, ha guardato dalla panchina quello del ’78 in Argentina.
Ma ha vinto qualcosa di più importante della bacheca.
Ha vinto l’immortalità nella testa di quel ragazzino argentino.
Oggi Rivelino vive a San Paolo, fa il commentatore in tv, burbero, critico, eterno insoddisfatto del calcio moderno.
Ma il Rivelino calciatore, quello con la maglia tricolore del Fluminense e i calzettoni abbassati, è morto e risorto mille volte.
È l’uomo che ha spiegato ai brasiliani che si può essere artisti anche tirando sassate, e che a volte, per diventare Re, bisogna avere il coraggio di cambiare regno.

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