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La ragazza senza nome che prese a calci il pudore vittoriano e insegnò alle donne a non essere soprammobili

Il ritratto di Nettie Honeyball, l’ombra che mise un annuncio sul giornale per fondare il primo club femminile e spiegò che l'emancipazione poteva passare anche dalle scarpe sporche di fango

Nettie Honeyball e il British Ladies' Football Club

Nettie Honeyball e il British Ladies' Football Club

Londra 1894: la rivoluzione a mezzo stampa
Londra, fine Ottocento.
La città è una macchina a vapore che non si ferma mai, avvolta nella nebbia e nelle convenzioni sociali. Le donne, in quella scenografia rigida, hanno ruoli precisi: madri, mogli, operaie silenziose.
Ma in un giorno qualsiasi del 1894, una donna decide che la cosa più rivoluzionaria non è alzare la voce in piazza o tirare sassi contro le vetrine. È mettere un annuncio sul giornale.
Non cerca una governante. Cerca giocatrici.
Non sta dicendo «vediamo come va», sta dicendo «si fa». In quel gesto burocratico c’è la prima picconata al muro. Nettie Honeyball non chiede il permesso di giocare: organizza il diritto di farlo.

Il nome che è un’insegna, non un’anagrafe
Nettie Honeyball.
Suona bene, vero? Suona come un personaggio di Dickens. E probabilmente lo è.
Arriva fino a noi come arrivano certi personaggi del calcio antico: nitida nelle intenzioni, sfocata nei documenti. «Nettie Honeyball» non è quasi certamente un nome di battesimo: è uno pseudonimo. È un’insegna appesa fuori da una porta per farsi trovare e, insieme, per proteggersi.
Il paradosso è già tutto qui: la prima figura davvero riconoscibile del calcio femminile moderno è una donna che si nega alla biografia. Di lei non restano date di nascita certe o lapidi. Resta una fotografia, una funzione precisa, e l’idea che per cambiare il mondo serva a volte nascondersi in piena vista.

Non «ladies», ma «club»
Quando nasce il British Ladies' Football Club, la parola decisiva non è «ladies». È «club».
Sembra una sfumatura, invece è sostanza.
«Club» significa organizzazione. Significa che non ci troviamo al parco quando c’è il sole. Significa quote associative, segreteria, campo prenotato, allenamenti bisettimanali sotto la pioggia.
Honeyball non è soltanto una calciatrice: è la capitana, la segretaria, la fondatrice. È il centro di gravità di una macchina che vuole dimostrare, partita dopo partita, che il calcio non è un diritto naturale maschile iscritto nel DNA, ma un’abitudine culturale che si può scardinare.

L’aristocratica che odiava i corsetti
Ma per fare la guerra al pregiudizio, serve uno scudo potente. E Nettie lo trova in alto. Molto in alto.
Accanto a lei compare Lady Florence Dixie.
Aristocratica, figlia del Marchese di Queensberry, scrittrice, femminista, corrispondente di guerra. Una che andava a caccia grossa e scriveva libri utopici.
In un’epoca in cui il timbro sociale decide cosa è «accettabile» e cosa è scandalo, Dixie funziona come megafono. Legittima l’operazione. E impone un dettaglio che non è dettaglio: l’abbigliamento.
Niente gonne lunghe che ti fanno inciampare. Niente corsetti che ti tolgono il fiato. Pantaloni alla zuava, camicette larghe, stivali. Non è moda. È libertà di movimento. In quel gesto c’è già un’idea moderna: se vuoi giocare davvero, devi poterti muovere davvero.

Crouch End: il derby immaginario
23 marzo 1895. Crouch End, nord di Londra.
Il primo match pubblico.
Nettie sa che il calcio è sport, ma sa anche che per sopravvivere deve essere spettacolo. E cosa c’è di più vendibile di una rivalità?
Divide le sue ragazze in due squadre: «Nord» contro «Sud». È un derby immaginario, un trucco di marketing geniale per trasformare una novità in un evento.
Arriva gente. Tanta. Le stime parlano di diecimila persone, forse di più. Si arrampicano sui tetti, premono contro le recinzioni.
Vogliono vedere.
Una parte arriva per curiosità morbosa, per vedere «se è possibile». Un’altra arriva per ridere, per vedere «quanto è ridicolo». Ma sono lì. E pagano il biglietto.

La frase che vale un gol all’incrocio
Honeyball non si limita a correre dietro alla palla. Spiega perché lo fa.
E lo fa con una brutalità educata che colpisce ancora oggi come uno schiaffo. Rilascia un’intervista e dice che il suo obiettivo è dimostrare che le donne non sono le creature «ornamental and useless» Ornamentali e inutili. Soprammobili, che gli uomini hanno dipinto.

La storia di Nettie non parla solo di calcio. Parla di corpo, di spazio pubblico, di chi decide cosa è «decoroso» e cosa no. Nettie Honeyball sta rivendicando il diritto di essere utile, faticosa, sudata e viva.

La stampa e la paura del confine
La reazione della stampa è feroce. Paternalista, sarcastica, apertamente sessista.
Scrivono che le donne in campo sono goffe, che il gioco è lento, che dovrebbero tornare a casa.
Eppure, proprio quella ferocia certifica una cosa: che la faccenda dà fastidio.
Il calcio femminile non viene ignorato; viene contestato. E se viene contestato, vuol dire che esiste.
Dietro lo scherno dei giornalisti vittoriani si sente il tono di chi sta difendendo un confine sacro: «questo gioco è nato per i maschi». Quando qualcuno parla così, con quella rabbia, vuol dire che ha una paura fottuta che il confine possa muoversi.

Professionismo o circo?
Dietro il progetto c’è anche un’idea economica pericolosissima: trasformare quella competenza in un lavoro.
Le ragazze vogliono essere pagate.
È un passaggio enorme, perché mette il calcio femminile nello stesso campo di realtà del calcio maschile. E apre l’accusa più facile: «lo fanno per soldi». Come se gli uomini, da quando è stato inventato il pallone, avessero sempre giocato gratis per spirito santo.
Honeyball capisce che la battaglia culturale passa anche da lì: dal diritto di essere prese sul serio, quindi anche pagate, quindi anche giudicate come atlete e non come fenomeni da baraccone.

L’enigma finale
E poi, come spesso accade ai pionieri che hanno esaurito il loro compito, la figura centrale si ritrae.
Nettie Honeyball scompare.
Le fonti si confondono, il nome reale resta un’ipotesi, la biografia sfuma nella nebbia di Londra.
Ma questa sparizione non è un difetto del racconto: è il suo sigillo.
Perché Nettie Honeyball, più che una persona in carne e ossa, è diventata una funzione storica. È stata la scintilla.
Il suo lascito non è un monumento di bronzo fuori da uno stadio. È un’idea pratica, sporca di fango e coraggio: se vuoi cambiare il mondo, a volte basta cominciare da un annuncio sul giornale e da una data scritta in agenda.
Poi il resto, anche se prova a cancellarti, non ci riesce mai fino in fondo.

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