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Il Cavaliere che aprì le acque in Cile e diventò il il primo Pallone d’Oro dell’Est

Il ritratto di Josef Masopust, che si rifiutò, durante un Mondiale, di attaccare Pelé infortunato, spiegando a tutti che la nobiltà vale più di una vittoria

Josef Masopust

Josef Masopust

Střimice: nascere dove il carbone è l’unico orizzonte
Josef Masopust nasce il 9 febbraio 1931 a Střimice.
È un nome che ha un suono metallico, duro. Sa di ferrovia, di miniere di carbone, di mattine fredde in cui la nebbia ti entra nei polmoni. È la Cecoslovacchia profonda, quella che non finisce sulle cartoline di Praga.
Josef cresce lì, in una famiglia di minatori, dove si impara presto a stringere i denti senza farne un manifesto. La vita è una cosa seria, e il calcio non è un’evasione: è una bussola. È l’unico modo per misurare il tempo che passa tra un turno e l’altro.
I primi passi li muove nel Teplice, ma il destino ha in serbo una divisa diversa. Nel 1952 entra nel Dukla Praga.
Non è solo un cambio di maglia. È un cambio di vita.

Dukla Praga: l’armata giallorossa
Il Dukla non è una squadra di calcio. È l’istituzione. È la squadra dell’esercito.
In quegli anni, dietro la Cortina di Ferro, il Dukla è una potenza. Masopust ci resta sedici anni. Un matrimonio, non un contratto.
Con quella maglia vince otto campionati.
Ma se ti fermi ai numeri, ti perdi l’essenza. Masopust è il giocatore che rende credibile la parola «dominare». Non urla, non gesticola. Gioca come se la gloria fosse una faccenda privata, da sbrigare con la massima discrezione possibile. È un centrocampista che lavora nel punto esatto in cui la partita diventa trama: riceve, orienta, decide.
Inventa una giocata che passerà alla storia come lo «Slalom di Masopust». Parte palla al piede, evita gli avversari muovendosi come uno sciatore tra i paletti, ma sempre a testa alta, sempre con l’eleganza di chi non sta scappando, ma sta avanzando.

Il gesto che vale più di un gol
Cile, 1962. Coppa del Mondo.
La Cecoslovacchia affronta il Brasile nel girone.
Pelé, O Rei, si fa male. Si stira l’inguine. All’epoca non esistono le sostituzioni. Se esci, la tua squadra gioca in dieci. Pelé resta in campo, ma è un fantasma, zoppica, soffre.
Masopust ha la palla. Si trova davanti Pelé. Potrebbe saltarlo, potrebbe umiliarlo, potrebbe entrare duro per finirlo. È la legge della giungla del calcio.
Invece no.
Masopust si ferma. Aspetta.
Fa un gesto con la mano, come a dire: «Passala, o fermati». Non lo attacca. Lo scorta.
È un momento di civiltà assoluta in mezzo a una guerra sportiva. Pelé non lo dimenticherà mai. Anni dopo dirà: «È stato uno dei gesti più belli che abbia mai visto». Masopust non cercava l’applauso. Cercava solo di non perdere la dignità per vincere una partita.

La Finale del ’62: l’illusione di un minuto
Quel Mondiale è il viaggio più lungo della Cecoslovacchia. Arrivano in finale.
Santiago, 17 giugno 1962. Dall’altra parte c’è ancora il Brasile, senza Pelé ma con Garrincha e Amarildo.
Minuto 15. Pospíchal serve Masopust.
Josef si inserisce, come fa sempre, con quel tempismo che sembra telepatia. Tira. Gol.
1–0.
Per un minuto, l’ordine del mondo sembra capovolgersi. La Cecoslovacchia è Campione del Mondo.
Poi il Brasile si sveglia. Amarildo pareggia subito, Zito e Vavá chiudono i conti. Finisce 3–1.
Ma quel gol resta lì, incollato alla storia. Non come un’illusione, ma come la prova che quella squadra di soldati, con lui in mezzo, poteva guardare negli occhi chiunque senza abbassare lo sguardo.

Il Pallone d’Oro: la vittoria dell’intelligenza
Quell’anno, l’Europa vota.
E il voto è sorprendente, quasi scandaloso per chi guarda solo le copertine.
Il Pallone d’Oro 1962 non va a un bomber, non va a una star occidentale. Va a lui. Josef Masopust.
Prende 65 punti. Eusébio, la Pantera Nera, si ferma a 53.
È il primo giocatore dell’Europa dell’Est a vincerlo.
Sembra una faccenda aritmetica, invece è una faccenda di clima culturale. Premiano un centrocampista che ha guidato la sua nazione in finale, che ha segnato in quella finale e che, soprattutto, ha dato l’impressione di essere il cervello calmo di un continente in ebollizione. Il Pallone d’Oro, a volte, premia l’eccezione. In quel caso premia la continuità e l’intelligenza.

L’Europa dei club e il tramonto a Bruxelles
Masopust non è grande solo quando lo guarda il mondo intero.
Nel 1967, con il Dukla, arriva in semifinale di Coppa dei Campioni. Trova il Celtic di Glasgow, quelli che poi diventeranno i «Leoni di Lisbona».
Esce, ma esce in piedi.
Nel 1968, quando i carri armati sovietici stanno per entrare a Praga per spegnere la Primavera, lui riceve il permesso di andare via. Ha 37 anni.
Va in Belgio, al Crossing Molenbeek.
Non va a fare la statua. Va a fare il professionista. Aiuta la squadra a salire in prima divisione. È l’ultimo servizio di un uomo che ha sempre onorato il contratto, che fosse con l’esercito o con il destino.

L’eredità del Cavaliere
Muore a Praga il 29 giugno 2015.
Nel 2000 viene eletto calciatore ceco del secolo.
Non è un premio di nostalgia. È una scelta di identità.
Masopust rappresenta l’idea che il talento non debba per forza essere rumoroso, che la leadership possa essere una postura interiore, che il centrocampo sia un luogo sacro dove si costruisce la democrazia del gioco.
Oggi, fuori dallo stadio Juliska di Praga, c’è una statua di bronzo. È lui. Con la palla al piede, la testa alta, lo sguardo che punta verso l’orizzonte.
Sembra che stia ancora aspettando che gli altri capiscano dove va il pallone, mentre lui è già arrivato.

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