Chacabuco: nascere per comandare
Daniel Alberto Passarella nasce a Chacabuco, provincia profonda di Buenos Aires, il 25 maggio 1953.
Non nasce difensore. Nasce leader.
C’è una differenza sostanziale. Il difensore è un ruolo, una posizione in campo che puoi imparare. Il leader è una condanna genetica.
Passarella cresce con quella faccia lì, scolpita nella pietra delle Ande, e con due occhi che sembrano fessure da cui passa solo la luce necessaria a mirare il bersaglio.
C’è un dettaglio fisico che rende la sua storia un paradosso biomeccanico: non è alto. Per essere un centrale che deve dominare l’area, il metro e settantatré (o settantaquattro, a seconda di quanto si pettinava alto) è poco.
Ma nessuno se ne accorge. Perché Passarella non salta: levita. Ha un tempo di stacco che sfida la gravità e i gomiti larghi di chi ti spiega subito, al primo calcio d’angolo, che quell’area di rigore è proprietà privata.
Il difensore che ha sbagliato mestiere
Se guardate i numeri freddi della sua carriera, pensate a un errore di trascrizione.
Ha segnato 175 gol in carriera.
Centosettantacinque.
Era il difensore con più gol nella storia del calcio mondiale, prima che arrivasse Ronald Koeman a prendersi il record (ma tirando molti più rigori).
Passarella non segnava per caso o per fortuna. Tirava le punizioni con una violenza chirurgica, piegando le mani ai portieri. Calciava i rigori guardando l’estremo difensore fino all’ultimo istante. Colpiva di testa con una frustata secca che faceva male solo a sentirne il rumore.
Al River Plate diventa presto un monumento. Non è solo «uno della squadra». È «El Gran Capitán». Comanda lui. Decide lui quando si alza la linea del fuorigioco, decide lui quando si deve picchiare e quando si deve giocare.
1978: la Coppa insanguinata
25 giugno 1978. Stadio Monumental di Buenos Aires.
L’Argentina è campione del mondo per la prima volta nella sua storia.
Il Paese è nel buio della dittatura militare. Jorge Rafael Videla è in tribuna d’onore. A pochi chilometri dallo stadio, all’ESMA, la gente scompare.
In mezzo a questo clima di terrore e festa schizofrenica, c’è un uomo che viene issato sulle spalle della folla. Ha la maglia numero 19 (perché l’Argentina di Menotti dava i numeri in ordine alfabetico, un vezzo burocratico che finiva per dare il numero 1 a un centrocampista come Ardiles) e la fascia stretta al braccio.
Daniel Passarella alza la Coppa.
Quella foto è storia. Lui è il primo argentino a toccare il cielo. Lo fa con una grinta che non ammette repliche, con la ferocia di chi sa che vincere, in quel momento, è l’unico modo per sopravvivere alla pressione di una nazione intera che trattiene il respiro. Non sorride quasi mai. La sua gioia è rabbiosa. È il compimento di un dovere.
Firenze e l’arte di farsi rispettare
Dopo aver vinto tutto in Sudamerica, arriva la prova del nove. L’Italia.
Sbarca alla Fiorentina nel 1982.
Il calcio italiano di quegli anni è l’università della difesa. Se sbagli lì, sei finito.
Passarella non sbaglia. Anzi, spiega.
Nella stagione 1985-86 mette a segno 11 gol in Serie A. Un record per un difensore che durerà vent’anni, fino all’arrivo di un altro «alieno» come Materazzi.
A Firenze lo amano, ma lo temono. È un capitano che non cerca il consenso, cerca l’obbedienza. Se un compagno non corre, Passarella lo guarda. E quello corre.
Il Kaiser e il Pibe: due galli nello stesso pollaio
Ma la storia di Passarella è indissolubilmente legata a quella dell’altro. Di Diego Armando Maradona.
Sono i due poli opposti dell’elettricità argentina.
Passarella è l’ordine, la disciplina, l’autorità, la destra storica del calcio. Maradona è il genio, l’anarchia, la poesia, la sinistra rivoluzionaria del pallone.
Si odiano? Forse. Si rispettano? Sicuramente. Ma non possono convivere nello stesso spogliatoio senza che saltino le valvole.
Messico ’86. Passarella è in rosa. Sarebbe l’unico giocatore della storia a poter vincere due Mondiali da titolare con la stessa maglia (traguardo che solo i brasiliani e gli italiani del ’34-’38 hanno toccato, ma in epoche diverse).
Ma non gioca mai.
Un’infezione intestinale, una forma grave di dissenteria, dicono i bollettini medici ufficiali. Una purga politica, sussurrano le malelingue. Carlos Bilardo ha scelto Diego come unico Dio, e non ci può essere un Kaiser dove c’è già un Dio.
Passarella guarda quel Mondiale dalla panchina o dalla tribuna. Vede Diego diventare leggenda. È la sua sconfitta personale dentro la vittoria collettiva. È l’unico momento in cui il Generale non ha potuto comandare le truppe.
L’eredità dell’uomo di ghiaccio
Eppure, quando Diego stila la lista dei sei giocatori che lo hanno fatto innamorare del calcio, Passarella c’è.
È una scelta che spiazza, ma che rivela una verità profonda.
Maradona, che capiva di calcio più di chiunque altro, sapeva che per vincere le guerre non bastano i poeti e i giocolieri. Servono i generali.
Passarella era l’eleganza cattiva. Era l’anticipo pulito seguito dal lancio di quaranta metri che ti metteva in porta. Era la certezza che, se la partita diventava una rissa da bar, lui ne sarebbe uscito con la camicia stirata e gli avversari a terra.
In un calcio di marcatori rudi che spazzavano in tribuna per paura, Passarella usciva palla al piede, a testa alta, con quell’aria di superiorità che faceva impazzire i tifosi avversari e rassicurava i propri.
Ha insegnato agli argentini una cosa fondamentale: che la garra non è solo correre, sudare e picchiare. È guardare il nemico negli occhi e fargli capire, prima ancora del fischio d’inizio, che quella domenica non è giornata per fare gli eroi.