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L’Imperatore che camminava sulle acque del Danubio e spiegò alla Juventus come si vince senza fare rumore

Il ritratto di Flórián Albert, l’unico Pallone d’Oro ungherese, che raccolse l’eredità di Puskás senza imitarlo e trasformò l’area di rigore in una sala da ballo

Flórián Albert

Flórián Albert

Hercegszántó: il figlio del postino
Flórián Albert nasce il 15 settembre 1941 a Hercegszántó.
È un villaggio minuscolo, attaccato al confine con quella che allora era la Jugoslavia. Sua madre è di etnia croata, la famiglia Šokci. Suo padre fa il fabbro.
Non è la Budapest dei caffè letterari. È la provincia profonda.
Ma il destino, che in Ungheria ha sempre un senso dell’umorismo particolare, decide che quel bambino non deve rimanere lì. La famiglia si trasferisce a Budapest.
Flórián ha un talento naturale, liquido. Non corre dietro al pallone: lo accompagna.
A 11 anni entra nel Ferencváros. Le Fradi.
Non è solo una squadra. È la resistenza culturale, è l’orgoglio della borghesia di Budapest che cerca di sopravvivere al comunismo e al ricordo della Honvéd dell’esercito. Albert indossa quella maglia verde e bianca e non la toglierà più per sedici anni. Un matrimonio, non un contratto.

L’Imperatore che non si sporcava
In un calcio che negli anni Sessanta è fatto di urto, fango e marcatori che ti respirano sul collo, Albert sembra un errore di sistema.
È alto, elegante, testa sempre alta.
Lo chiamano «L’Imperatore» (Császár).
Il soprannome non descrive un carattere dispotico. Descrive un’andatura. Albert entra in area di rigore come se stesse entrando nel salotto buono di casa, attento a non far cadere i vasi di porcellana.
Non calcia quasi mai di potenza. Accarezza. Piazza.
È il centravanti che non fa a sportellate, ma che comanda tempi e distanze con il pensiero. Se Puskás era il colonnello che guidava la carica, Albert è l’aristocratico che osserva la battaglia dalla collina e decide come vincerla con un solo gesto.

Cile 1962: il mondo prende appunti
Mondiale in Cile. 1962.
L’Ungheria non è più l’Aranycsapat del ’54. Quella squadra è stata spazzata via dalla storia e dai carri armati del ’56.
Ma c’è lui. Ha vent’anni.
Gioca con la naturalezza dei predestinati. Segna quattro gol.
Uno, memorabile, contro l’Inghilterra nel girone: prende palla a centrocampo, ne salta tre, deposita in rete. Gli inglesi, che pensavano di aver visto tutto con gli ungheresi nel ’53, devono ricredersi.
Chiude il torneo da capocannoniere (a pari merito con altri cinque, tra cui Garrincha e Vavá). È il momento in cui il mondo capisce che il calcio danubiano non è morto: ha solo cambiato volto.

Torino, 1965: la notte del Comunale
C’è una data che a Budapest è scolpita nella pietra.
23 giugno 1965. Torino. Stadio Comunale.
Finale di Coppa delle Fiere (l’antenata della Coppa UEFA). Gara secca, in casa dell’avversario.
Di fronte c’è la Juventus di Heriberto Herrera, il profeta del «movimiento». Una squadra fisica, tattica, ossessiva.
Il Ferencváros arriva come vittima sacrificale.
Invece, quella sera, Albert dirige l’orchestra. Non segna lui (il gol decisivo è di Máté Fenyvesi, un colpo di testa in tuffo), ma è lui che manda fuori giri la difesa bianconera. La Juventus corre, il Ferencváros gioca.
Finisce 0–1.
La Coppa va a Budapest. È l’unico trofeo europeo per club nella storia del calcio ungherese. Albert torna a casa e trova la città in piazza. Non hanno vinto una partita, hanno vinto il diritto di sedersi al tavolo delle grandi potenze.

1967: il Pallone d’Oro
Due anni dopo, la consacrazione.
Dicembre 1967. I giurati di France Football votano.
Non vince Bobby Charlton. Non vince Jimmy Johnstone del Celtic.
Vince Flórián Albert.
È il primo ungherese. Puskás non l’aveva mai vinto (nato troppo presto per il premio, poi diventato spagnolo). Kocsis nemmeno.
Lui sì.
È la fotografia di un’epoca. Premiano un giocatore dell’Est che ha l’eleganza dell’Ovest. Premiano un numero nove che gioca da dieci. In quella stagione ha segnato 28 gol in campionato, ma soprattutto ha incantato.

Il ginocchio e il tramonto
Ma la bellezza, si sa, è fragile.
1969. Qualificazioni mondiali. Danimarca-Ungheria.
Albert si scontra con il portiere danese Engedal. Il ginocchio fa crack. Legamenti.
Non sarà più lo stesso.
Resta in campo fino al 1974, segna ancora, vince ancora (quattro campionati in totale), ma la magia fluida, quella capacità di scivolare sull’erba, è compromessa.
Si ritira a 33 anni. I numeri finali dicono: 351 partite di campionato, 256 gol.
In Nazionale: 75 presenze, 31 gol. E un terzo posto all’Europeo del 1964.

L’eredità di pietra
Flórián Albert muore il 31 ottobre 2011, dopo un’operazione al cuore.
A Budapest, lo stadio del Ferencváros (oggi Groupama Aréna per motivi di sponsor) porta il suo nome. C’è una statua.
Ma l’eredità vera non è nel bronzo. È nell’idea.
L’idea che si possa dominare una partita senza mai alzare la voce. Che si possa essere il giocatore più forte d’Europa restando fedeli per tutta la vita alla stessa maglia, nella stessa città, mangiando lo stesso gulasch.
Albert è stato l’ultimo vero Imperatore di un impero calcistico che stava svanendo. E forse è per questo che, fuori dai confini, viene ricordato meno di quanto meriti: perché il suo calcio non urlava per farsi notare.
Semplicemente, era.

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