Favoriten: la fragilità come arma
Matthias Sindelar non nasce a Vienna. Nasce a Kozlov, in Moravia, il 10 febbraio 1903. Ma è a Vienna, nel quartiere operaio di Favoriten, che diventa ciò che è.
Lo chiamano «Der Papierene». L’Uomo di Carta.
A guardarlo, sembra uno scherzo della natura applicato allo sport. È magro, quasi diafano, con le ginocchia che sembrano dover cedere da un momento all’altro sotto il peso della gravità. In un calcio che negli anni Trenta è fatto di corazzieri e spallate, lui è un foglio bianco che vola via.
Ma quella fragilità è una trappola. Sindelar non cerca lo scontro: lo evita. Non corre: scivola. È il primo «falso nove» della storia, settant’anni prima che inventassero il termine. Viene incontro, cuce il gioco, scompare dai radar e riappare in area di rigore per appoggiare in rete con la delicatezza di chi sta posando una tazzina di porcellana.
Il Wunderteam: il valzer sul prato
Agli inizi degli anni Trenta, l’Austria di Hugo Meisl non è una squadra. È un’orchestra filarmonica.
La chiamano «Wunderteam», la Squadra delle Meraviglie.
Giocano la «Scheiberln», un gioco fatto di passaggi corti, rapidi, ipnotici. È la versione calcistica del valzer viennese. E Sindelar è il primo violino.
In Nazionale colleziona 43 presenze e 26 gol.
Ma i numeri non dicono nulla della sensazione che provava chi lo vedeva giocare. I critici dell’epoca, gente che frequentava i caffè letterari, scrivevano che Sindelar giocava a calcio come si gioca a scacchi, ma con l’improvvisazione del jazz.
La Mitropa del ’33: l’Europa prima del buio
C’è una data che serve a capire la sua grandezza reale, al di là del mito politico.
9 giugno 1933. Prater di Vienna.
Finale di ritorno della Coppa dell’Europa Centrale, la Mitropa Cup. L’Austria Wien contro l’Ambrosiana-Inter di Giuseppe Meazza.
All’andata a Milano, l’Inter ha vinto 2-1. Meazza ha segnato.
A Vienna, Sindelar decide che è ora di spiegare chi è il padrone.
Finisce 3-1 per l’Austria. Sindelar fa tripletta.
Tre gol al portiere della Nazionale italiana, Ceresoli. È l’apice del calcio danubiano, l’ultimo momento di luce pura prima che il continente inizi a spegnere gli interruttori della ragione.
3 aprile 1938: la partita della morte (o della vita)
Poi arriva la Storia, quella con la S maiuscola e gli stivali chiodati.
Marzo 1938. Anschluss. La Germania nazista annette l’Austria. L’Austria cessa di esistere. Diventa l’Ostmark, una provincia del Reich.
Per celebrare l’unione, i gerarchi organizzano una partita «amichevole» al Prater. Austria (per l’ultima volta con questo nome) contro Germania.
Il copione è scritto: deve finire in pareggio. Un abbraccio fraterno tra il popolo tedesco riunito.
Ma Sindelar è un artista, e agli artisti non puoi dare copioni.
Per un tempo intero, sbaglia gol fatti. Tira fuori, inciampa, la passa al portiere. Sembra una presa in giro. Dagli spalti, dove le divise brune si mescolano alla gente di Vienna, si sente il disagio.
Poi, nella ripresa, decide di giocare. Segna l’1-0. E invece di abbassare la testa, corre sotto la tribuna d’onore dei nazisti e inizia a ballare. Una danza gioiosa, provocatoria, folle.
Il suo amico Karl Sesta, un difensore che di solito non segna mai, tira una sassata da quaranta metri e fa il 2-0.
L’Austria vince la sua ultima partita. Sindelar ha rovinato la festa al Führer.
Il rifiuto: «Sono vecchio, grazie»
Dopo quel giorno, la Nazionale tedesca lo vuole.
Sepp Herberger, il ct della Germania, lo convoca. Vuole lui e altri campioni austriaci per costruire una squadra invincibile per i Mondiali del 1938.
Tutti dicono sì. Per paura, per opportunismo, per carriera.
Sindelar dice no.
Usa la scusa più banale del mondo: «Ho 35 anni, mi fanno male le ginocchia, sono vecchio».
Non ci crede nessuno. È un rifiuto politico. Un rifiuto estetico. Lui, il genio di Vienna, non indosserà mai quella maglia con la svastica sul petto. Resta a casa.
Il Caffè e l’ambiguità della sopravvivenza
Qui la storia si fa complessa, umana.
Sindelar non è un partigiano con il fucile in mano. È un uomo che cerca di galleggiare mentre il Titanic affonda.
Acquista un caffè, l’Annahof. Ma lo acquista grazie alle leggi sull’arianizzazione: il vecchio proprietario, ebreo, è stato costretto a vendere. Sindelar paga, non lo ruba, ma sfrutta una legge infame.
È il lato oscuro, o forse solo disperato, della leggenda. Mantiene i contatti con gli amici ebrei, si rifiuta di esporre cartelli discriminatori nel locale, ma intanto vive dentro il sistema che detesta. È un eroe imperfetto, pieno di crepe.
23 gennaio 1939: il gas di Annagasse
Meno di un anno dopo la partita del Prater, Vienna si sveglia con una notizia che gela il sangue.
Matthias Sindelar è morto.
Lo trovano nel suo appartamento in Annagasse, numero 3. Accanto a lui, nel letto, c’è la sua compagna, Camilla Castagnola, un’italiana di origine ebraica che morirà poche ore dopo in ospedale senza riprendere conoscenza.
Causa ufficiale: avvelenamento da monossido di carbonio. Una stufa difettosa.
Ma a Vienna nessuno crede alla stufa.
Si parla di suicidio: due amanti che non potevano vivere in quel mondo.
Si parla di omicidio: la Gestapo che chiude un conto in sospeso con l’uomo che li aveva umiliati allo stadio.
Il regime nazista ha paura che il funerale diventi una rivolta. Così fanno la cosa più cinica: gli concedono un funerale di Stato, trasformandolo in un eroe tedesco morto per incidente. Ma al cimitero, quel giorno, ci sono ventimila viennesi. E non sono lì per il Reich. Sono lì per il «Papierene».
L’enigma senza soluzione
Ancora oggi, se passeggiate per Vienna e chiedete di lui, vedrete gli occhi della gente cambiare.
Matthias Sindelar non è solo un calciatore. È un fantasma che non ha mai lasciato la città.
La sua storia non si lascia chiudere in una sola etichetta. Non è solo la vittima, non è solo l’eroe.
È il simbolo di un’epoca in cui la bellezza era sospetta e il talento una condanna.
Resta quell’immagine, vera o romanzata che sia: un uomo sottile come un foglio di carta che danza davanti ai mostri, segna un gol che non doveva esistere, e poi esce di scena prima che il buio diventi totale.