La voce che non chiedeva permesso
Brian Howard Clough nasce a Middlesbrough il 21 marzo 1935.
Non è un posto dove si impara l’arte della diplomazia. È il Nord profondo, quello delle acciaierie e del vento che ti schiaffeggia la faccia ogni mattina.
Clough diventa famoso per una cosa che, nel calcio, è più rara di un gol in rovesciata: non recitare mai. Anche quando è scomodo. Anche quando è fuori tempo. Anche quando si mette contro la stanza intera, la Federazione, i giornalisti, il mondo.
La sua storia non è una biografia sportiva lineare. È un romanzo di Dickens riscritto da un autore pulp. È la storia di un centravanti che segna come se avesse un treno da prendere, di un ginocchio che lo tradisce sul più bello, e di un uomo in tuta che costruisce imperi con club che, sulla carta, non avevano nemmeno il diritto di sognare.
Il bomber: segnare come ossessione
Prima di diventare il «Mister» con la felpa verde, Clough è un attaccante con numeri da fantascienza.
Il National Football Museum riporta un dato che fa spavento: 204 gol in 222 partite con il Middlesbrough.
Rileggetelo. Quasi un gol a partita. Per anni.
Non è una statistica. È una sentenza.
Segna anche al Sunderland: 63 reti in 74 presenze.
Gioca nell’Inghilterra solo due volte, nel 1959, quando è ancora in Second Division. Un dettaglio che spiega tutto: era talmente forte che era impossibile fingere di non vederlo, anche se giocava nel fango della serie B. Clough non segnava per la gloria. Segnava perché era convinto di essere il migliore, e ogni volta che la palla entrava, era solo la conferma di una verità che lui conosceva già.
Boxing Day 1962: il giorno in cui il destino cambia strada
Il 26 dicembre 1962. Il Boxing Day.
Piove. Fa freddo. Il Sunderland gioca contro il Bury.
Clough si scontra con il portiere avversario. Il ginocchio fa crack. Legamento crociato e mediale.
Oggi, con la chirurgia moderna, tornerebbe in sei mesi. Allora, è una condanna a morte professionale.
Prova a rientrare due anni dopo, gioca tre partite, ma il ginocchio non regge. Si ritira a 29 anni.
È uno di quei giorni in cui capisci che il talento non basta, che il corpo è una macchina imperfetta che può decidere di spegnersi quando vuole. Da quel dolore fisico e morale nasce una fame diversa, più cattiva: non più segnare, ma guidare. Se non può essere il più grande in campo, sarà il più grande in panchina.
Hartlepools: l’università del fango
Nel 1965 diventa allenatore dell’Hartlepools United.
Ha trent’anni. È il manager più giovane della Football League.
Non inizia al caldo, in un ufficio con la moquette. Inizia in quarta divisione, in un club che non ha i soldi per pagare la lavanderia e dove lui stesso deve guidare il pullman della squadra. È una palestra dura, provinciale, fatta di sopravvivenza quotidiana. È qui che si cementa l’idea che lo renderà unico: il calcio non è teoria da lavagna, è artigianato. È convincere undici uomini che sono più forti degli altri undici.
Derby County: svegliare una città
Nel 1967 arriva a Derby. Il Derby County è una squadra che galleggia nel nulla della Second Division.
Clough, insieme al suo assistente e ombra Peter Taylor, la prende per il collo e la trascina su.
La stagione 1971/72 è un capolavoro drammatico. Il Derby vince il campionato inglese per la prima volta nella sua storia.
Non è solo una vittoria sportiva. È un cambio di identità. Derby smette di essere una città industriale anonima e diventa un posto dove si pretende il massimo. Clough insegna ai suoi giocatori a non avere paura dei nomi altisonanti, a giocare a testa alta. Trasforma operai del pallone in campioni.
I 44 giorni di Leeds: il rigetto
C’è una tentazione, con Clough, di saltare direttamente ai trionfi successivi. Ma la sua grandezza sta anche nel fallimento.
1974. Il Leeds United.
È la squadra più forte e più odiata d’Inghilterra. Hanno appena perso il loro leader, Don Revie. Clough arriva e fa l’errore fatale: dice la verità. O almeno, la sua verità. Dice ai giocatori di buttare via le loro medaglie perché le hanno vinte barando.
Dura 44 giorni.
Lo spogliatoio lo rigetta come un organo trapiantato male. Viene esonerato. È un episodio che spiega il suo carattere meglio di mille vittorie: Clough entra in una stanza e pretende di essere il capo, anche se la stanza non è pronta ad ascoltarlo. Il calcio, a volte, non perdona la troppa onestà.
Nottingham Forest: il miracolo diventa metodo
Gennaio 1975. Clough va al Nottingham Forest.
Sono in Second Division. Sono nessuno.
Quello che succede nei cinque anni successivi è la più grande storia mai raccontata nel calcio inglese.
Promozione.
Titolo inglese al primo anno (1978).
Coppa dei Campioni 1979.
Coppa dei Campioni 1980.
Rileggete. Due Coppe dei Campioni consecutive con una squadra che tre anni prima giocava contro lo Scunthorpe.
Non è un colpo di fortuna. È un sistema. Clough prende giocatori scartati da altri, giocatori «normali» come John Robertson, Tony Woodcock, Martin O’Neill, e li convince di essere dei giganti. E loro giocano da giganti. La leggenda è questa, ma il dettaglio più importante è un altro: Clough rende l’eccezionale una routine.
1.140 partite: la voce e la tuta
Il Nottingham Forest quantifica la sua era in un numero mostruoso: 1.140 partite da manager.
Non è un ciclo tecnico. È un’era geologica. È un’educazione sentimentale per generazioni di tifosi.
Clough diventa il simbolo del «tracksuit manager», l’allenatore in tuta, quello che vive il campo, che si siede in panchina con la felpa verde e dirige l’orchestra. La sua leadership è un impasto letale di ironia e disciplina. Può darti un bacio sulla guancia o un pugno nello stomaco (metaforico e a volte no) nello stesso minuto. Ti insulta per farti reagire, ti coccola per farti sentire invincibile. E questa doppiezza è la fonte del suo potere.
L’uomo fragile dietro il mito
Ogni mito serio ha una zona d’ombra dove non batte il sole.
L’ultima parte della storia di Clough è bagnata dall’alcol.
Non è un segreto. È una tragedia pubblica. La sua battaglia con la bottiglia diventa evidente, dolorosa. Il viso si gonfia, la voce si impasta. Nel 2003 subisce un trapianto di fegato. Muore nel 2004 per un cancro allo stomaco, a 69 anni.
Qui non serve drammatizzare o giudicare: basta dire la verità, perché la verità, spesso, è già abbastanza pesante. L’uomo che controllava tutto e tutti non riusciva a controllare se stesso.
Quello che resta
Cosa resta, oggi, di Brian Clough?
Restano le statue a Derby, a Nottingham, a Middlesbrough.
Resta il record assurdo di aver portato due squadre di provincia sul tetto d’Inghilterra e una sul tetto d’Europa.
Ma resta soprattutto un’idea.
L’idea che nel calcio si possa vincere senza essere scienziati, senza usare termini complicati, senza nascondersi dietro i computer. Si può vincere con il carattere, con la psicologia, guardando un uomo negli occhi e dicendogli: «Tu sei bravo, ora va’ fuori e dimostralo».
Resta la certezza che il più grande allenatore inglese della storia è stato quello che l’Inghilterra non ha mai avuto il coraggio di nominare Commissario Tecnico, perché sapevano che non avrebbero mai potuto controllarlo.
E lui, con quel sorriso sbieco, probabilmente ha sempre saputo che era meglio così.