L’orfano che cercava casa nello spogliatoio
Il gol è una faccenda di fisica: un pallone che impatta un piede e decide di entrare. La vita, invece, è politica: decide di restare fuori, di rimbalzare sul palo, di tornare indietro proprio quando pensavi di avercela fatta.
Justin Fashanu è la sintesi brutale di questo contrasto. Un attaccante che per un attimo, lungo quanto un tiro al volo, sembra destinato a prendersi tutto, e che poi diventa il primo uomo a pronunciare la frase proibita — «sono gay» — nel tempio del machismo britannico. Da quel momento, la sua carriera cambia forma, come se qualcuno avesse spento la luce in una stanza affollata.
Ma per capire la fine, bisogna guardare l’inizio.
Justin non nasce nelle accademie patinate. La sua biografia al National Football Museum inizia con una parola che pesa come un macigno: Barnardo’s. L’orfanotrofio.
Lui e il fratello John crescono in affido a Norfolk. Non è un dettaglio di colore. È la cornice emotiva di un ragazzo che cerca disperatamente una casa in un mestiere che, di solito, ti offre solo uno spogliatoio freddo e l’odore dell’olio canforato. Da qui in avanti, ogni volta che la sua vita deraglia, si sente quell’origine: il bisogno spasmodico di appartenenza e, allo stesso tempo, il terrore che quell’appartenenza ti venga strappata via di colpo.
Carrow Road: il volo dell’angelo
Febbraio 1980. Carrow Road. Norwich City contro Liverpool.
Il Liverpool è la squadra più forte d’Europa. Il Norwich è provincia.
Justin riceve palla, la alza con un tocco morbido, si coordina e spara un sinistro al volo che finisce all’incrocio dei pali opposto.
Il portiere, Ray Clemence, può solo guardare.
Quel gesto diventa il «BBC Goal of the Season». Il calcio inglese, che in quegli anni ama i suoi eroi con la faccia sporca di fango e i gomiti alti, si ritrova davanti un alieno. Un attaccante potente, tecnico, moderno. Un ragazzo nero che sorride alle telecamere con l’aria di chi sta dicendo: guardatemi bene adesso, perché non ci metterò molto a sparire.
Il milione che pesa come una sentenza
Nel 1981 arriva la svolta. Brian Clough, il genio maledetto della panchina, lo vuole al Nottingham Forest.
C’è un dato che i giornali dell’epoca stampano a caratteri cubitali: «£1 milione».
Fashanu diventa il primo calciatore nero della storia a costare quella cifra. È un record. Ma invece di essere una medaglia, diventa un bersaglio sulla schiena.
Perché Clough non lo capisce. O forse lo capisce troppo bene e non lo accetta.
Si racconta che Clough lo chiamasse «bloody poof», finocchio maledetto, ben prima che Justin ne parlasse pubblicamente. Lo vede frequentare locali che non sono pub, lo vede diverso.
Il milione di sterline diventa piombo nelle scarpe. Ogni stop sbagliato è «un milione buttato». Ogni silenzio nello spogliatoio è un sospetto. La pressione economica, nel calcio, non è mai solo economia: è un modo per ridurre un essere umano a un cartellino da ammortizzare.
La discesa e il segreto di Pulcinella
Dopo Nottingham, la carriera di Justin smette di essere una linea retta. Diventa uno scarabocchio.
Southampton, Notts County, Brighton. Cambia maglia, cambia città, cambia peso specifico.
Non è la classica storia del campione che cade perché beve troppo o perché non ha voglia di allenarsi. È la storia di un atleta che perde terreno perché vive in apnea.
Il profilo del National Football Museum lo dice chiaramente: la sua sessualità era già conosciuta nell’ambiente molto prima del 1990.
Era il classico «segreto di Pulcinella». Tutti sapevano, nessuno diceva. Ma lo facevano pesare. Battutine sotto la doccia, entrate più dure in allenamento, l’emarginazione sottile di chi ti fa sentire un corpo estraneo. I non detti, nel calcio, sono lame di rasoio.
22 ottobre 1990: l’intervista difensiva
La data è quella. 22 ottobre 1990.
Justin Fashanu decide di parlare con il tabloid The Sun. Titolo: «£1m Football Star: I AM GAY».
Attenzione: non è l’atto trionfale di chi sale su un palco per liberarsi. È una mossa disperata. È una difesa preventiva. Justin sa che qualcuno sta per vendere la storia ai giornali, sa che sta per essere messo alla gogna. Decide di anticipare il colpo.
Diventa il primo professionista nel Regno Unito a farlo apertamente.
Non riceve applausi. Riceve il gelo.
È un primato che non somiglia a un trofeo, ma al rumore di una porta blindata che si chiude alle tue spalle. Da quel giorno, Justin non è più un calciatore. È «il calciatore gay».
Il tradimento del sangue
La parte più dolorosa di questa tragedia non è l’insulto del tifoso ubriaco in curva. È il gelo di chi ha il tuo stesso sangue.
Il fratello John, che nel frattempo è diventato una stella del Wimbledon, i famigerati Crazy Gang, lo rinnega.
Rilascia un’intervista a The Voice in cui dice: «Mio fratello è un reietto».
È Caino e Abele in diretta nazionale.
John dirà anni dopo di essersi pentito, di aver agito per proteggere la propria carriera e la propria famiglia, ma in quel momento la condanna è totale. Quando perdi il gruppo, il calcio è difficile. Quando perdi la famiglia, la vita è impossibile. Justin si ritrova a giocare un campionato parallelo: quello della sopportazione. La tribuna diventa un tribunale, lo spogliatoio una cella d’isolamento.
Torquay e la fuga in America
C’è un ultimo tentativo di normalità a Torquay, dove Justin dimostra che, se gli danno un pallone, sa ancora segnare. Ma il circo mediatico è più forte del campo.
Scappa. Va negli Stati Uniti. Cerca di reinventarsi allenatore nel Maryland.
Nel 1998, l’abisso.
Un ragazzo di diciassette anni lo accusa di aggressione sessuale. Justin giura che il rapporto era consensuale. Ma siamo in America, e lui è un uomo nero, gay e straniero.
Teme di non avere un processo equo. Teme il carcere. Teme, soprattutto, l’ennesima umiliazione pubblica.
L’inchiesta successiva lascerà molti dubbi sulla consistenza delle accuse, ma Justin non aspetta il verdetto. Scappa ancora. Torna a Londra.
Shoreditch, 2 maggio 1998: il silenzio finale
L’epilogo ha la scenografia squallida dei film noir.
Un garage abbandonato a Shoreditch, nell’East End di Londra.
Justin Fashanu viene trovato impiccato. Ha 37 anni.
Lascia un biglietto. Scrive che non vuole essere un imbarazzo per i suoi amici e la sua famiglia. Scrive: «Spero che il Gesù che amo mi accolga».
È la resa definitiva. L’uomo che aveva sfidato le convenzioni, che aveva osato dire la verità in un mondo di bugie, decide di togliere il disturbo.
L’eredità di un fantasma
La parola «pioniere» è comoda, perché ci fa sentire a posto con la coscienza. Ma la vita di Justin Fashanu non è stata quella di un eroe che taglia il traguardo. È stata un calvario.
Oggi il National Football Museum lo onora nella Hall of Fame. Giusto. Doveroso.
Ma la storia del calcio non è fatta solo di coppe alzate al cielo. È fatta anche di uomini che hanno pagato il conto per tutti.
Justin ha dovuto essere due volte forte: forte per stoppare quel pallone a Carrow Road, e forte per esistere in un mondo che lo voleva invisibile.
Il calcio ha preteso da lui la prestazione e il silenzio. Quando lui ha rotto il silenzio, il calcio si è preso tutto il resto.
Resta una domanda, che galleggia nell’aria come quel pallone contro il Liverpool: quante carriere non abbiamo visto, quante vite si sono spezzate nel buio, solo perché uno stadio, invece di essere un luogo dove si gioca, è rimasto per troppo tempo l’ultimo posto al mondo dove era vietato essere se stessi?