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12 Gennaio 2026
Jack MacKenzie
Il sangue sul bordo del campo, la fasciatura che si tinge di rosso, una sedia fatta a pezzi che vola dalla curva sbagliata: in pochi secondi la festa a Tannadice diventa uno choc collettivo. Lì, il 17 maggio 2025, l’Aberdeen saluta i suoi tifosi dopo la partita con il Dundee United quando un frammento di seggiolino colpisce al volto il difensore Jack MacKenzie. Non lo ha lanciato un avversario, non lo ha scagliato la parte “calda” dei rivali. È partito dal settore dei suoi. E gli lascia una lacerazione profonda allo sopracciglio sinistro e un’abrasione sotto l’occhio: una “permanente sfigurazione” secondo gli atti di tribunale. A distanza di otto mesi, quel gesto ha il suo epilogo: il tifoso David Gowans, 31 anni, viene condannato a 18 mesi di carcere e a un divieto dagli stadi di 10 anni. Un punto fermo — almeno nelle intenzioni — sulla linea di confine tra tifo e disordine.
Il contesto è quello di una domenica ad alta tensione. Il Dundee United batte l’Aberdeen per 2-1, i padroni di casa si assicurano il quarto posto in Premiership e un biglietto per l’Europa, la gente entra in campo per festeggiare. Mentre in campo c’è confusione, Jack MacKenzie — allora difensore dei Dons — si avvicina alla zona sotto il settore ospiti per ringraziare. Dall’alto del Fair Play Stand vola un pezzo di seggiolino che lo centra in pieno. Le immagini mostrano il giocatore steso a terra, l’intervento dei medici, poi la sedia a rotelle per lasciare il campo. La lap of honour dello United viene cancellata. In quel momento, in quella porzione di stadio, la differenza fra esultanza e pericolo si è dissolta.
L’autore del lancio, David Gowans, viene identificato nelle settimane successive. I documenti presentati in aula raccontano anche di messaggi inviati da lui alla supporter liaison officer dell’Aberdeen, Lynne Fiske, in cui ammette di aver lanciato il pezzo di seggiolino e definisce l’atto un “errore disastroso”. Secondo la difesa, quella sera era fortemente ubriaco: tanto da perdere il pullman dei tifosi e dover rientrare in taxi. Ma l’ammissione di colpevolezza arriva comunque: in ottobre 2025 Gowans riconosce in tribunale la condotta “colpevole e sconsiderata”.
Il 12 gennaio 2026, davanti allo sceriffo (giudice) Alastair Carmichael al Dundee Sheriff Court, cade l’ultimo velo. Il magistrato sottolinea la gravità del gesto — “egoista, pericoloso e del tutto irresponsabile” — e la sua potenziale capacità di innescare ulteriore disordine in uno stadio già in ebollizione. Da qui la scelta di una pena detentiva: “Non c’è alternativa ragionevole al carcere”, afferma il giudice, che aggiunge anche un Football Banning Order (FBO) al massimo della durata consentita: 10 anni. A livello sportivo, l’Aberdeen FC ha già provveduto: ban a vita per Gowans dagli impianti e dalle attività del club.
Sul piano legale, la cornice è chiara: in Scozia, la legge sulla Police, Public Order and Criminal Justice (Scotland) Act 2006 prevede che, se accompagnato da una pena detentiva, un FBO possa arrivare fino a 10 anni; nelle altre ipotesi il tetto è di 5 anni (minimi: rispettivamente 6 e 3 anni). È un dispositivo pensato per proteggere l’ordine pubblico e prevenire la recidiva, con sanzioni penali in caso di violazione. Nel caso Gowans, il divieto decennale si somma al periodo in cella e intende svolgere una funzione sia punitiva sia dissuasiva.
Per Jack MacKenzie, quel pezzo di plastica dura più di una notte. Il referto parla di una lacerazione profonda di 5 cm allo sopracciglio sinistro e di una abrasione di 5 cm sotto l’occhio: lesioni che lasciano “una sfigurazione permanente”. Oggi il difensore è passato al Plymouth Argyle, ma quel segno è un promemoria fisico della vulnerabilità dei calciatori in certi contesti. Il suo caso richiama la responsabilità collettiva: la sicurezza non è solo una questione di steward e telecamere; è anche cultura di tifo e autocontrollo.
L’episodio di Tannadice arriva in una stagione segnata dal tema degli invasioni di campo e del crescente “lancio di oggetti” nei campionati britannici. Gli allarmi non riguardano solo la Scozia: ma qui la discussione è particolarmente intensa, e lo è da anni. Figure apicali della Scottish FA chiedono un uso più determinato dei divieti per arginare comportamenti pericolosi, ricordando che gli ordini esistono e possono essere applicati con rigore. L’obiettivo è semplice: proteggere la maggioranza dei tifosi, che va allo stadio per passione e non per creare problemi.
Il dibattito pubblico ha toccato anche il tema dell’alcol negli stadi, con proposte di progetti-pilota (in aree senza vista sul campo) e il monitoraggio delle autorità: un pendolo delicato tra l’idea di normalizzare l’esperienza del matchday e il dovere di prevenire situazioni di rischio. Il caso Gowans, con la ubriachezza indicata dalla difesa, è diventato per alcuni l’argomento perfetto per frenare ogni apertura; per altri, è la dimostrazione che servono regole chiare e controlli efficaci, più che divieti assoluti.
Quando lo sceriffo Carmichael insiste sul “quadro più ampio”, non parla solo a Gowans. Parla a tutti i protagonisti del calcio: club, lega, amministrazioni locali, polizia, tifoserie organizzate. Il lancio di un oggetto non è un “gesto isolato”: è un atto che può accendere la miccia della massa, specie in giornate in cui l’adrenalina e l’alcol possono alterare le percezioni. La sentenza — 18 mesi di detenzione e 10 anni di divieto — è un segnale netto: la tolleranza è zero.
Il caso Gowans ha visto una risposta interna immediata: Aberdeen FC gli ha imposto un ban a vita. È una scelta che molti club stanno adottando per riallineare la responsabilità del singolo alla responsabilità dell’organizzazione. Il ragionamento è semplice: il club non può controllare ogni individuo, ma può fissare standard e conseguenze chiare per chi li infrange, allontanando chi trasforma lo stadio in un luogo di rischio. In parallelo, l’uso crescente delle telecamere e delle collaborazioni con le forze dell’ordine facilita l’identificazione rapida dei responsabili.
Una nota dal tribunale: nel pubblico c’è chi piange mentre il giudice legge la sentenza. Il condannato saluta con un gesto della mano prima di essere portato via. Nell’aula entra la consapevolezza che non si sta parlando di un “mostro”, ma di un errore enorme con conseguenze enormi. Anche questo è un punto utile: umanizzare non significa assolvere; significa capire perché la prevenzione deve iniziare ben prima della porta d’ingresso dello stadio, tra educazione, campagne mirate e una più efficace gestione degli eventi ad alto rischio.
L’habitus del post-partita — i giocatori che si avvicinano sotto il settore per applaudire — è un rito prezioso. Ma in contesti di alta emotività e con invasioni in corso, può diventare zona grigia. Un protocollo chiaro, condiviso tra SPFL e club, potrebbe prevedere che l’omaggio ai tifosi avvenga:
Sulla pelle di Jack MacKenzie resterà la cicatrice. Le carte giudiziarie la chiamano “permanente sfigurazione”. Sono parole pesanti, più di qualunque slogan anti-violenza. Eppure, nella sua carriera c’è anche la parola ripartenza: oggi gioca nel Plymouth Argyle, un capitolo nuovo, mentre il sistema calcio scozzese prova a far tesoro di questa ferita per affilare gli strumenti di prevenzione e giustizia.
Cosa cambia, davvero, dopo 18 mesi di carcere e 10 anni di FBO?
Il calcio non può e non deve smettere di essere gioia. Ma la gioia, senza regole, si trasforma nel contrario. A Tannadice, quel giorno, è bastato un gesto per cambiare una faccia e, forse, cambiare qualcosa anche nel modo in cui la Scozia pensa la sicurezza allo stadio.
C’è un paradosso nel caso Gowans: ferire il “proprio” giocatore è l’antitesi del tifo. Eppure è accaduto. Le motivazioni possono essere mille — alcool, frustrazione, l’illusione dell’anonimato nella massa — ma la responsabilità resta individuale. La sentenza del 12 gennaio 2026 ha il valore di una linea rossa tracciata con chiarezza: chi oltrepassa quella soglia risponde non solo al proprio club, ma alla legge. E il calcio, quello vero, potrà continuare a essere un gioco soltanto finché ogni singolo — in curva come in campo — ricorderà che il primo avversario è sempre l’incoscienza.