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Il Golden Boy che fermava il tempo con la suola e vinse il Pallone d’Oro camminando

Gianni Rivera, il ragazzo troppo magro per essere vero che divise un Paese in due e decise la Partita del Secolo facendosi perdonare un errore mortale

Gianni Rivera

Gianni Rivera

Alessandria: il predestinato nella nebbia
Gianni Rivera nasce ad Alessandria il 18 agosto 1943. Mentre l’Italia è sotto le bombe, nasce il giocatore che le restituirà la bellezza.
Debutta in Serie A il 2 giugno 1959. Alessandria-Inter.
Non ha ancora sedici anni.
È un dettaglio che fa spavento. A quell’età, i ragazzi normali pensano alla scuola o alle ragazze. Lui pensa a come non farsi spezzare le gambe dai difensori grandi il doppio di lui.
Fisicamente sembra inadatto allo sport. È magro, fragile, con la riga in mezzo ai capelli sempre perfetta. I critici lo guardano e scuotono la testa: «Troppo leggero per il calcio vero».
Ma Rivera ha un segreto. Non corre dietro alla palla. La palla va dove dice lui.
Entra nel calcio dei grandi con un’educazione sabauda: tocca la sfera con la delicatezza di chi sta maneggiando un cristallo di Boemia. Lo diranno per decenni: «Non suda», «Cammina», «Non corre».
La verità è un’altra: Rivera gioca nel futuro. Vede il passaggio un secondo prima che la linea si apra. E quando la linea si apre, la palla è già lì.

Milan e il Paròn: la strana coppia
Nel 1960 passa al Milan.
È l’inizio di una storia d’amore che durerà diciannove anni. 658 presenze, 164 gol.
Ma per capire Rivera, bisogna capire l’uomo che lo adotta. Nereo Rocco. Il Paròn.
Rocco è triestino, grezzo, sanguigno, ama il vino rosso e le parole forti. Rivera è silenzioso, colto, algido.
Sembrano l’acqua e l’olio. Invece diventano padre e figlio.
Rocco costruisce un muro di fabbri dietro per permettere a Rivera di dipingere davanti.
Nel 1963, a Wembley, alzano la prima Coppa dei Campioni della storia del calcio italiano. Battono il Benfica di Eusébio. Rivera ha vent’anni e ha appena servito due assist a José Altafini che sono due teoremi di geometria applicata.
L’Italia smette di essere la periferia del calcio e si siede al tavolo dei grandi. E ci si siede in smoking, grazie a lui.

L’Abatino e il Pallone d’Oro
Non tutti lo amano. Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo dell’epoca, lo chiama «Abatino».
È un soprannome velenoso. Vuole dire: mezzo prete, senza muscoli, senza la garra che serve per sopravvivere.
Rivera risponde sul campo. E fuori. Non sta zitto. Ha opinioni. È un leader tecnico che divide l’opinione pubblica come un referendum politico: o stai con lui, o stai contro di lui.
Nel 1969, il dibattito finisce. O almeno, si prende una pausa. Rivera vince il Pallone d’Oro.
È il primo italiano nato in Italia a vincerlo.
In quell’anno, il Milan ha vinto tutto. Coppa dei Campioni a Madrid contro l’Ajax di un giovane Cruijff. Intercontinentale in una macelleria argentina contro l’Estudiantes.
Il premio di France Football certifica una cosa: in Europa, la parola «classe» ha il volto di quel ragazzo di Alessandria che non ha bisogno di urlare per farsi ascoltare.

La Staffetta: la guerra civile italiana
Con la Nazionale è un’altra storia. È un dramma shakespeariano.
Quattro Mondiali. Ma soprattutto, il dualismo.
Rivera contro Mazzola.
Il Milan contro l’Inter. L’artista contro l’atleta. L’inventiva contro la tattica.
Ferruccio Valcareggi, il ct, decide che non possono giocare insieme. Nasce la «Staffetta». Un tempo per uno.
Non è una scelta tecnica. È una questione culturale. L’Italia si spacca in due. Nei bar si litiga, ci si insulta. Rivera diventa il simbolo di chi vuole il talento al potere, Mazzola di chi vuole l’equilibrio.

Messico 70: Inferno e Paradiso in due minuti
17 giugno 1970. Città del Messico. Stadio Azteca.
Italia-Germania Ovest 4–3. La Partita del Secolo.
Rivera entra nel secondo tempo. La partita va ai supplementari.
Al minuto 110, succede la catastrofe.
Calcio d’angolo per la Germania. Rivera è sul palo. Gerd Müller, il bomber, colpisce di testa. Rivera è lì, potrebbe respingerla. Ma si scosta. O forse salta male. La palla passa tra il suo fianco e il palo. Gol. 3–3.
Il portiere Albertosi, furioso, gli urla contro di tutto. Rivera sembra un uomo morto. È colpevole.
La palla torna al centro.
Minuto 111.
Boninsegna scappa sulla sinistra. Mette un pallone rasoterra al centro, all’indietro.
Rivera arriva a rimorchio. Non carica il tiro. Non usa la forza.
Usa il «piattone».
Colpisce la palla di piatto destro, prendendo in controtempo il portiere tedesco Sepp Maier.
La palla rotola in rete.
4–3.
In sessanta secondi, Rivera è passato dall’essere il traditore della patria all’essere l’eroe nazionale. È la fotografia perfetta della sua carriera: un talento che si prende la responsabilità di decidere, nel bene e nel male, quando la palla scotta.

I sei minuti della vergogna
Finale contro il Brasile. Pelé, Jairzinho, Rivelino.
L’Italia è stanca. Perde 4–1.
Ma la ferita vera non è il risultato. È la panchina.
Valcareggi fa entrare Rivera solo all’84esimo minuto.
Sei minuti.
Il Pallone d’Oro, l’uomo che ha risolto la semifinale, umiliato in mondovisione. Quei sei minuti diventano un caso di stato. Al ritorno in Italia, la Nazionale viene accolta con i pomodori, non per la sconfitta, ma per non aver fatto giocare Rivera.
È la dimostrazione che Gianni non era solo un giocatore. Era un sentimento popolare.

Il sindacalista in scarpini
C’è un’ultima faccia di Rivera, decisiva.
3 luglio 1968.
Mentre gli studenti fanno la rivoluzione nelle piazze, Rivera fa la rivoluzione negli alberghi di lusso.
Firma l’atto costitutivo dell’Associazione Italiana Calciatori.
In un’epoca in cui i giocatori sono proprietà delle società, carne da macello che viene venduta senza consenso, lui si alza e dice: «Noi siamo lavoratori. Abbiamo diritti».
È un gesto di una modernità sconvolgente. Rivera capisce prima degli altri che il calcio sta diventando un’industria e che i protagonisti devono avere una voce.

L’eredità
Cosa resta di Gianni Rivera, oggi?
Resta la convinzione che la velocità più importante non sia quella delle gambe, ma quella del pensiero.
Resta la lezione che si può dominare una partita anche abbassando i ritmi, anche camminando, se sai esattamente dove andare.
Il Golden Boy non è stato solo il simbolo di un calcio romantico in bianco e nero. È stato il primo calciatore moderno d’Italia.
Perché moderno è chi capisce che il talento, da solo, è un dono inutile se non hai il coraggio di caricarti sulle spalle le aspettative di un Paese intero, e di portarle al traguardo con la testa alta e la schiena dritta.

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