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14 Gennaio 2026
Don Joe Galea
Nichelino: la cintura e la polvere
Ci sono società che nascono per vincere i campionati, per riempire le bacheche e finire sui giornali. E poi ci sono società che nascono per un motivo molto più serio: per non perdere i ragazzi. Le grandi società scomparse del calcio di periferia torinese appartengono quasi tutte a questa seconda categoria. Nomi che oggi sopravvivono nei racconti al bar, tra un caffè corretto e una sigaretta, o in qualche vecchia foto ingiallita dove le maglie sembrano di lana anche se era agosto. Il G.S. Don Bosco Nichelino è stato esattamente questo. Non una squadra. Un porto sicuro. Un oratorio che, a un certo punto, ha deciso di prendersi maledettamente sul serio. Per qualche decennio, chi è cresciuto a Nichelino, nella cintura sud di Torino, sapeva che non c’era modo migliore di misurare le stagioni della vita che guardare i ragazzi correre su quel rettangolo di gioco in Viale Kennedy.
Don Joe: il portiere con la tonaca
Per capire il miracolo del Don Bosco, bisogna partire da un accento. Un accento che sa di sale, di vento, di Mediterraneo. Don Joe Galea. Arriva da Gozo, l’isola sorella di Malta. Sbarca nel torinese a metà degli anni Ottanta, passa per Mirafiori Sud, e nel 1986 pianta la tenda a Nichelino. Non è un prete qualunque. Porta addosso la luce del sud e una convinzione teologica inattaccabile: per parlare ai ragazzi non serve il pulpito, serve entrare nel loro mondo. E il mondo dei ragazzi, a Nichelino, è rotondo e rotola. Don Joe ha un passato da portiere. È arrivato fino alle selezioni della nazionale maltese. Il pallone per lui non è una metafora astratta del Vangelo; è un oggetto concreto, ruvido, che rimbalza male sul cemento e bene sull’erba. È la chiave inglese con cui smontare la serratura della diffidenza. Con quella chiave, Don Joe tira fuori dalla strada centinaia di anime, trasformando un cortile in un laboratorio sociale a cielo aperto.
1986: la genesi di un’istituzione
L’anno zero è il 1986. L’oratorio smette di essere solo il luogo del "palla lunga e pedalare" e diventa società. Affiliazione FIGC, matricola, timbri, carte bollate. Ma soprattutto, organizzazione. Nel giro di pochi anni, il Don Bosco diventa una corazzata della cintura. Pulcini, Esordienti, Giovanissimi, Allievi. Per un ragazzino di Nichelino, indossare quella tuta, portare quel borsone, significa appartenere a qualcosa. Don Joe non offre solo sacramenti. Offre una linea educativa. Chi entra nel gruppo sportivo non trova solo schemi su calcio d’angolo; trova una comunità che chiede rispetto, voti decenti a scuola e la capacità di chiedere scusa quando si entra a gamba tesa sulla vita degli altri. La messa della domenica e il torneo del sabato non sono in concorrenza: sono il primo e il secondo tempo della stessa partita.
Viale Kennedy: il teatro dei sogni di periferia
Chi ha giocato lì, se lo ricorda. Il campo di Viale John Kennedy. Non era un campetto di patate. Per i ragazzi di allora, era San Siro. Tribune, spogliatoi che profumavano di linimento, un rettangolo di gioco curato. L’odore dell’erba (o della terra battuta, quando l’inverno piemontese non perdonava nessuno), i pomeriggi che si allungavano fino a che i lampioni non si accendevano, le voci dei mister che rimbalzavano tra i palazzoni popolari. Giocare "al Don Bosco" voleva dire sentirsi, per novanta minuti, dei professionisti. Arrivavano squadre da tutta la provincia, e sapevano che lì non si scherzava.
I Pairetto e i Colombino: la borghesia del pallone
Ma un oratorio, per quanto nobile, non vive di sole preghiere. Servono i soldi. Serve l’organizzazione. Serve la benzina per i pulmini. Attorno a Don Joe si stringe un cerchio magico di famiglie. C’è il nome che tutti conoscono: i Pairetto. Pierluigi Pairetto. Arbitro internazionale, l’uomo che ha diretto finali e Mondiali. A Nichelino non è solo la giacchetta nera della TV. È una presenza fisica, costante. Dirigente, organizzatore, padre. Suo figlio Luca crescerà su quei campi per poi seguire la strada del fischietto fino alla Serie A. E poi i Colombino. Una dinastia di portieri e giocatori che attraversano le categorie giovanili come un filo rosso, arrivando fino alle rappresentative regionali. Sono loro, insieme ad altri imprenditori locali che preferiscono il silenzio alla ribalta, a tenere in piedi la baracca. Ristrutturazioni, iscrizioni, kit da gioco. È un triangolo perfetto: il prete visionario, i volontari con le mani sporche di terra, le famiglie che mettono il portafoglio e la faccia.
La scusa del pallone
Se Don Joe è l’anima, i laici come il signor Sparascio sono le braccia. Tecnico, dirigente, istituzione. La formula è di una semplicità disarmante, quasi rivoluzionaria: allenamenti seri, partite vere, ma con la certezza che il risultato conta meno della crescita. «La scusa del pallone», diranno anni dopo. Con quella scusa, il Don Bosco evita che una generazione cresciuta tra il traffico e i palazzi grigi finisca nei giri sbagliati. Quella maglia biancorossa (o blu, a seconda delle mode e degli sponsor) è stata un’alternativa concreta al nulla. Il palmarès non è pieno di scudetti. Ma è pieno di salvezze. Di campionati provinciali giocati con il coltello tra i denti, di tornei estivi vinti contro i ricchi della collina. Risultati che, in periferia, valgono quanto una Champions League.
8 febbraio 2007: il fischio finale di Don Joe
Ogni storia ha un punto di rottura. Per il Don Bosco, il cronometro si ferma l’8 febbraio 2007. Don Joe Galea muore all’improvviso. Ha 54 anni. Nichelino si ferma. È una ferita collettiva. Non se ne va solo un prete; se ne va il centro di gravità permanente di un quartiere. Arriva Don Joshua, un altro maltese, che prova a raccogliere il testimone. Ma il mondo sta cambiando. I costi aumentano, le strutture comunali diventano burocrazia pura, arrivano le scuole calcio dei professionisti che promettono il paradiso e svuotano gli oratori. Il Don Bosco resiste, lotta, ma è una partita in inferiorità numerica. Lentamente, scivola fuori dai radar, lascia spazio ad altre sigle, diventa memoria.
Quello che resta
Nel luglio 2024, il Comune di Nichelino intitola una via a Don Joe Galea. Proprio lì, dove correvano i ragazzi. È il riconoscimento che quella storia non era solo sport. Era vita. Oggi il nome G.S. Don Bosco non compare più nelle classifiche del lunedì mattina. Ma se guardate bene, se ascoltate con attenzione nei bar di Nichelino, lo trovate ancora. È nei racconti dei cinquantenni che dicono «io giocavo al Don Bosco». È nei curriculum di arbitri e dirigenti che hanno imparato lì il mestiere. È nella faccia di quegli uomini che, grazie a un prete di Malta e a un campo di terra, hanno imparato che si può stare al mondo rispettando le regole, e che a volte, per essere felici, basta un pallone che rotola verso la porta giusta.