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Il Dottore che curava il calcio con un’alzata di mano e spiegò al Brasile che la libertà si impara nello spogliatoio

Il ritratto di Sócrates, il capitano con la laurea in medicina che trasformò il Corinthians in una repubblica autonoma, dimostrando che per vincere non serve un padrone, basta una coscienza

Socrates

Socrates

Il paradosso con i tacchetti e lo stetoscopio

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Un nome che occupa tre righe di anagrafe e che sembra portare già scritto il destino di chi deve pensare per tutti. San Paolo, primi anni Ottanta. In un mondo dove i calciatori sono spesso considerati bambini viziati o soldatini obbedienti, Sócrates è un errore di sistema. È alto, magro, con una barba da rivoluzionario cubano e un passo che sembra sempre troppo lento, finché non ti accorgi che è arrivato prima di te. Si laurea in medicina mentre gioca da professionista. Non è un titolo onorifico. È sudore sui libri. Il soprannome «Doutor» se lo porta addosso non come un vezzo, ma come una lente d’ingrandimento. In campo non corre a vuoto: diagnostica. Guarda la partita come se fosse una cartella clinica, individua il sintomo, prescrive la cura con un colpo di tacco. Perché il tacco, per lui, non è estetica: è il modo più veloce per non dover girare tutto quel corpo lungo e sgraziato.

San Paolo: la primavera dentro l’inverno

Il Brasile è ancora stretto nella morsa della dittatura militare. I Generali comandano, la gente obbedisce, la censura taglia le parole. Ma nel Parco di San Giorgio, la casa del Corinthians, succede qualcosa di impensabile. Il club viene da anni bui. Retrocessioni, crisi, depressione. Arriva un nuovo presidente, Waldemar Pires. E arriva un direttore del calcio che non è un ex mediano spezzagambe, ma un sociologo: Adílson Monteiro Alves. Insieme a Sócrates e a Wladimir, il terzino sindacalista, decidono di fare la rivoluzione. Ma non la fanno con le armi. La fanno con la cosa più pericolosa che esista in una dittatura: la parola.

La Democrazia corinthiana: una testa, un voto

L’idea è disarmante nella sua semplicità: si vota. Su tutto. Non è una consultazione di facciata per far contenti i giornali. È una prassi quotidiana. Si vota per decidere a che ora si pranza. Si vota per decidere quali giocatori comprare. Si vota, soprattutto, per abolire la concentração, il ritiro punitivo pre-partita che trattava i professionisti come reclute in caserma. La regola è ferrea: «Una testa, un voto». Il voto di Sócrates, il capitano, il genio, vale esattamente quanto quello del massaggiatore, del magazziniere o del terzo portiere. È un capovolgimento totale della gerarchia sportiva. Se contano tutti, allora la squadra non è più un reggimento che prende ordini dall’alto. Diventa una micro-società responsabile. Se perdi la domenica, non è colpa del mister: è colpa tua, perché hai deciso tu come preparare la partita.

La maglia come volantino politico

Il calcio, di solito, è una spugna che assorbe il rumore del Paese. La Democracia Corinthiana fa il contrario: restituisce al Paese una voce. Nel 1982, ci sono le prime elezioni statali dopo anni di silenzio. Il Corinthians scende in campo con una scritta sulla schiena, sopra il numero. Niente sponsor di bibite o banche. C’è scritto: «Dia 15 Vote». Il 15 andate a votare. È un messaggio politico potentissimo, sparato in diretta tv nelle case di milioni di brasiliani che si erano disabituati a scegliere. Non dicono per chi votare. Dicono di votare. Insegnano l’esercizio della cittadinanza con il pallone tra i piedi. Se impari a votare nello spogliatoio per scegliere il menu del pranzo, forse ti viene voglia di votare anche fuori per scegliere il governatore.

«Diretas Já»: la promessa e l’addio

Il 1984 è l’apice e il precipizio. Il Brasile è in piazza. Il movimento si chiama «Diretas Já». Chiedono l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Sócrates sale sul palco. Ha la maglia gialla addosso, il pugno chiuso. Davanti a una marea umana fa una promessa solenne, quasi un ricatto d’amore: «Se passa l’emendamento Dante de Oliveira, se ci date le elezioni libere, io non vado a giocare in Italia. Resto qui». È un patto pubblico. Mette sul piatto la sua carriera, i miliardi della Serie A, il suo futuro. Ma la politica ha tempi più cinici del calcio. L’emendamento non passa per pochi voti in Parlamento. La delusione è cocente. Sócrates deve mantenere la parola al contrario: aveva detto che restava se vinceva la democrazia. La democrazia perde, e lui parte. Va alla Fiorentina. È un addio malinconico. Senza il suo leader spirituale, la Democrazia Corinthiana perde forza, si sfalda, rientra nei ranghi. Come succede a tutte le utopie quando si svegliano al mattino.

Vincere, sì, ma come?

Sarebbe ingiusto, però, ridurre tutto a un comizio. Quel Corinthians vince. Vince il Campionato Paulista nel 1982 e nel 1983. È la risposta a tutti i critici, a quelli che dicevano: «Se non c’è un capo che urla, sarà l’anarchia». Invece giocano un calcio meraviglioso, fluido, intelligente. Perché uomini trattati da adulti giocano da adulti. E poi c’è il Mondiale del 1982 in Spagna. Quella Seleção è forse la più bella squadra a non aver mai vinto nulla. Zico, Falcão, Cerezo, Junior. E lui, il Capitano. Non alza la Coppa del Mondo, eliminato dall’Italia di Paolo Rossi al Sarrià, ma lascia un segno indelebile. In quel centrocampo, Sócrates non è solo un giocatore. È un filosofo che spiega al mondo che si può perdere una partita senza perdere la propria dignità, se si è rimasti fedeli alla propria bellezza.

Firenze e il ritorno

L’esperienza italiana è agrodolce. Firenze è una città d’arte, e lui è un artista, ma il calcio italiano degli anni Ottanta è una gabbia tattica. Sócrates è lento, pensa troppo per i ritmi del nostro campionato, e soprattutto ha la saudade dell’anima. Fuma, beve birra, discute di politica, ma in campo fatica. Torna in Brasile, chiude la carriera, torna a fare il medico. Scrive, parla, beve troppo. Muore il 4 dicembre 2011. Aveva detto: «Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo». Quel giorno è domenica. Il Corinthians gioca, pareggia e vince il campionato brasiliano. Prima della partita, i giocatori si mettono in cerchio a centrocampo e alzano il pugno chiuso al cielo. Non è un saluto militare. È il saluto del Dottore.

Il Tacco di Dio: non un vezzo, una religione

C’è un’immagine che l’Italia si porta dietro, più forte della sua lentezza e delle sue sigarette. È quel colpo di tacco.
Qui da noi lo hanno ribattezzato «Il Tacco di Dio».
Un soprannome che sembra una bestemmia, ma che in realtà è una preghiera laica. Perché Sócrates non usava il tacco per umiliare l’avversario o per prendere gli applausi del circo. Lo usava perché era l’unico modo per far viaggiare la palla alla stessa velocità del suo pensiero, senza dover girare quel corpo lungo e macchinoso.
Pelé, che di solito non faceva complimenti a nessuno, disse: «Sócrates gioca meglio all'indietro di quanto molti giochino in avanti».
Era vero. Con quel gesto, Sócrates ci ha insegnato che nel calcio, come nella vita, a volte per andare avanti bisogna avere il coraggio di guardare indietro, e che la bellezza non è mai un orpello inutile: è l'unica strada per arrivare alla verità.

L’eredità del processo

Quando si racconta la Democracia Corinthiana, spesso ci si ferma al folklore: le assemblee, le sigarette, le maglie con gli slogan. Ma la lezione più moderna è un’altra. È l’idea che il potere, nello sport come nella vita, non sia solo «comando». È «processo». Sócrates ha dimostrato che si può gestire un gruppo di maschi alfa milionari senza usare il bastone, ma usando la responsabilità. Non ha fatto cadere la dittatura da solo, certo. Nessun calciatore può farlo. Ma ha aperto una crepa nel muro. Ha reso visibile il diritto di partecipare nel luogo più popolare e conservatore del mondo: uno stadio di calcio. E ci ha insegnato che un passaggio di tacco, se fatto con l’intenzione giusta, può essere un atto politico molto più efficace di un discorso in Parlamento.

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