Borgo Vittoria: il rumore di fondo
A Torino la periferia non fa silenzio. Frena, accelera, vibra.
Borgo Vittoria è sempre stata così. Una zona che ti entra addosso con il traffico della tangenziale e con i palazzi tutti uguali, e poi ti sorprende con un rettangolo verde che sembra una parentesi aperta nel cemento armato.
Il Victoria Ivest, prima ancora che una squadra di calcio, è stato questo: un cancello.
Un cancello che si apriva e trasformava la giornata di un quartiere operaio in un calendario liturgico fatto di allenamenti, pulmini, borse, scarpe sporche di terra, luci che si accendono quando il sole ha già deciso di scendere dietro le Alpi. Per tanti non era «andiamo a giocare». Era «andiamo al Victoria». Come se fosse un paese straniero. Come se fosse una destinazione finale.
1947: l’indirizzo emotivo
La storia comincia nel dopoguerra. Anno 1947.
È un’epoca in cui le società sportive nascono perché i quartieri hanno bisogno di un centro di gravità, anche senza chiamarlo così. Il «Victoria» è un nome che suona come una promessa di trionfo, ma in realtà è soprattutto un indirizzo emotivo: appartenenza, abitudine, presenza fisica.
In quegli anni il calcio popolare torinese è fatto di campi polverosi, bar di riferimento dove si fanno le formazioni, parrocchie e dopolavoro FIAT. Il Victoria sceglie subito una strada diversa, più strutturata, meno estemporanea. E questa è la prima differenza con tante realtà nate per un lampo di genio e finite per stanchezza: qui c’è continuità, non improvvisazione.
L’industria entra in campo: arriva l’Ivest
A metà anni Cinquanta il nome Victoria incrocia un cognome che sa di ufficio e cantiere: Furnari.
La famiglia di Antonino «Nino» Furnari è alla guida dell’IVEST. Industria Vernici E Smalti Torino.
Un’azienda vera. Che non si limita a mettere il logo sulle maglie per vanità, ma entra nel destino del club come si entra in un consiglio di amministrazione. Nel 1965 nasce ufficialmente l’U.S. Ivest come espressione aziendale, e nel 1967 matura la fusione.
La società diventa Victoria Ivest. Non è un semplice ritocco grafico allo stemma. È un cambio di statura.
In quegli anni, per molte società dilettantistiche, l’impresa non è sponsor «di passaggio»: è sostegno, spalle larghe, idee pratiche. L’Ivest porta organizzazione, competenze amministrative, una mentalità da fabbrica che entra nelle riunioni di società: bilanci, programmazione, investimenti sugli impianti. È il momento in cui il club comincia a ragionare come si ragiona quando vuoi restare, non solo apparire. E restare, nel calcio dei quartieri, significa una sola parola che pesa come un macigno: struttura.
Nino Furnari: il ragioniere che vedeva il futuro
C’è una scena che, se fosse un film neorealista, sarebbe girata in una stanza semplice, con troppe sedie e poca aria, e il fumo delle sigarette che sale al soffitto.
Nel 1965 si parla di unire pezzi di strada, di portare dentro energie nuove. È in quel passaggio che si avvicina Antonino «Nino» Furnari. Classe 1938, cresciuto nelle scuole salesiane di Valdocco — un dettaglio che a Torino spiega molte cose sull’educazione —, diplomato ragioniere, già arbitro e dirigente nel piccolo mondo del calcio locale.
Nel settembre 1966 accetta la presidenza del Victoria. La terrà ininterrottamente fino al 1995, prima di diventare presidente onorario.
Da quel momento il Victoria Ivest non è più soltanto una società che «fa calcio»: diventa una società che lo organizza. Furnari è uno di quei dirigenti che non cercano l’applauso della domenica pomeriggio: cercano un sistema che stia in piedi il lunedì mattina, il mercoledì sera, il venerdì notte. Quando contano davvero le cose difficili e noiose: orari, documenti, campi, categorie, persone.
Via Paolo della Cella: l’educazione sentimentale
Prima di via Veronese c’è via Paolo della Cella.
E via Paolo della Cella, per chi è cresciuto lì, non è un luogo topografico: è un’educazione sentimentale.
Gli spogliatoi sanno di umido e di linimento, i palloni rimbalzano contro i muri scrostati, le reti portano addosso il segno delle stagioni, e c’è quella sensazione precisa di Torino: sei in città, ma sembra di essere in un mondo a parte, protetto dalla nebbia.
Nel 1971, sotto la presidenza Furnari, la società inaugura il nuovo impianto proprio lì. Campi propri, tribuna, locali sociali: un lusso raro per il dilettantismo dell’epoca. In quel campo il Victoria Ivest costruisce la filiera: non l’idea romantica del «ragazzo di talento» pescato per caso in un prato, ma la pazienza dei gruppi che si formano e salgono insieme. Il club, per anni, è un posto dove impari che esistono regole, che i minuti si guadagnano, che la divisa non è un costume di carnevale.
Il ponte con il Toro e i ragazzi che ce la fanno
Nel 1970 arriva un accordo con il settore giovanile del Torino FC. Il Toro affida al Victoria Ivest la gestione di giocatori in esubero e di ragazzi in uscita.
È un riconoscimento implicito: significa che dall’altra parte, quelli del Filadelfia, ti vedono come un posto serio, affidabile, utile. Non è una favola da raccontare ai genitori per incassare la retta: è una filiera vera, un ponte levatoio.
Da quella collaborazione passeranno nomi che faranno strada tra i professionisti. Benito «Benny» Carbone, il fantasista tascabile. Roberto Rambaudi, l’ala della Lazio di Zeman. Entrambi transitati dall’universo Victoria-Ivest. Per il club è la conferma di un’identità: non essere un club «di passaggio», ma una cerniera. Un luogo dove i ragazzi possono crescere senza essere bruciati, dove l’organizzazione sostiene il talento invece di inseguirlo disperatamente.
1975: la prima squadra alza la testa
La prima squadra, a quel punto, non è più una nota a margine del settore giovanile. Nel 1975 arriva una promozione storica in Prima Categoria, dopo anni di lavoro sulla base. È il segnale che la società non vive solo di attività sociale, ma anche di competitività.
Non serve trasformare questa parte in leggenda omerica: basta immaginare una domenica qualunque, la tribuna piena «quanto basta», le facce conosciute dei pensionati, l’idea che quel campo non sia un dopolavoro, ma un pezzo di identità collettiva. Intanto il club continua ad allestire squadre in tutte le fasce d’età, dagli Esordienti agli Juniores, diventando una delle società torinesi con il vivaio più strutturato e temuto.
Pescara 1987: lo Scudetto di periferia
Nel corso degli anni Ottanta il Victoria Ivest affina il proprio modello. Istruttori qualificati, programmazione, attenzione alla crescita educativa. Già nel 1982-83 gli Allievi conquistano il titolo regionale.
Poi c’è il 1987.
Lo scudetto Allievi.
Il tipo di risultato che, nel calcio dei grandi, scivola via come una riga nelle statistiche di fine anno, ma nel calcio dei quartieri diventa una storia raccontata per trent’anni davanti a una birra.
A Pescara, nella finale contro il Montesacro Roma, gli Allievi del Victoria Ivest allenati da Gigi Fantinuoli vincono 1-0. Portano a Borgo Vittoria un tricolore che nessuno potrà più togliere dalla bacheca.
Non è solo un titolo: è una dimostrazione di metodo. Vuol dire che una società di periferia, con campi e orari e idee chiare, è stata capace di arrivare dove arrivano i club che hanno nome, budget, prestigio. E lo ha fatto restando se stessa: senza smettere di essere Borgo Vittoria.
Tabor e l’espansione dei confini
A un certo punto compare anche «Tabor» accanto alla denominazione.
Nel mosaico del calcio dilettantistico torinese, i nomi raccontano incroci, acquisizioni, fusioni, passaggi di consegne che sembrano trattati diplomatici. Tabor è una delle realtà inglobate nell’orbita Victoria-Ivest in un processo di allargamento del perimetro sociale.
Queste non sono solo etichette: dicono che la società ha unito energie, ha provato a tenere insieme più comunità sotto un’unica bandiera. Su questa fase vale la regola aurea: niente folklore, solo ciò che possiamo sostenere con le carte.
Furnari: il politico del pallone
Nel frattempo, la figura di Nino Furnari esce dai confini di via Veronese.
Da presidente del Victoria Ivest, promuove corsi per dirigenti, partecipa alla nascita di associazioni come l’ASPICALCIO per dare voce ai club dilettanti nelle sedi federali dove si decidono le sorti del movimento. Viene eletto più volte consigliere del Comitato Regionale FIGC Piemonte-Valle d’Aosta.
Nel 1996 riceve la Stella d’Argento al Merito Sportivo del CONI.
È il riconoscimento che sintetizza trent’anni di lavoro quotidiano sui campi e nelle riunioni, più che nelle foto di rito. In molti, tra tecnici e dirigenti, lo ricordano come un uomo severo ma concreto, capace di discutere per ore su un comma del regolamento, sui tesseramenti, sulla responsabilità civile delle società. Un uomo che aveva capito che il calcio, senza regole, è solo una rissa organizzata.
Via Veronese: la Cittadella e il paradosso
Via Paolo Veronese è stata, per anni, l’immagine perfetta del Victoria Ivest.
Campi affiancati, ritmi sovrapposti, la sensazione che da qualche parte stesse sempre succedendo qualcosa. Un posto che non chiudeva mai davvero.
Il trasferimento e lo sviluppo dell’impianto, con più campi e una vera «cittadella del calcio», trasformano il Victoria in un riferimento per tutto il quadrante nord di Torino. Ma la stessa grandezza che ti fa sembrare «professionista» è quella che ti chiede il conto quando cambiano i tempi.
Se si riduce il flusso, se cambiano le abitudini delle famiglie, se il calcio giovanile diventa anche mercato spietato, allora la cittadella comincia a scricchiolare.
Quando cresci troppo, il rischio non è più perdere una partita al novantesimo: è non riuscire a pagare la bolletta della luce.
2010: i numeri che fanno male
Arrivano gli anni in cui la grandezza si misura con i contatori. Luce, acqua, manutenzione, personale.
Nel 2010 la società cambia forma giuridica, diventando S.S.D. a r.l., segno di una struttura sempre più complessa dal punto di vista amministrativo. Entra in una fase economico-finanziaria delicata: il centro sportivo non è più soltanto un sogno di quartiere, è un progetto con un mutuo importante, con costi fissi che non perdonano i cali di iscrizioni.
Qui si vede la faccia più dura del dilettantismo «grande»: quando la casa sportiva diventa troppo grande per essere mantenuta, smette di essere un rifugio e diventa un peso insostenibile.
2016: il silenzio scende su Borgo Vittoria
La chiusura non arriva come un’esplosione. Arriva come una serranda che scende piano e poi fatica a risalire.
Tra il 2015 e il 2016 la storia del Victoria Ivest, come società operativa, si spegne.
Niente più iscrizioni ai campionati FIGC. L’impianto viene dismesso. Il nome scompare lentamente dai calendari della domenica.
E quando una realtà del genere si ferma, non si ferma solo una squadra: si ferma un pezzo di città. I campi, senza persone, diventano spazio vuoto. E lo spazio vuoto, a Torino, non resta mai neutro. Nel giro di pochi anni l’area comincia a mostrare i segni dell’abbandono, tra incuria e vandalismi.
Per chi è passato da via Veronese, vedere le reti sfilacciate, gli spogliatoi chiusi, il cancello senza bambini è un colpo allo stomaco. Perché quel posto non era solo un campo: era un vocabolario condiviso. Bastava dire «stasera c’è allenamento» e non serviva aggiungere altro.
L’addio del Presidente
La storia di Nino Furnari si chiude nel gennaio 2025.
Il calcio piemontese ne annuncia la morte a 86 anni. I necrologi non parlano solo dell’ex presidente del Victoria Ivest, ma di «uno degli ultimi grandi dirigenti del nostro movimento».
I funerali a Rivalta di Torino diventano un piccolo raduno della diaspora Victoria: ex giocatori, allenatori, dirigenti, avversari di mille domeniche. In molti ricordano il suo modo diretto di discutere, il taccuino sempre in mano, la convinzione ostinata che il calcio dilettantistico dovesse essere organizzato come un’azienda ma restare umano come un oratorio.
Dentro la sua biografia c’è, in scala ridotta, la storia stessa del Victoria Ivest.
Quello che resta
Il Victoria Ivest non è stato solo una società con risultati. È stato un modo torinese di intendere il calcio: concreto, organizzato, quotidiano.
Ha avuto un presidente storico capace di dare direzione e durata. Ha avuto un picco nazionale che non si cancella, lo scudetto Allievi del 1987. Ha avuto una cittadella che, per anni, ha fatto sembrare grande ciò che altrove era piccolo.
E poi ha avuto la fatica di reggere se stessa quando il tempo ha cambiato regole e costi.
Alla fine resta una verità semplice, da periferia: ci sono luoghi che non compaiono nei videogiochi, ma hanno costruito migliaia di persone. Il Victoria Ivest è uno di quei luoghi. E se ancora oggi basta dire «via Veronese» perché qualcuno annuisca, o basta nominare «Nino Furnari» perché un ex dirigente sospiri e sorrida, allora significa che quella società, in qualche modo, non ha mai smesso davvero di appartenere a Torino.