Gateshead: il bambino che non stava mai fermo
Paul John Gascoigne nasce a Gateshead, nel Nord-Est dell’Inghilterra, il 27 maggio 1967.
È una terra di miniere chiuse, di pioggia orizzontale e di calcio vissuto come una religione laica.
Paul è un bambino elettrico. Non cammina, corre. Non parla, urla. Non sta fermo, vibra.
È un problema per gli insegnanti, un incubo per i vicini, ma è una benedizione per il Newcastle United. Perché tutta quell’energia, quando incontra un pallone, diventa arte.
Gazza cresce così, tra i vicoli e i campi infangati. Ha un fisico da scaricatore di porto, tozzo, massiccio, ma i piedi di una ballerina del Bolshoi. Accarezza la palla, non la calcia. Vede corridoi dove gli altri vedono muri.
È un trequartista «all’inglese», ma con qualcosa di diverso: la fantasia. L’improvvisazione. La follia.
Tottenham: la punizione di Wembley
Il grande salto arriva a Londra. Tottenham Hotspur.
Lì Gazza diventa il volto di un calcio inglese che sta provando a uscire dal medioevo del «palla lunga e pedalare».
La stagione 1990-91 è il suo capolavoro.
Semifinale di FA Cup. Wembley. Contro l’Arsenal.
Calcio di punizione da trenta metri. Una distanza assurda.
Gazza prende la rincorsa. Non è un tiro, è una sentenza. La palla parte, sale, scende, si infila all’incrocio dei pali. Seaman, il portiere dell’Arsenal, sembra una statua di sale.
È la fotografia perfetta di Gazza: un ragazzo che sembra capitato lì per caso, magari dopo una notte brava, e che poi decide la partita più importante dell’anno con un colpo di genio assoluto.
Torino 1990: le lacrime in mondovisione
Ma l’immagine che cambia la storia del calcio inglese non è un gol. È un pianto.
Semifinale del Mondiale di Italia ’90. Inghilterra contro Germania Ovest. Torino.
Gazza è il motore della squadra. Strappi, giocate, coraggio.
A un certo punto, un fallo. L’arbitro estrae il cartellino giallo.
Gazza è diffidato.
Significa che, se l’Inghilterra va in finale, lui non ci sarà.
La telecamera indugia sul suo volto. Gli occhi si arrossano, il labbro trema. Scoppia a piangere.
Non è una sceneggiata napoletana. È il crollo emotivo di un bambino che si vede portare via il giocattolo più bello.
L’Inghilterra perde ai rigori, ma quelle lacrime creano un cortocircuito. Il pubblico inglese, abituato a eroi stoici e senza sentimenti, si innamora di quel ragazzo fragile. Gazza diventa il simbolo di un calcio umano.
Roma: il genio in vacanza
Dopo il Mondiale, l’Italia. La Lazio di Sergio Cragnotti lo compra per una cifra record.
Ma Gazza arriva rotto. Si è spaccato il ginocchio in quella finale di FA Cup, per un’entrata folle e inutile.
Quando sbarca a Fiumicino, è il delirio. Roma impazzisce per lui.
Il suo impatto con la Serie A è un misto di commedia all’italiana e tragedia greca.
Il gol nel derby contro la Roma, sotto la Curva Nord, con le lacrime agli occhi (ancora loro). Le corse pazze. Le giocate che fanno spellare le mani.
Ma anche gli infortuni, la forma fisica imbarazzante, gli scherzi grotteschi (come quando fece trovare un serpente morto nella tasca di un compagno), i rutti ai microfoni.
Gazza a Roma è un turista di lusso che ogni tanto si ricorda di essere un fuoriclasse.
Glasgow: il ritorno del Re
Scappa dall’Italia e va in Scozia. Rangers Glasgow.
Lì ritrova il suo habitat naturale. Stadi caldi, ritmi alti, meno tattica, più cuore.
Vince campionati, coppe, segna gol a raffica. Diventa l’idolo di Ibrox Park.
Ma i demoni non lo lasciano. L’alcol, che prima era un compagno di serate, diventa un padrone esigente. Le notti brave non sono più ragazzate, sono segnali di allarme.
Euro ’96: la sedia del dentista
L’ultimo grande ballo è a casa sua. Euro ’96. Inghilterra.
Nel match contro la Scozia, a Wembley, Gazza dipinge un quadro.
Lancio lungo. Scatto. Sombrero sul difensore Colin Hendry che finisce a terra. Sinistro al volo. Gol.
Esulta sdraiandosi a bordo campo, mentre i compagni gli spruzzano acqua in bocca. È la «sedia del dentista», una citazione di una sbronza epica in un pub di Hong Kong prima del torneo.
È autoironia, certo. Ma è anche la prova che il confine tra il personaggio divertente e l’uomo malato è ormai invisibile. Gazza ride di sé, mentre il mondo ride con lui, senza capire che sta guardando un uomo che affoga.
Il buio oltre la traversa
Il dopo carriera non è una discesa dolce. È un precipizio.
Senza il pallone tra i piedi, Paul Gascoigne è nudo.
Alcolismo, depressione, arresti, ricoveri in clinica, tentativi di suicidio. Le foto sui tabloid lo mostrano gonfio, invecchiato, perso.
La stampa, che lo aveva creato come fenomeno pop, ora lo divora come carcassa.
Gazza diventa il simbolo di ciò che succede quando il talento non è protetto dalla testa.
Quello che resta
Cosa resta, oggi, di Paul Gascoigne?
Restano le immagini. Il sombrero a Wembley, la punizione all’incrocio, le lacrime di Torino.
Resta la sensazione che abbia raccolto molto meno di quanto ha seminato.
Ma resta soprattutto l’affetto.
Perché Gazza non era un divo intoccabile. Era uno di noi. Un ragazzo di Gateshead che voleva solo giocare a pallone e far ridere gli amici al pub.
Era un clown triste con il numero 8 sulle spalle, uno dei piedi più dolci che l’Inghilterra abbia mai visto, e un uomo che ha passato tutta la vita a cercare di dribblare i suoi fantasmi, scoprendo alla fine che l’unico avversario che non puoi saltare sei te stesso.