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«El Rey del metro cuadrado» che disse di no al Generale e pagò il conto con le lacrime di sua madre

Il ritratto di Carlos Caszely, il bomber comunista che lasciò la mano di Pinochet sospesa nel vuoto, trasformando un saluto mancato nell’unico atto di ribellione possibile in un Paese che aveva smesso di respirare

Carlos Caszely

Carlos Caszely

L’aeroporto e il gelo
C’è un momento, nella storia del pallone, in cui tutto si riduce a un gesto minuscolo. Non un gol in rovesciata, non una coppa alzata al cielo. Una mano.
Santiago del Cile. Aeroporto di Pudahuel. 1974.
La Nazionale sta partendo per il Mondiale in Germania. C’è un uomo che li aspetta sulla pista. Indossa una mantella militare e gli occhiali scuri, anche se non c’è sole. È Augusto Pinochet. Il Generale. L’uomo che pochi mesi prima ha bombardato il palazzo presidenziale e fatto sparire la democrazia.
I giocatori sono in fila. Hanno la faccia di chi sa che deve sopravvivere. Uno dopo l’altro passano, stringono la mano al dittatore, abbozzano un sorriso tirato. È il prezzo da pagare per restare vivi e restare convocati.
Poi arriva il turno di Carlos Caszely. È il giocatore più forte, il più famoso. Ha i baffi folti e lo sguardo di chi non ha dormito bene.
Pinochet allunga la mano. Caszely no. Mette le mani dietro la schiena.
Il Generale resta lì, con il braccio sospeso nel vuoto, per un secondo che dura un secolo. Non è un discorso, non è un comizio in piazza. È un rifiuto. E proprio perché è muto, fa un rumore assordante, come uno sparo in una chiesa.

Il Re del metro quadro
Per capire quel gesto, bisogna capire l’uomo.
Carlos Humberto Caszely nasce a Santiago nel 1950. Cresce in un Cile dove la politica non è un talk show televisivo. È la strada, è la cena in famiglia, è il modo di guardare il mondo.
Caszely è un «rojo». Un rosso. Non lo nasconde. Ha sostenuto Salvador Allende, crede nel socialismo, frequenta gli intellettuali.
Ma prima di essere un simbolo, è un fenomeno.
Gioca nel Colo-Colo. Lo chiamano «El Rey del metro cuadrado», il Re del metro quadro. Perché in area di rigore non ha bisogno di spazio. Gli basta un fazzoletto di terra per girarsi e segnare. Le statistiche ballano, ma con la maglia della Nazionale segna 29 gol in 49 partite. È l’idolo del popolo. E questo, in una dittatura, è la sua assicurazione sulla vita, ma anche la sua condanna. Perché un attaccante lo vedono tutti. E se l’attaccante non applaude, la gente se ne accorge.

Lo stadio che diventa prigione
Il Cile del 1973 vive un cortocircuito che il calcio non riesce a evitare.
L’Estadio Nacional di Santiago, il tempio dove Caszely segna e la gente esulta, cambia funzione. Dopo il golpe dell’11 settembre, i militari lo trasformano in un campo di concentramento.
Negli spogliatoi non si fa più la tattica. Si tortura. Sulle tribune non ci sono tifosi. Ci sono prigionieri che aspettano di essere fucilati o trasferiti nel deserto di Atacama.
La Nazionale cilena si qualifica al Mondiale giocando in quello stadio una partita farsa contro l’Unione Sovietica (che si rifiuta di presentarsi per protesta). I cileni segnano un gol a porta vuota, in uno stadio che odora di morte.
È questo il clima con cui si arriva all’aeroporto. Una stretta di mano, in quel contesto, non è educazione. È complicità.

La mano dietro la schiena
Anni dopo, Caszely descriverà quella scena con la lucidità di chi ha rivissuto l’incubo mille volte.
Racconterà del freddo che sentiva nelle ossa appena vide il dittatore. Racconterà di come il suo corpo si sia rifiutato di obbedire al protocollo.
«Misi la mano dietro la schiena».
Semplice. Definitivo.
Non cerca il ruolo dell’eroe. Fa una cosa che, in un regime totalitario, è quasi impronunciabile: dice «no» senza alzare la voce. Rompe l’immagine dell’unanimità. Dice al mondo, e ai suoi compagni, che il Re è nudo, anche se indossa una divisa piena di medaglie.

La vendetta trasversale
Ogni gesto pubblico, sotto una dittatura, ha un prezzo. E il regime non presenta il conto a Caszely. Sarebbe troppo rischioso toccare l’idolo delle folle prima del Mondiale.
Presentano il conto a sua madre. Olga Garrido. Viene prelevata da casa. Portata via. Caszely lo scoprirà dopo. Sua madre viene torturata. Le bruciano il petto con le sigarette. La picchiano. Le chiedono del figlio comunista.
Quando racconterà questa storia, decenni dopo, durante la campagna referendaria per cacciare Pinochet, Caszely piangerà in diretta tv. È il senso di colpa del sopravvissuto. L’idea atroce che il potere gli abbia fatto pagare la sua disobbedienza colpendo la persona che amava di più.
Qui la storia smette di essere sport. 

Germania ’74: l’espulsione e il fischio
Il Mondiale in Germania Ovest diventa una gabbia. Caszely gioca con questo macigno sul cuore. Nella partita d’esordio contro i padroni di casa, la Germania Ovest, succede l’inevitabile. Caszely subisce un fallo da Berti Vogts. Reagisce.
L’arbitro estrae il cartellino rosso. È la prima espulsione «visiva» della storia dei Mondiali (i cartellini erano stati introdotti nel ’70).
Esce dal campo a testa bassa. Per la stampa di regime in Cile, è l’occasione perfetta per massacrarlo: non scrivono che ha reagito a un fallo, scrivono che è un violento, un indisciplinato, una vergogna nazionale. Ma Caszely non si piega. C’è un altro dettaglio che le cronache riportano: prima della partita contro la Germania Est, durante l’inno nazionale, mentre i compagni cantano, lui fischietta. Un’altra nota stonata nel concerto del regime.

Quello che resta del coraggio
È facile, oggi, trasformare Caszely in un santino da mettere sul comodino. Sarebbe un errore. La sua storia è potente proprio perché non è una favola a lieto fine. Non ha vinto il Mondiale. Non ha abbattuto la dittatura con un pallone. Sua madre ha portato i segni della tortura per tutta la vita.
Eppure, quel gesto resta.
In un Paese dove tutti abbassavano lo sguardo, dove la paura consigliava di diventare invisibili, il calciatore più famoso del Cile ha scelto di essere visibile. Quando si racconta Carlos Caszely, la tentazione è fermarsi ai gol, alle rovesciate, ai titoli col Colo-Colo. Ma la verità è che lui è entrato nella storia per ciò che non ha fatto.
Non ha stretto quella mano.
Da quel giorno, quel braccio di Pinochet rimasto a mezz’aria è diventato il simbolo di tutto ciò che il potere non può comprare: la dignità di un uomo che, anche davanti al diavolo, si ricorda di tenere la schiena dritta.

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