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17 Gennaio 2026
René Houseman
La Banda: nascere dove la mappa finisce René Orlando Houseman nasce il 19 luglio 1953 a La Banda, provincia di Santiago del Estero. È l'Argentina profonda, quella della terra secca e del vento che non porta notizie. Ma la sua geografia vera, quella che gli si incolla addosso come una seconda pelle, è Buenos Aires. O meglio: il Bajo Belgrano. La villa. La baraccopoli. René cresce lì, tra i vicoli stretti e le case di lamiera, dove la vita ti insegna a scartare prima ancora di imparare a camminare. Non è una metafora: è l'unico modo per non andare a sbattere. Il suo calcio nasce in quel perimetro. Sporco, irregolare, geniale. Un calcio che non entra nei manuali di Coverciano, ma entra di traverso nella storia. Houseman è un'ala destra capace di trasformare la linea laterale in un precipizio per i difensori e il dribbling in una scommessa clandestina.
Il paradosso del debutto La sua carriera inizia con un tradimento sentimentale che sembra scritto da un romanziere crudele. Il suo cuore batte per l'Excursionistas, la squadra del quartiere. Ma il destino lo porta a debuttare con i rivali storici, il Defensores de Belgrano. È il 29 maggio 1971. Finisce 2–2 contro l'Almirante Brown. Da lì in poi, la carriera prende una velocità che non è umana. Non è una salita: è un decollo verticale. Houseman gioca con quella faccia da ragazzino che sembra capitato lì per caso, magari perché stava scappando da qualcuno, e invece è il caso che lo insegue.
La profezia del Flaco Ogni mito serio ha bisogno di una frase che lo anticipi, come un tuono prima del temporale. Gennaio 1973. Mar del Plata. César Luis Menotti, che non è ancora il Flaco Campione del Mondo ma è già un filosofo prestato alla panchina, lo vede. E dice: «Quel ragazzino allampanato che avete visto oggi diventerà una figura del calcio argentino». Non si ferma lì. Lancia il paragone definitivo: «È un misto di Maradona e Garrincha». Garrincha per le gambe storte e l'allegria tragica. Maradona per il rapporto simbiotico con la palla. Menotti non lo dice per mettergli pressione. Lo dice perché ha visto in lui i due ingredienti rarissimi che fanno i fuoriclasse: l'imprevedibilità assoluta e la gioia sporca della strada, quella che non si addomestica con gli schemi.
Huracán ’73: l’arte al potere Quando si parla dell'Huracán del 1973, bisogna togliersi il cappello. Non è una squadra. È un manifesto. Parque Patricios non è un quartiere, è uno stato d'animo. E al Tomás Adolfo Ducó, in quella stagione, succede una cosa semplice e rivoluzionaria: decidono di giocare bene. «Jugar bien al fútbol. Simple». In campo ci sono Brindisi, Babington. E c'è lui. René. Non è un esterno ordinato che arriva sul fondo e crossa. È un disturbo della quiete pubblica. Fa la finta dove non si deve, accelera dove la logica direbbe di rallentare, punta l'uomo come se la partita fosse una questione privata da risolvere senza testimoni. L'Huracán vince il campionato Metropolitano il 16 settembre 1973, con due giornate di anticipo. È un titolo che in Argentina vale doppio, perché non è stato vinto: è stato dipinto.
Germania ’74: il mondo scopre il Loco Enrique Sívori, uno che di talento se ne intendeva, lo convoca in Nazionale. Mondiale 1974. Germania Ovest. L'Argentina non brilla, ma Houseman sì. Segna contro l'Italia (un gol bellissimo, d'esterno, al volo) e contro Haiti. È uno di quei casi in cui il Mondiale non ti «consacra» soltanto: ti espone. Il mondo vede questo ragazzo che pesa sessanta chili bagnato, con i calzettoni abbassati e i capelli arruffati, che prende in giro i terzini europei. Lui, esposto, non diventa prudente. Rimane un'ala che vive di un solo dogma: dammi mezzo metro e ti faccio vedere cosa c'è dall'altra parte dello specchio.
Rosario, 1978: la gloria nell’ombra Il punto più alto è anche il più complicato da raccontare. Mondiale 1978. Argentina. I Generali in tribuna, la tortura nelle strade, il calcio come oppio. Houseman c'è. Non è sempre titolare, perché Menotti deve gestire gli equilibri, ma c'è. 21 giugno 1978. Rosario. Gigante de Arroyito. Argentina contro Perù. La partita delle polemiche, dei sospetti, della necessità di fare quattro gol per eliminare il Brasile. Finisce 6–0. Houseman segna. Entra nel tabellino della partita più discussa della storia del calcio sudamericano. Alla fine alza la Coppa. È Campione del Mondo. Ma la sua è una felicità diversa. Si racconta che scappasse dal ritiro della Nazionale per tornare alla villa, per giocare a carte con i vecchi amici, per bere il vino scadente che sapeva di casa. Perché la Coppa è d'oro, ma la vita vera è altrove.
Il declino: scendere le scale di corsa Dopo il 1980, la traiettoria si spezza. River Plate, Colo-Colo in Cile, un'esperienza assurda in Sudafrica con l'AmaZulu, un cameo nell'Independiente campione di tutto nel 1984. È la seconda parte della storia: quella in cui il talento non basta più a tenere insieme i pezzi. René beve. Beve tanto. Il suo corpo, che sembrava fatto di gomma, inizia a presentare il conto. Si ritira presto, troppo presto. Chiude con l'Excursionistas, chiudendo il cerchio sentimentale, ma è un addio malinconico. È il genio che esce di scena dalla porta di servizio.
L’addio del 2018 Nel 2017 arriva la notizia che nessuno vorrebbe leggere. Cancro alla lingua. L'AFA, la Federazione, si muove. Pagano le cure, gli stanno vicino. È il segnale che, nonostante tutto, nonostante gli eccessi e le fughe, il calcio argentino non ha dimenticato il suo figlio prediletto. René Houseman muore il 22 marzo 2018. Ha 64 anni. Se ne va un uomo che non ha mai voluto diventare adulto.
Cosa resta di René Resta una definizione che non è tecnica, è morale. La capacità di «amagar y encarar». Fingere e puntare. In quelle due parole c'è tutto: l'invenzione e l'azzardo, l'arte e la crepa. Houseman appartiene a quella specie estinta di calciatori che non «spiegano» il calcio con i dati e le heat map. Lo rendono misterioso. Guardandolo giocare, ti ricordavi che questo sport nasce da un impulso infantile e pericoloso: prendere la palla, scartare tutti e andare in porta, anche quando la logica ti dice che è impossibile. René «El Loco» Houseman non giocava per vincere. Giocava per sentirsi libero. E per novanta minuti, ogni domenica, lo è stato davvero.