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Il piccolo uomo con le cosce grosse che consegnò la Coppa al Kaiser Beckenbauer e si prese a suon di gol il Pallone d'Oro

Il ritratto di Gerd Müller, il centravanti che non sembrava un atleta ma un sollevatore di pesi, che segnò più gol di quante partite avesse giocato in Nazionale

Gerd Müller

Gerd Müller

Nördlingen: il tessitore che non sapeva correre

Gerhard Müller nasce a Nördlingen, in Baviera, il 3 novembre 1945. La guerra è finita da pochi mesi. La Germania è un cumulo di macerie fumanti. Non c’è spazio per i sogni, c’è spazio solo per la ricostruzione. Gerd cresce lì, tra le case a graticcio e la polvere. Lavora come apprendista tessitore. Se lo guardate bene, non sembra un calciatore. Sembra un errore di casting. È alto, si fa per dire, un metro e settantasei. Ha il busto lungo e le gambe corte. Ma che gambe. Ha due cosce che sembrano tronchi di quercia bavarese, un baricentro talmente basso che per buttarlo giù devi sparargli. Quando arriva al Bayern Monaco, nel 1964, l’allenatore Zlatko Čajkovski lo guarda e sbuffa: «Cosa me ne faccio di questo piccolo elefante?». Non sa che quel piccolo elefante sta per riscrivere la fisica del pallone.

L’ufficio postale nell’area piccola

Lo chiamano «Der Bomber». Il Bombardiere. Ma è un soprannome che inganna. Müller non bombarda da lontano. Müller lavora al dettaglio. Il suo regno non è il campo intero. È il metro quadrato. Quello spazio vitale, soffocante, pieno di gomiti e sudore che sta tra il dischetto del rigore e la linea di porta. Lì dentro, Gerd Müller non gioca. Timbra. Riceve, si gira su se stesso con una velocità che sfida la sua stazza, e la mette dentro. Di stinco, di ginocchio, di punta, di sedere. Non gli interessa il «come». Gli interessa il «fatto». Trasforma il gol in una pratica burocratica da sbrigare il più velocemente possibile per tornare a centrocampo.

I numeri che fanno paura

I numeri, con lui, diventano imbarazzanti per gli altri. In Bundesliga segna 365 gol in 427 partite. È un primato storico che resiste come le Piramidi. Nel 1971/72 ne fa 40 in una sola stagione. Per 49 anni, quasi mezzo secolo, nessuno riuscirà nemmeno ad avvicinarsi a quella cifra, finché un altro polacco con la maglia del Bayern non deciderà di aggiornare la contabilità. Ma c’è un dato che spiega tutto: la media. Un gol ogni 105 minuti. Significa che se la partita inizia, tu sai già che Müller segnerà. È inevitabile come le tasse. È una condanna per i difensori che sanno già come andrà a finire, ma non possono farci niente.

Messico ’70: la Scarpa d’Oro al sole Mondiale del 1970.

Messico. Il caldo, l’altitudine. La Germania Ovest arriva terza, dopo la Partita del Secolo contro l’Italia. In quella partita, Müller ne fa due. Uno sfruttando un’incomprensione della difesa azzurra, uno di rapina pura. Chiude il torneo con 10 gol. Dieci. Vince la Scarpa d’Oro. È il momento in cui il mondo scopre che esiste un attaccante capace di segnare senza «chiedere permesso» allo spettacolo. Non dribbla per piacere, dribbla se serve. Non tira per bellezza, tira per chiudere la pratica. È l’efficienza tedesca applicata all’arte latina del gol.

Bruxelles 1972: la sinfonia perfetta

Se volete vedere il calcio perfetto, non guardate l’Olanda del ’74. Guardate la Germania del ’72. Europeo in Belgio. Finale contro l’Unione Sovietica. Finisce 3–0. Müller ne fa due. In quella squadra c’è Franz Beckenbauer che dirige l’orchestra dalla difesa, c’è Günter Netzer che inventa a centrocampo. E c’è Müller che finalizza. Anni dopo, con la sua voce tranquilla, dirà: «Tutto ha funzionato... Non si poteva chiedere di più». Quando uno così parla di armonia, non sta facendo letteratura. Sta spiegando il funzionamento di un motore Mercedes.

Monaco 1974: la piroetta del destino

Poi arriva il giorno dei giorni. 7 luglio 1974. Monaco di Baviera. Stadio Olimpico. Finale del Mondiale. Da una parte l’Olanda di Cruijff, il Calcio Totale, i capelloni, la rivoluzione, la poesia. Dall’altra la Germania Ovest, il pragmatismo, la solidità. Siamo sull’1–1. Minuto 43. Rainer Bonhof scende sulla destra, mette un pallone in mezzo. La palla è leggermente arretrata. Un attaccante normale la perderebbe. Un attaccante bravo la controllerebbe per scaricarla dietro. Müller no. Müller fa un movimento che non esiste nei manuali. Alza la gamba, stoppa il pallone che gli è finito dietro il tallone, e nello stesso istante si gira. Una piroetta goffa, sgraziata, ma rapidissima. Il tiro è una rasoiata sporca che passa tra le gambe del difensore e finisce nell’angolino. 2–1. La Germania è Campione del Mondo. Il calcio totale è stato sconfitto da un uomo che si è girato in una cabina telefonica. È la vittoria della sostanza sulla forma.

68 in 62: l’anomalia statistica

Con la Nazionale si ferma presto. A 28 anni. Dice che vuole stare con la famiglia, che è stanco dei ritiri. Lascia con un tabellino che sembra un errore di stampa: 62 presenze, 68 gol. Ha segnato più di quanto ha giocato. Non è umano. È un rapporto che assomiglia più a una legge statistica che a una carriera sportiva. Ogni volta che indossava la maglia bianca con l’aquila sul petto, partiva già con un gol in tasca.

L’uomo nell’ombra

Quando si spengono i riflettori, la vita presenta il conto. Müller soffre. Soffre il silenzio, soffre la mancanza dell’adrenalina dell’area di rigore. Cade nella bottiglia. L’alcol diventa il suo marcatore più difficile. Ma il Bayern è una famiglia. I suoi vecchi compagni, Hoeneß e Beckenbauer, lo vanno a prendere, lo portano in clinica, gli ridanno un lavoro. Lo mettono ad allenare le giovanili. Lì, tra i ragazzi, Gerd ritrova il sorriso. Insegna l’unica cosa che sa fare: segnare. Gli ultimi anni sono avvolti nella nebbia dell’Alzheimer. Muore il 15 agosto 2021. Il club lo saluta con una parola sola, ripetuta come un mantra: «Der Bomber».

L’eredità dell’essenziale

Perché Gerd Müller parla ancora al calcio di oggi, fatto di falsi nove e di statistiche avanzate? Perché è l’attaccante che ti obbliga a rispettare l’essenziale. In un’epoca in cui tutto chiede una «narrazione», in cui i giocatori sono brand, Müller resta una realtà di cemento armato. Il gol come funzione vitale. L’area di rigore come lingua madre. La cosa più moderna, paradossalmente, è proprio questa: non cercare di essere iconico, ma diventarlo per conseguenza. Gerd Müller non voleva essere bello. Voleva solo che la palla superasse la linea bianca. E ci è riuscito più di chiunque altro.

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