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L’Angelo che nascondeva un fabbro dentro gli scarpini, e cancellò Gerd Müller a colpi di «Martello»

Il ritratto di Roberto Rosato, lo stopper che sorrideva come un attore di fotoromanzi e picchiava come un martello pneumatico, diventando la colonna vertebrale di Rocco e il guardiano dell’Italia nella Partita del Secolo

Roberto Rosato

Roberto Rosato

Amburgo: il battesimo del fuoco
Volksparkstadion di Amburgo. 13 marzo 1965.
Fa freddo, quel freddo umido che ti entra nelle ossa e ti fa sentire le gambe pesanti.
C’è un ragazzo di ventidue anni che debutta in Nazionale. Si chiama Roberto Rosato.
Dall’altra parte non c’è una squadra di calcio, c’è la Germania Ovest. E c’è Gerd Müller, un centravanti che non sembra un atleta ma un sollevatore di pesi, uno che in area di rigore ha la stessa delicatezza di una fresa industriale.
Sulla carta, il ragazzo dovrebbe essere la vittima sacrificale. Invece succede l’imprevisto.
Rosato si incolla al tedesco. Lo segue. Lo anticipa. Lo sposta. Lo tratta come si trattano le cose pericolose: con attenzione feroce e senza fronzoli.
Finisce 1–1. Ma da quella partita, al ragazzo rimane addosso un’etichetta che sembra il titolo di un film noir: «Il Martello di Amburgo». Perché quel giorno, in Germania, hanno capito che contro di lui non si gioca: si sbatte.

La faccia che mente
Poi c’è l’altro soprannome, quello che sembra una beffa gentile del destino.
«Faccia d’angelo».
Lo guardi e vedi i lineamenti dolci, i capelli pettinati, l’aria del bravo ragazzo che la domenica porta le paste alla nonna. Poi lo vedi in campo e capisci che è una trappola.
Rosato è uno stopper «di rendimento». Duro, costante, spietato. La sua firma è la scivolata, la sua lingua madre è l’anticipo. Non recita la parte del cattivo, fa il mestiere del difensore. E lo fa in modo così netto che i soprannomi non sono ornamenti poetici, sono diagnosi cliniche. L’angelo ti sorride, il martello ti ferma.

Torino: l’università del contatto
Rosato cresce nel Torino.
Non è un dettaglio geografico. È una scuola di pensiero.
Al Filadelfia impari che difendere non è una faccenda estetica, è una questione di responsabilità civile. Devi stare addosso all’uomo, reggere i duelli, non concedere un centimetro.
È lì che Rosato diventa «implacabile» abbastanza da finire nel mirino di un uomo che di difensori se ne intende come un oste veneto si intende di vini rossi: Nereo Rocco.
Il Paròn lo vede e capisce subito. Quello lì ha la faccia pulita, ma ha le gambe giuste per reggere la serata quando il locale si riempie di brutta gente.

Milano: la colonna del Paròn
Nel 1966 arriva al Milan.
In rossonero vince tutto quello che si può vincere: Scudetto, Coppe Italia, due Coppe delle Coppe, la Coppa dei Campioni a Madrid contro l’Ajax, l’Intercontinentale nella macelleria della Bombonera contro l’Estudiantes.
Ma più dei trofei, colpisce la sua centralità. Rosato non è il difensore che si nota perché fa i lanci di quaranta metri o perché esce palla al piede a testa alta. È il difensore che ti fa notare la sua assenza quando non c’è. Perché quando non c’è lui, il muro crolla. È il pilastro silenzioso che permette a Rivera di pensare alla poesia, perché sa che dietro c’è qualcuno che si occupa della prosa.

Roma 1968: l’Europeo della pazienza
Il suo azzurro non è un cameo. È una struttura portante.
Europeo del 1968. Si gioca in Italia.
La FIGC mette in fila i nomi di una Nazionale che sembra costruita con il granito: Zoff, Burgnich, Facchetti. E Rosato.
È una difesa che non concede nulla. Rosato è lì, nel cuore dell’area, a respingere gli assalti. Quell’Italia vince l’Europeo passando per la cruna dell’ago di una monetina in semifinale e di una finale ripetuta contro la Jugoslavia.
Rosato è parte di quel gruppo che sa soffrire. È la garanzia che, se la partita diventa una guerra di trincea, l’Italia non indietreggia.

Messico 1970: la trincea sotto il sole
Poi arriva l’Azteca.
17 giugno 1970. Italia-Germania Ovest 4–3. La Partita del Secolo.
Rosato è titolare. Ha il compito più ingrato: marcare Gerd Müller, ancora lui, cinque anni dopo Amburgo.
È una partita che non finisce mai. Si va ai supplementari. La stanchezza, l’altitudine, il caldo.
C’è un momento che vale una carriera. Un pallone che sta per entrare in porta, a Zoff battuto. Rosato si materializza sulla linea e lo spazza via. Un salvataggio che vale come un gol.
Esce stremato nei supplementari, sostituito da Poletti, poco prima del fischio finale. Ha dato tutto. Ha lasciato sul campo ogni goccia di energia nervosa. È il tipo di gara che ti chiede nervi, gambe e lucidità: il suo territorio di caccia.

L’ultimo atto contro i marziani
Quattro giorni dopo. La finale contro il Brasile.
Nella distinta ufficiale, il numero 4 è ancora suo. Rosato.
Davanti ha Pelé, Tostão, Jairzinho, Rivelino. L’attacco più forte della storia del calcio.
L’Italia regge per un tempo, poi crolla fisicamente. Finisce 4–1.
Ma Rosato è lì, in quella foto di gruppo. Tra i titolari. È la fotografia di un’Italia arrivata fino in fondo grazie a uomini come lui, che hanno fatto la cosa più difficile del mondo: essere affidabili sempre, contro chiunque.

Senza effetti speciali
C’è chi difende per farsi vedere, per finire sugli highlights con una rovesciata acrobatica. E c’è chi difende per togliere luce agli altri, per spegnere l’attaccante avversario come si spegne una candela con due dita.
Roberto Rosato apparteneva alla seconda categoria.
Non aveva bisogno di pose. Il suo calcio era fatto di dettagli che non invecchiano: la distanza corretta dall’uomo, il tempo perfetto dell’anticipo, l’intervento pulito ma definitivo.
È morto a Chieri nel 2010, il giorno dopo aver compiuto 67 anni.
Oggi, in un calcio di difensori che impostano e che si preoccupano dei capelli, la sua figura sembra scolpita nella pietra.
«Faccia d’angelo» fuori, «Martello» quando serviva. Due titoli che raccontano la stessa verità: certe carriere si costruiscono con un gesto ripetuto mille volte, in silenzio, finché quel gesto diventa leggenda.

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