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19 Gennaio 2026
Just Fontaine
Marrakech: la polvere prima della gloria
Just Fontaine non nasce in una cartolina del calcio europeo, tra i boulevard di Parigi o le nebbie della Manica. Nasce a Marrakech. È il 18 agosto 1933. Dovete immaginarvelo quel posto lì. Il Nord Africa, il sole che picchia, la polvere che si alza ogni volta che calci il pallone. È un dettaglio che non serve a fare folklore da guida turistica: serve a capire. Serve a capire che la sua traiettoria è quella di un attaccante che arriva «da fuori» e si prende lo spazio con l’unica moneta universalmente accettata in area di rigore: il gol. Non è un predestinato da accademia. È uno che ha imparato a Casablanca che se vuoi farti notare, devi buttarla dentro. La Treccani lo descrive senza romanticismi inutili: attaccante «più potente che veloce», con «notevole fiuto del gol» e un «tiro potentissimo». Non è un ballerino. È un esecutore. Attraversa il mare, sbarca a Nizza, e poi finisce a Reims. E lì, tra i vigneti dello Champagne, la storia comincia a correre veloce.
Reims: la macchina da guerra
Il Nizza è l’antipasto, il Reims è la portata principale. In quegli anni, lo Stade de Reims non è una squadra di calcio. È un laboratorio di modernità. È l’aristocrazia del pallone francese. In quel contesto, Fontaine smette di essere un giocatore e diventa una «macchina». Il sistema produce gioco, lui lo trasforma in numeri. La sua bacheca individuale è una fotografia pulita e spietata della sua ferocia: capocannoniere del campionato nel 1958 con 34 gol. Capocannoniere nel 1960 con 28. Capocannoniere della Coppa dei Campioni nel 1959 con 10 reti. Arriva fino alla finale di Coppa dei Campioni del 3 giugno 1959. Stoccarda. Contro il Real Madrid di Di Stéfano. Il Reims perde 2–0. Ma Fontaine è lì. È il miglior marcatore del torneo. È la prova che quel ragazzo venuto dal Marocco può guardare negli occhi i Re di Spagna senza abbassare lo sguardo.
L’istinto della bestia
Fontaine non viene raccontato come un artista del dribbling, uno di quelli che ti nascondono la palla per il gusto di farlo. Viene raccontato come uno che «fa male». Ha il senso del tempo. Ha la conclusione secca. È una definizione preziosa perché spiega il suo record mondiale senza ridurlo a una riga di statistica: per segnare tanto in un Mondiale, in sei partite secche, non basta avere talento. Serve un attaccante che viva bene nel traffico, che non chieda permesso, che abbia il coraggio di calciare anche quando il pallone «non è perfetto», anche quando è sporco, anche quando rimbalza male. Fontaine non cerca la bellezza. Cerca la rete.
30 su 21: l’anomalia statistica
Prima di essere «quello dei 13», Fontaine è già un caso clinico in Nazionale. I dati ufficiali dicono: 30 gol in 21 partite. Rileggetelo. Trenta gol in ventuno partite. È una media fuori scala, roba da videogioco impostato al livello facile. Questa proporzione è fondamentale per rimettere in equilibrio la narrazione: quello che succederà in Svezia nel 1958 non è un lampo casuale di un onesto mestierante baciato dalla fortuna. È l’apice di un rapporto stabile, quasi maniacale, con il gol. Fontaine, quando indossa la maglia blu con il galletto, parte già con un gol e mezzo in tasca.
Svezia 1958: l’estate dell’assurdo
Mettiamo il paletto con precisione, perché la precisione è una forma di rispetto. Coppa del Mondo 1958. Svezia. È il Mondiale di Pelé, che ha 17 anni e piange sulla spalla di Gilmar. È il Mondiale del Brasile che incanta. Ma nei tabellini, c’è solo un nome. Just Fontaine. Segna 13 gol in 6 partite. È il record assoluto in una singola edizione. La FIFA lo certifica come se fosse una legge della fisica. La cosa più «spaventosa», però, non è solo il totale. È la continuità. Fontaine segna in ogni singola partita della Francia. Non si prende pause. Non ha giornate storte. Quando il torneo finisce, quel 13 non è più un numero sfortunato o fortunato. È una soglia psicologica. È un muro di cemento armato che il calcio, da quel giorno, non riuscirà più a scavalcare.
Il diario di bordo di un cecchino
Per capire quanto sia irreale, bisogna guardarlo come un tabellino che non smette mai di aggiornarsi, come un tassametro impazzito. Francia–Paraguay: 3 gol. Tripletta all’esordio. Jugoslavia–Francia: 2 gol. Si perde, ma lui segna. Scozia–Francia: 1 gol. Il minimo sindacale. Irlanda del Nord–Francia: 2 gol. Semifinale contro il Brasile di Pelé: 1 gol. La Francia perde 5-2, ma lui timbra anche lì. E poi l’ultima immagine. La finale per il terzo posto contro la Germania Ovest. Non è una partita vera, direbbero i cinici. Fontaine non è d’accordo. Ne fa 4. Quattro gol ai tedeschi campioni in carica. Totale: 13. Non è «fare il record». È chiudere il conto a voce alta, urlando, davanti a tutto il mondo, quando le gambe degli altri iniziano a tremare per la fatica.
Il modo più serio per dire «imbattuto» è guardare chi ci ha provato. Lo Stade de Reims, nel ricordarlo, cita i due inseguitori più credibili della storia. Sándor Kocsis, l’ungherese dalla testa d’oro: 11 gol nel 1954. Gerd Müller, il bombardiere tedesco: 10 gol nel 1970. Nemmeno loro, che sembravano alieni, arrivano a 13. Ronaldo il Fenomeno, Klose, Mbappé: nessuno in un solo torneo si è mai avvicinato a quella cifra. Non significa che oggi manchino i goleador. Significa che un Mondiale chiede una perfezione concentrata, compressa in tre settimane, senza errori. Fontaine, in quell’estate svedese, è stato perfetto.
Il crack del 1960: il destino presenta il conto
Ma la storia, come spesso accade ai grandi, cambia tono senza chiedere permesso. 20 marzo 1960. Campionato francese. Sochaux contro Reims. C’è un contrasto. Un rumore secco. Doppia frattura della gamba sinistra. Tibia e perone. Fontaine ha 26 anni. È nel pieno della sua potenza. Prova a rientrare, ci riprova, ma la gamba cede di nuovo. A 28 anni, Just Fontaine deve dire basta. È un paradosso crudele che lo rende ancora più «anomalo»: un calciatore ricordato per un record eterno, ma con una carriera spezzata proprio quando stava diventando un’istituzione. Il suo Mondiale del ’58, così, diventa ancora di più una capsula del tempo. Sei partite che contengono un’intera mitologia, salvata per sempre dall’usura del tempo.
L’eredità politica: il sindacalista Fontaine
non sparisce nel nulla. Resta una figura centrale, ma cambia campo. UNFP, il sindacato dei calciatori professionisti francesi, lo ricorda come il suo primo presidente e cofondatore nel 1961. Mentre la gamba gli fa male e non gli permette di giocare, lui lotta per i diritti dei colleghi. È un altro tipo di gol, meno spettacolare ma forse più importante. Nel 2004 la UEFA lo elegge «Giocatore francese degli ultimi 50 anni». Pelé lo inserisce nel FIFA 100. Ma se lo riduciamo ai premi, o a quel numero 13, perdiamo il senso. «Record imbattuto» è una formula fredda da almanacco. La sostanza è più semplice e più dura: Just Fontaine è stato l’uomo che ha trovato, per sei partite consecutive, il modo di arrivare sempre un attimo prima della storia, lasciando agli altri solo il compito di inseguire un fantasma.