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Quel diamante perso nell’erba che segnò la fine del più grande spreco del Portogallo

Il ritratto di Vítor Baptista: fermò un derby per cercare un orecchino e non si rialzò più, passando dagli applausi del da Luz al silenzio di una cella, convinto fino all'ultimo di essere «O Maior»

Vítor Baptista

Vítor Baptista

Setúbal: il porto e la voce roca

Setúbal non è una cartolina da spedire ai parenti. È un porto. È una voce roca che ti urla nelle orecchie. È un posto dove la gente non applaude per educazione o per convenzione sociale: applaude solo quando si riconosce in quello che vede. Vítor Baptista nasce lì, il 18 ottobre 1948. Cresce dentro il Vitória come crescono certi ragazzi di città di mare: con un’aria di sfida perenne addosso, come se ogni domenica fosse una discussione personale da risolvere in mezzo alla strada. Quando il Vitória alza la Taça de Portugal 1966–67, quella coppa non resta a prendere polvere in bacheca: resta incisa nella memoria della città come una fotografia che non sbiadisce mai. È un tempo in cui il club di Setúbal riesce a farsi grande per davvero, a guardare Lisbona negli occhi, e lui è già dentro quella stagione dell’orgoglio, con la maglia sudata e la faccia di chi sa che il mondo, prima o poi, dovrà accorgersi di lui.

«O Maior»: il talento che odiava le regole

Baptista è un attaccante, ma la parola «attaccante» gli sta stretta, come un vestito di una taglia in meno. È uno che entra ed esce dal gioco come se avesse un appuntamento urgente altrove. Può accendere la partita con una giocata che non esiste nei manuali e, un secondo dopo, sembrare annoiato a morte da tutto il resto. Le cronache portoghesi, quelle scritte con l’inchiostro della nostalgia, lo descrivono da sempre con la stessa miscela esplosiva: genio e irregolarità, fascino e indisciplina. Un calcio istintivo che non si lascia mettere in riga senza perdere colore. Si fa chiamare «O Maior». Il Più Grande. E già questa è una dichiarazione di guerra: non è marketing, è carattere. È l’arroganza necessaria di chi sente di essere diverso dagli altri.

Benfica: la casa degli specchi

Nel 1971 Lisbona lo chiama. Il Benfica. Non è solo una squadra. È un’istituzione. È una stanza piena di specchi, dove tutto si vede, tutto si riflette e tutto pesa il doppio. Baptista ci entra e fa quello che fanno i talenti veri quando arrivano nel posto più esigente del Paese: segna, vince, si prende la scena. I numeri dicono che lì diventa un giocatore «da grande club»: oltre cento partite, una cinquantina di gol in campionato, dentro un ciclo che porta più titoli nazionali negli anni Settanta. Ma lo stadio, quando ti adotta, pretende anche un patto di sangue: costanza, disciplina, continuità. E lui, quel patto, lo firma sempre con la penna che trema. Perché la disciplina è roba per i soldati, non per i poeti maledetti.

La Nazionale: la porta sbattuta in faccia

C’è anche il Portogallo, la maglia rossa e verde che dovrebbe darti un posto nella storia «ufficiale». E invece Baptista resta una storia laterale, una nota a margine. Più da città e da club che da album Panini della Nazionale. Le fonti ricordano uno strappo decisivo nel 1976. Un episodio in ritiro, una lite, una parola di troppo. L’esclusione definitiva. È come se il talento, a un certo punto, avesse finito il credito con le istituzioni. Baptista rimane fuori, a guardare gli altri che scrivono la storia, convinto che nessuno di loro sia bravo come lui.

12 febbraio 1978: il diamante nell’erba

Poi arriva la domenica che sembra scritta da uno sceneggiatore con il vizio della realtà romanzata. 12 febbraio 1978. Stadio da Luz. Benfica contro Sporting. Il derby. La partita che divide le famiglie, i bar, i silenzi. Baptista segna. E fin qui, tutto normale per uno che vive per i picchi emotivi. Ma il calcio, quel giorno, decide di farsi ricordare per un dettaglio assurdo. Durante l’esultanza, a Baptista cade un orecchino. Non è un pezzo di ferro. È un diamante. O almeno, così dice la leggenda. E lui cosa fa? Invece di tornare a centrocampo, invece di lasciare che il tempo scorra, lo cerca. Si china. Lo cerca sul prato, carponi, con il gioco che si ferma e lo stadio che guarda allibito. I compagni si fermano, gli avversari guardano. Per un attimo Lisbona smette di respirare: non perché non sappia cosa stia succedendo, ma perché lo sa fin troppo bene. È lui. È sempre lui. È Vítor. Il Benfica, anni dopo, rievoca l’episodio come una delle sue immagini più iconiche e aggiunge il dettaglio perfetto, quello che chiude il cerchio della fatalità: quell’orecchino non fu mai ritrovato. L’erba se lo è mangiato.

La cronaca nera: quando finisce la poesia

Ci sono biografie che finiscono in gloria, con le partite d’addio e i giri di campo. E altre che finiscono in silenzio, o peggio, nel rumore delle aule di tribunale. La sua, a un certo punto, esce dal campo ed entra nei faldoni della giustizia. Gli Archivi della RTP conservano un servizio del 1989, freddo come una sentenza: Vítor Baptista, ex stella del Benfica, condannato dal Tribunale Distrettuale di Setúbal a quattro anni di carcere per furto qualificato. È la caduta raccontata senza metafore, perché le metafore qui sarebbero un modo vigliacco di scappare dalla verità. Il «Più Grande» è finito in cella.

L’ultima curva lontano dalle luci

Eppure, anche quando scivola via dalle grandi luci, anche quando la vita lo prende a schiaffi, Baptista resta una figura che il Portogallo non riesce a dimenticare del tutto. Un’altra scheda degli archivi, datata 1985, lo fotografa già lontano: ex idolo che gioca nei campionati minori, all’Estrelas do Faralhão. Campi di terra, poche persone, il sole che tramonta. È un nome che torna come tornano certi ritornelli di fado: più bassi, più malinconici, ma riconoscibili. Muore il primo gennaio 1999. Ha solo 50 anni. Setúbal se lo tiene stretto come si tengono certe storie di porto, quelle di marinai che hanno visto tutto e hanno perso tutto: non le spieghi ai turisti, le racconti sottovoce a chi sa capire.

La firma nell’erba

Di lui, alla fine, non resta soltanto un conto di gol o un elenco di stagioni. Resta una scena. Un uomo che, dopo aver segnato un gol decisivo in un derby, si ferma a cercare un orecchino nell’erba, mentre cinquantamila persone aspettano. È un’immagine che contiene tutto: la vanità e la poesia, il teatro e la crepa interiore, il talento smisurato e l’insofferenza alle regole del gioco. E forse per questo, in Portogallo, Vítor Baptista non è mai stato soltanto un calciatore. È una leggenda fragile. Una di quelle che, quando le pronunci, non stai citando un nome. Stai aprendo una porta su un mondo che non esiste più.

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