Casarsa: dove il calcio incontra la poesia
C’è un tipo di calcio che non sta dentro gli schemi perché, prima ancora, non accetta l’idea filosofica di doverci stare. Non per posa, non per lo snobismo da salotto televisivo. Per natura.
Ezio Vendrame nasce a Casarsa della Delizia il 27 novembre 1947.
Fermatevi un attimo sul nome del paese. Casarsa. La terra di Pier Paolo Pasolini.
Non è un dettaglio toponomastico, è un indizio spirituale. Vendrame cresce respirando la stessa aria di anticonformismo, di scandalo, di amore per la realtà nuda e cruda.
Appartiene a quella specie rarissima di giocatori che, quando toccano palla, sembrano togliere il lucchetto al gioco. E quando la lasciano, ti resta addosso la sensazione strana che il pallone si sia fatto più leggero, ma anche terribilmente più triste. È stato calciatore di Serie A e scrittore: due mestieri che di solito si guardano in cagnesco e che in lui, invece, si sono parlati a bassa voce, come due complici che preparano una rapina.
Vicenza: l’illusione della normalità
L’esordio in Serie A arriva nel 1971. La maglia è quella del Lanerossi Vicenza. Quella con la «R» sul petto.
Tre stagioni. Poche, se guardate il calendario e fate i conti della serva. Moltissime, se guardate la memoria emotiva di una città di provincia.
La Treccani, che di solito pesa le parole, lo definisce un talento «in gran parte inespresso» per via di un carattere «complesso, stravagante e anticonformista».
È il modo educato per dire che era ingovernabile. E che in questo, forse, risiedeva tutto il suo fascino.
Il Vicenza non lo ricorda come un equivoco di mercato. Lo ricorda come un simbolo. 46 presenze, un gol nel derby contro l’Hellas Verona (che da quelle parti vale doppio), una traversa colpita che gli nega «una storica doppietta». Sembra la cronaca di un pomeriggio qualunque, e invece è già letteratura minore, di quella che si tramanda nei bar quando fuori piove.
Napoli: la gabbia dorata
Nel 1974, il salto. Napoli.
Dovrebbe essere l’apoteosi. Il Sud, la passione, il palcoscenico.
Invece dura tre partite. Tre. La Treccani è netta: «ha giocato solo tre partite».
In quegli anni il calcio italiano è un affare serio, fatto di disciplina, ritiri monastici, gerarchie militari. Vendrame è un’eccezione ambulante. È un uomo che entra in campo e, senza dichiararlo ai giornali, propone un’altra idea di libertà. Luis Vinicio, il suo allenatore, vuole soldati. Lui è un artista di strada. Non si capiscono. Non si possono capire.
Non è un caso che il racconto pubblico su di lui, a Napoli, non riguardi i gol ma il «cosa faceva». O meglio, il cosa avrebbe potuto fare se solo avesse voluto.
Padova: il dribbling al contrario
Ma il capolavoro, quello che lo consegna alla leggenda orale del calcio italiano, avviene in provincia.
Padova-Cremonese. Serie C.
La partita è uno 0-0 scialbo, di quelli che fanno venire voglia di andare a casa a vedere la tv.
Vendrame si annoia. E quando un genio si annoia, diventa pericoloso.
Prende palla. Ma invece di puntare la porta avversaria, si gira.
Punta la sua.
Comincia a scartare i compagni di squadra. Uno, due, tre. Il terzino che non capisce, il mediano che urla. Arriva davanti al proprio portiere. Finta il tiro. Il portiere sviene.
Vendrame si ferma. Sulla linea di porta.
Ferma la palla. Si guarda intorno. Sente il brivido di terrore dello stadio che si trasforma in un boato di risate e incredulità. Poi si gira e ricomincia l’azione verso la parte giusta.
È un gesto che somiglia a una risata in chiesa durante un funerale: scandaloso per i bigotti, irresistibile per chi ama la vita.
Quell’azione spiega la sua posizione nel mondo meglio di mille saggi: Vendrame non faceva la cosa «giusta». Faceva la cosa «vera». Almeno per lui.
L’allenatore che odiava i genitori
Dopo il calcio giocato, dopo aver girovagato nelle serie minori fino al 1986, inizia la seconda vita. Allenatore delle giovanili.
Casarsa, Pordenone, Venezia, Sanvitese.
Qui Vendrame diventa, se possibile, ancora più Vendrame.
Il Messaggero Veneto riporta il suo manifesto programmatico, che andrebbe appeso fuori da ogni scuola calcio: sognava «una squadra di orfani».
Non perché fosse crudele. Ma perché voleva ragazzi liberi dalla pressione asfissiante dei padri che sognano i milioni e delle madri che urlano dagli spalti.
Pretendeva rispetto per l’arbitro e per l’avversario, «anche se questi era stupido».
Non cercava l’obbedienza tattica: cercava le scintille. Non voleva piccoli soldati che ripetono la lezione a memoria: voleva persone. E soprattutto, voleva che il calcio tornasse a essere ciò che diceva di essere sul dizionario: un gioco.
Scrivere come si vive
E poi c’è la penna.
Vendrame non è stato un calciatore che ha scritto un libro per vanità. È stato uno scrittore vero.
I titoli sono dichiarazioni di guerra alla banalità: Se mi mandi in tribuna godo (2002), Una vita fuorigioco (2004), Calci al vento (2005).
C’è un dettaglio editoriale che vale oro: il suo libro più famoso esce per la Biblioteca dell’Immagine, nella collana «Eretici».
Perfetto.
In lui la scrittura non sembra un dopolavoro. Sembra la continuazione naturale del tunnel e della veronica. Il dribbling mette in crisi l’equilibrio del difensore; la frase mette in crisi il luogo comune del lettore. Vendrame, nei suoi libri, appare esattamente come era in campo: uno che non combatte il sistema con i comizi, ma con deviazioni improvvise che ti lasciano seduto per terra.
L’addio silenzioso
Il 4 aprile 2020, mentre l’Italia è chiusa in casa, piegata da un silenzio irreale e spaventoso, Ezio Vendrame se ne va.
Ha 72 anni. Un tumore se lo porta via.
Non ci sono funerali di folla, non ci sono cortei. C’è solo la notizia che rimbalza sui telefoni.
Se ne va nel modo più discreto possibile, lui che era stato così rumoroso.
Resta perché non si lascia ridurre a una morale da due soldi. Se lo racconti come «genio e sregolatezza», lo impoverisci. Se lo racconti come «talento sprecato», lo tradisci.
Vendrame è stato un uomo che ha frequentato la Serie A senza mai volerne far parte davvero. È stato un poeta che usava i piedi perché con le mani erano bravi tutti.
E resta per un motivo semplice, geometrico: in mezzo a tante carriere che sono linee rette, noiose e prevedibili, lui è stato una curva. E nel paesaggio, si sa, le curve sono le uniche cose che ti fanno venire voglia di guardare cosa c’è dopo.