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L’impiegato del gol che gelava il Maracanã e spiegò a Garrincha che non c’è niente da ridere quando si timbra il cartellino

Il ritratto di Quarentinha, il più grande marcatore del Botafogo che si rifiutava di esultare perché «veniva pagato per quello» e aveva nel sinistro una sentenza

Waldir Cardoso Lebrêgo Quarentinha

Waldir Cardoso Lebrêgo Quarentinha

Il paradosso di Rio
C’è un tipo di attaccante che, dopo aver segnato, cerca la folla. Cerca l’abbraccio, la telecamera, la copertina del giorno dopo. È la prassi, specialmente a Rio de Janeiro, dove il calcio è un Carnevale che dura undici mesi all’anno.
E poi c’è Quarentinha.
Lui segnava e sembrava già altrove. Niente teatro. Niente corsa verso la bandierina. Niente sorriso.
Mentre lo stadio esplodeva, lui abbassava la testa e tornava verso il centrocampo, con l’aria di chi ha appena finito di compilare un modulo alle poste.
Il Botafogo, nel ritrarlo, lo dice senza giri di parole: non vedeva motivo di festeggiare. Quando i giornalisti, frustrati da quel mutismo, gli chiedevano perché non ridesse mai, lui rispondeva con una logica schiacciante e terribile: «Sono pagato per fare gol. Quando un impiegato d’ufficio finisce una pratica, fa forse una festa? No. E allora perché dovrei farla io?».
Una frase che da sola spiega un uomo e, insieme, processa un’intera epoca.

Belém: il ragazzo venuto dal caldo
Waldir Cardoso Lebrêgo nasce a Belém do Pará il 15 settembre 1933.
Non è la Rio da cartolina. È il Nord profondo, umido, equatoriale. Prima di diventare Quarentinha, è un ragazzo con un destino abbastanza comune da quelle parti: farsi largo lontano da casa.
Il soprannome, che poi gli mangerà il nome e il cognome, è il suo passaporto emotivo. È un omaggio al padre, che giocava pure lui.
Quando la carriera comincia a girare, non ci sono ancora le luci della ribalta. C’è il Paysandu. C’è il Vitória. Il percorso non è romantico, è pratico: si sale un gradino alla volta, nel fango e nella polvere, finché qualcuno non capisce che quel sinistro secco può cambiare le partite e i bilanci.

General Severiano: la fabbrica dei sogni
Nel 1954 arriva al Botafogo.
Entra a General Severiano, la sede storica del club. E qui la storia diventa «importante», perché non parliamo di una stagione fortunata. Parliamo di una decade in cui un uomo finisce per diventare l’unità di misura con cui si contano gli altri.
Il club lo certifica così: miglior marcatore di sempre. 313 gol.
Trecentotredici. Più di Garrincha. Più di Jairzinho. Più di Heleno de Freitas.
Sulle presenze, invece, convivono due contabilità: 444 per il sito ufficiale, 442 per la ricostruzione dei giornali. È il classico scarto che nasce dal modo in cui si classificano le amichevoli e le tournée. Ma la sostanza non cambia: il numero che resta scolpito nella pietra è il 313. È un monumento alla continuità.

L’esilio a Bonsucesso
Ma non crediate che sia stato tutto facile. Nel 1956 c’è un intoppo. Un prestito al Bonsucesso.
È una di quelle deviazioni che, in un racconto, servono a far capire una cosa semplice: Quarentinha non è un prodigio «nato pronto» come Pelé. È uno che si costruisce.
Deve dimostrare di meritarla, quella maglia con la Stella Solitaria sul petto. Torna dal prestito più cattivo, più preciso, più cinico. Si guadagna il diritto di essere inevitabile.

Il Re dei cannonieri che odiava la festa
Il Botafogo di quegli anni è una squadra mitologica. Ci sono Didi, Nilton Santos, Garrincha. C’è la poesia, c’è la magia, c’è l’allegria irresponsabile.
E in mezzo a loro, c’è questo signore serio che la butta dentro.
Nel 1957 il Botafogo vince il Campionato Carioca. È un segnale di potere.
Tra il 1958 e il 1960, Quarentinha è capocannoniere del torneo per tre anni consecutivi.
Tre anni di fila.
È qui che la sua «non-esultanza» diventa quasi una provocazione politica. Più segna, più si sottrae. I tifosi aspettano il sorriso, lui regala il gelo. E quel vuoto dopo il gol, paradossalmente, invece di spegnere il pubblico, lo accende. Diventa il suo marchio di fabbrica. L’anti-divo per eccellenza in una città di divi.

Il Maracanã come ufficio privato
Se volete un numero che sappia di romanzo russo, eccolo: Quarentinha è il miglior marcatore della storia del Botafogo al Maracanã.
Ha segnato 93 gol in quello stadio.
Novantatre volte ha fatto ammutolire o esplodere il tempio più grande e rumoroso del mondo.
Lo trattava come un posto di lavoro. Entrava, timbrava il cartellino, usciva. Senza guardare in faccia nessuno. Una freddezza che, in quel calderone di passioni, sembrava quasi aliena.

La Seleção e la firma d’autore
La sua grandezza sta anche nella convivenza. Attraversa un’epoca di stelle polari senza mai diventare «personaggio di contorno» né «prima donna». Esiste per incidere sul tabellone e poi sparire.
Per restare rigorosi senza gonfiare nulla: Quarentinha ha segnato anche con la Nazionale.
Non è un mito locale. La CBF registra i suoi gol. Nel 1961, contro il Paraguay, ne fa due.
È un dettaglio che vale più di mille aggettivi: quando c’è da scrivere un gol ufficiale, quando il gioco si fa duro, il suo nome entra anche lì. Ma non avrà mai la stampa di Pelé o la simpatia di Garrincha. Perché il calcio brasiliano vuole essere amato, e Quarentinha non chiedeva amore. Chiedeva rispetto.

L’addio silenzioso
A fine 1964 lascia il Botafogo. Va in Colombia.
È la chiusura naturale di una lunga permanenza: dieci anni di maglia bianconera, un record che nessuno riuscirà mai a battere.
Non ci sono giri di campo in lacrime. Non ci sono addii strazianti.
Quarentinha appartiene a quella categoria rara di uomini che, una volta usciti dalla stanza, continuano a occuparla con la loro assenza.

1996: il finale coerente
Muore l’11 febbraio 1996. Ha 62 anni. Insufficienza respiratoria.
È un epilogo coerente con il personaggio: non c’è una scena finale pensata per commuovere le platee, c’è la chiusura di un fascicolo.
Ma se Quarentinha è rimasto nella memoria, non è per come se n’è andato. È per come ha segnato.
Perché ha ribaltato l’istinto più comune del calcio: quello di cercare la celebrazione.
Lui è stato il bomber che ha trasformato l’assenza di festa in uno stile.
Alla fine ti resta addosso una frase semplice, quasi scomoda: quando un uomo segna 313 volte e non si concede mai davvero al teatro, forse sta dicendo che il calcio, prima di essere spettacolo, è lavoro. E che il lavoro, se fatto bene, diventa leggenda anche senza sorridere.

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