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22 Gennaio 2026
Dario Dubois
Lo specchio dell’arbitro
La scena comincia con una richiesta che non dovrebbe esistere in un campo di calcio. Siamo negli spogliatoi di uno stadio di periferia, dove l’acqua calda è un lusso e gli specchi, spesso, sono stati spaccati anni prima da qualcuno che aveva perso una partita o la pazienza. Darío Dubois bussa alla porta dell’arbitro. Ha la borsa in mano e una trousse di trucchi nell’altra. «Signor arbitro, posso usare il suo specchio? Di là non ce n’è uno». Il direttore di gara lo guarda, perplesso. Dubois entra e inizia il rito. Non si sta facendo bello per le telecamere, che lì non arrivano quasi mai. Si sta preparando alla battaglia. Si dipinge il volto di bianco, si cerchia gli occhi di nero, disegna cicatrici e lacrime scure. È il corpse paint del black metal norvegese, traslocato nella conurbano bonaerense. Quando esce, non è più Darío. È un demone. Anni dopo, spiegherà quella metamorfosi con una frase che ha la lucidità brutale di chi non ha niente da perdere: «Ti dipingi, vai in guerra».
L’Ascenso: dove il pallone è di piombo
Darío Enrique Dubois nasce a Buenos Aires il 10 marzo 1971. La sua geografia non prevede il Monumental o la Bombonera. La sua geografia è fatta di nomi che sanno di polvere, ferrovia e lamiera: Yupanqui, Lugano, Ferrocarril Midland, Deportivo Riestra, Laferrere, Cañuelas, Victoriano Arenas, Deportivo Paraguayo. È l’Ascenso. Primera C, Primera D. Il sottoscala del calcio argentino. Lì il pallone pesa di più, perché è l’unica cosa che ti separa dal turno in fabbrica o dalla disoccupazione. Lì i difensori non accompagnano gli attaccanti alla porta: li abbattono. Le fonti concordano su 146 partite e 13 gol. Non sono numeri da hall of fame. Ma Dubois non giocava per le statistiche. Giocava per lasciare un segno. E il segno, spesso, era un livido o un incubo nella testa degli avversari.
Il Clown pronto a morire
Perché il trucco? Il Guardian e le cronache locali hanno provato a psicanalizzarlo. Dubois rispondeva con tre motivi, pratici come un tackle in scivolata. Primo: darsi coraggio. Secondo: spaventare gli avversari (e in quelle categorie, la paura è un fattore tattico). Terzo: farsi riconoscere. In un mare di giocatori anonimi che passano e svaniscono, lui voleva che si sapesse che quel giorno, in quella difesa, c’era Darío Dubois. Si definiva «un clown col viso dipinto», ma aggiungeva subito la clausola che cambiava il senso della frase: «Pronto a morire per la maglia». Una dichiarazione che altrove suonerebbe retorica, ma che nel fango della quarta serie argentina è l’unica moneta che ha corso legale.
La denuncia muta di Merlo
C’è una partita che diventa il manifesto della sua esistenza. Midland contro Argentino de Merlo. Un classico di quartiere. I rivali lo vedono truccato e pensano a una provocazione, a una pagliacciata. L’arbitro non sa che fare: il regolamento non vieta esplicitamente di scendere in campo sembrando un membro dei KISS. Ma quel trucco non è teatro. È denuncia. Dubois usa la maschera per urlare quello che gli altri sussurrano: nel calcio minore, i soldi promessi non arrivano, i premi partita spariscono, e a volte qualcuno ti offre una bustarella per tirare indietro la gamba. Lui la mette giù in modo netto, con la logica della strada: «Se mi pagate per vincere, vinco. Se mi pagate per perdere, vi mangio la faccia». La maschera è il suo modo di dire che lui non fa parte del circo: lui è l’imprevisto che rovina lo spettacolo truccato.
Il fango sullo sponsor: sabotaggio proletario
Ma la sua guerra non si ferma all’estetica. Si fa pratica. C’è un episodio che è letteratura pura. Lo sponsor della squadra ha promesso un premio. Il premio non arriva. Dubois non chiama il sindacato, non fa causa. Prima della partita, scende in campo, si china, raccoglie una manciata di fango e se la spalma sul petto. Copre il logo dello sponsor. «Tu non paghi, io ti cancello». È un sabotaggio povero, immediato, comprensibile a chiunque. Mentre molti suoi colleghi ingoiano il rospo per paura di perdere il posto, lui sceglie l’attrito. Sceglie di essere scomodo.
La Regola Dubois
A un certo punto, l’AFA (la Federazione argentina) dice basta. Non possono permettere che un difensore di quarta serie diventi un simbolo anarchico. Scrivono una norma. Di fatto, una legge ad personam. Vietato scendere in campo con il volto dipinto o coperto. Dubois si trova davanti a un bivio crudele, ricostruito perfettamente da La Nacion: o la maschera o lo stipendio. O il simbolo o la sopravvivenza. Deve mangiare. Deve lavorare. Si lava la faccia. Ma è una sconfitta che certifica la sua vittoria: se hanno dovuto cambiare il regolamento per fermarti, vuol dire che avevi ragione tu.
Rock e pallottole
Fuori dal campo, Dubois non è il classico calciatore che ascolta cumbia e beve mate. Ha i capelli lunghi, suona il basso in tre band, frequenta la scena heavy metal e rock underground. È un personaggio «ingombrante» per un sistema che vuole atleti disciplinati, pettinati, obbedienti. Lui è controcultura prestata allo sport. Vive l’Ascenso non come un trampolino verso la ricchezza, ma come un lavoro duro, spesso ai limiti della dignità umana, da difendere con le unghie.
La Matanza: il finale senza senso
Il finale non ha la grandezza tragica degli eroi greci. Ha lo squallore della cronaca nera di una metropoli violenta. 2 marzo 2008. Isidro Casanova, dipartimento di La Matanza. Dubois ha smesso di giocare. Lavora come operatore audio, o forse organizza concerti. Esce dal lavoro in bicicletta. Qualcuno lo ferma. Vogliono la bici, vogliono il cellulare, o forse vogliono solo fargli del male. Due colpi di pistola. Uno alla gamba, uno allo stomaco. Non muore subito. Resiste due settimane in ospedale, lottando come faceva in area di rigore. Il 17 marzo 2008, a 37 anni, Darío Dubois smette di respirare. Nessuna indagine approfondita, nessun colpevole, nessuna spiegazione. Solo silenzio.
La leggenda necessaria
Perché ricordiamo un difensore che non ha mai giocato in Serie A, non ha mai vinto nulla e ha passato la vita a litigare con tutti? Perché Dubois non ti chiede di ricordare una rovesciata. Ti chiede di ricordare una posizione. Stare dritti quando intorno a te tutti si piegano. La faccia dipinta non era un accessorio carnevalesco. Era una dichiarazione di guerra contro un sistema di piccole convenienze, di arbitri che «non vedono», di dirigenti che «sanno» ma tacciono. Dubois si metteva in faccia la sua verità e la portava in campo, offrendola in pasto al pubblico. E oggi, guardando le sue foto sgranate con quel trucco bianco e nero che cola di sudore, capiamo che quello non era un clown. Era l’uomo più serio che abbia mai calpestato i campi della periferia argentina.