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22 Gennaio 2026
Il saluto dal centro del campo
Non lo faceva sotto la curva, come chi cerca l’applauso facile o la ruffianata domenicale. Lo faceva dal centro del campo. Lontano, quasi isolato. Paolo Sollier alzava il braccio, chiudeva il pugno e salutava. Non era una posa da copertina. Era una dichiarazione di origine controllata. Poi abbassava il braccio, si sistemava i calzettoni e tornava a correre, con la stessa faccia di prima. Quella faccia magra, con i baffi e i capelli lunghi, che sembrava uscita da un corteo studentesco finito per sbaglio in Serie A. Anni dopo lo dirà senza un filo di nostalgia, ma con la precisione di un tornitore: «Io sarò sempre quel pugno chiuso». Non è uno slogan. È una sintesi biografica.
Vanchiglietta: la fabbrica e il ’68
Paolo nasce a Chiomonte, in Val di Susa, nel 1948. Ma la sua mitologia personale non ha l’odore della neve. Ha l’odore della città. Torino. Quartiere Vanchiglietta. Cresce nella traiettoria che porta un ragazzo a sfiorare l’università nel clima elettrico del ’68 e poi a sbattere il muso contro la concretezza del lavoro. La fabbrica. La FIAT. La necessità di guadagnare per campare, e insieme la politicizzazione non come moda passeggera, ma come conseguenza logica di quello che respiri. Sollier impara lì, tra i turni e le assemblee, che il calcio non è un mondo a parte. È solo un reparto diverso della stessa azienda-mondo.
Perugia: il miracolo di provincia
Quando arriva a Perugia, a metà anni Settanta, la squadra non è una comparsa. È un cantiere di idee. C’è Ilario Castagner in panchina. C’è il presidente D’Attoma. Sollier è un attaccante atipico. Non è un bomber di razza. È un «compagno centravanti». L’Associazione Italiana Calciatori lo racconta con una sincerità rara e brutale: segnava poco, correva tanto, «facevo casino». Pressava. Dava fastidio. Era un mediano prestato all’attacco. Ma quel gesto del pugno chiuso diventava il suo modo di presentarsi al Paese ogni domenica. Era il biglietto da visita di chi dice: sono qui, gioco, ma non dimentico da dove vengo.
Il campo e la politica: la verità oltre lo slogan
Qui bisogna essere precisi, come un passaggio filtrante, perché la tentazione del mito facile è forte. Sollier non gioca «per fare politica». Gioca perché gli piace, e perché lo pagano. Ma rifiuta l’idea, sacra per i padroni del vapore, che le sue idee debbano restare appese all’attaccapanni dello spogliatoio insieme ai vestiti borghesi. È questo il punto che lo rende diverso. E che spiega perché venga ricordato in tutta Italia, da nord a sud, come «il compagno Sollier». Non è un’etichetta appiccicata dopo dagli storici. È il modo in cui veniva chiamato allora, in tempo reale, dagli operai sugli spalti e dai fascisti nelle curve avversarie.
«Calci e sputi»: la scrittura come atto di guerra
Nel 1976 esce un libro. Titolo secco, violento: Calci e sputi e colpi di testa. Non è il solito memoir scritto a fine carriera con l’aiuto di un giornalista compiacente. È un atto in corsa. Scritto mentre è ancora dentro quel calcio, mentre indossa ancora i tacchetti. Il libro diventa un caso editoriale. Il Manifesto racconta che arriva perfino un deferimento alla Commissione Disciplinare. Perché? Perché Sollier rompe il silenzio. Parla di compagni, di avversari, di ipocrisie. È percepito non come un semplice sfogo, ma come un’invasione di campo non autorizzata. Un calciatore che pensa e scrive fa paura al sistema molto più di un calciatore che sbaglia un rigore.
L’antieroe che non voleva recitare
In molte interviste, Sollier smonta da solo il suo stesso monumento. Dice di non essere stato «emarginato» come vuole la leggenda della vittima. Rivendica di aver avuto una buona carriera, onesta, dignitosa. Si descrive con un’autocritica tecnica disarmante, ammettendo i suoi limiti. È un tratto decisivo per raccontarlo bene: Sollier non è l’eroe senza macchia. È un uomo che ha scelto una postura pubblica rischiosa e, allo stesso tempo, ha sempre diffidato della retorica. Non voleva essere un martire. Voleva essere coerente.
Gli stadi come specchio degli Anni di Piombo
Negli Anni di Piombo, il calcio è un amplificatore. Il gesto di Sollier non passa inosservato perché il Paese è diviso, nervoso, urlante. Quando alza il pugno all’Olimpico contro la Lazio, lo stadio ribolle. Piovono insulti, minacce. La sua storia funziona proprio perché non chiede di essere trasformata in una bandiera unica e rassicurante. Ti costringe a ricordare che lo stadio non è mai stato un luogo neutrale, una bolla asettica. È sempre stato lo specchio deformante della società. E un calciatore può diventare un simbolo anche senza volerlo fino in fondo, solo perché ha il coraggio di non abbassare lo sguardo.
L’eredità
Perché questa è una storia da raccontare ancora oggi? Perché non si regge su un gol impossibile in rovesciata, ma su una scelta. La scelta di non separare l’uomo dal calciatore. La scelta di portare sul prato verde un pezzo di biografia operaia e militante, in un ambiente che preferisce da sempre la caricatura alla complessità. E poi perché, oggi, in un calcio fatto di profili Instagram curati da agenzie di comunicazione e dichiarazioni fatte con lo stampino, la figura di Sollier resta un promemoria scomodo. Si può essere imperfetti, tecnicamente limitati, perfino contraddittori. Ma si può lasciare comunque una traccia culturale più resistente dei tabellini della domenica sera. Paolo Sollier non ha vinto Mondiali. Ma ha vinto il diritto di essere se stesso in un mondo che voleva che fosse qualcos’altro. E questa, a ben guardare, è la vittoria più difficile di tutte.