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Il caso della settimana

Olimpiadi e Tedofori, il caso di Mattia Furlani: «Perché ho rifiutato di portare la fiaccola»

Dietro un “no” che fa discutere: appartenenza, responsabilità e il senso profondo di un gesto antichissimo raccontati da un 21enne che ha già fatto la storia

Mattia Furlani: il punto di vista del giovane campione sul valore simbolico della fiaccola

Il telefono vibra, lo sguardo corre al display, un invito inatteso: portare la fiaccola olimpica tra i vicoli di una città che non senti tua. Due ore di anticipo sull’orario della cerimonia, tanto basta per trasformare un onore in una scelta difficile. È da qui che comincia la storia di Mattia Furlani, 21 anni il prossimo 7 febbraio 2026, campione del mondo del salto in lungo e bronzo olimpico a Parigi 2024, quando decide di dire “no” al ruolo di tedoforo per Milano Cortina 2026. Non uno strappo, piuttosto un’idea di appartenenza che si misura col tempo, con i luoghi, con il significato stesso di un rito. E con la responsabilità di un simbolo che, in Italia, corre per 12.000 chilometri e coinvolge 10.001 portatori fino al 6 febbraio 2026, giorno dell’apertura allo stadio San Siro.

Cosa è successo: tempi, luoghi, parole

La sequenza dei fatti è semplice e, per certi versi, spiazzante. A Rieti, dove è cresciuto, a due ore dalla cerimonia, a Furlani viene chiesto di imbracciare la fiaccola. Lui rifiuta: una decisione presa non per snobismo, ma per rispetto del gesto e dei suoi tempi. A Terni, poi, arriva un secondo invito. Anche qui, declina: «Non è la mia città», dirà. E aggiunge un ragionamento che merita di essere ascoltato: da atleta può comprendere chi si infastidisce nel vedere la fiaccola in mano a persone lontane dal significato profondo dei Giochi, ma allo stesso tempo “lo sport è di tutti” e portare la fiaccola è un’opportunità unica. Parole pubbliche, pronunciate senza alzare i toni.

Il contesto: un rito antico dentro un Paese in attesa

Per capire il peso di quel “no”, bisogna mettere a fuoco l’ingranaggio in cui si innesta. La staffetta è partita in Grecia, a Olimpia, con un’accensione al coperto – scelta obbligata per il maltempo – evento raro che non accadeva dal 1967 per i Giochi invernali di Grenoble 1968. Da lì, il passaggio in Italia ha preso corpo a Roma, allo Stadio dei Marmi, con il primo tedoforo scelto tra le icone dello sport azzurro e il percorso pensato per toccare tutte le 110 province, 61 siti Unesco e scandire 60 celebrazioni di città lungo la penisola. Un mosaico di luoghi, tempi, memorie: la fiaccola che corre tra piazze e monumenti è la narrazione più potente che i Giochi possano offrire, anche quando incrocia proteste, emozioni, fragilità.

Il punto di Furlani: simbolo sì, ma con senso

C’è un tratto che distingue Furlani in tutto questo: la lucidità con cui lega il rito alla coerenza personale. Nel suo racconto non c’è accusa, non c’è rancore, non c’è rivendicazione: c’è la convinzione che un gesto simbolico abbia bisogno di radici. Portare la fiaccola a Rieti con un preavviso di due ore? Per lui significa svuotare l’atto del tempo necessario a viverlo. Portarla a Terni? È un tema di identità: se non lo senti tuo, meglio fare un passo indietro. È un punto di vista che, in una stagione italiana in cui la lista dei tedofori ha acceso discussioni su criteri, priorità e inclusioni, aggiunge un tassello utile: il rito chiede rispetto, da chi invita e da chi riceve l’invito.

Il valore simbolico della fiaccola, visto dal campo

Cos’è, per un atleta di salto in lungo che vive di centimetri e rincorse, una fiaccola che corre di mano in mano? Nelle parole pubbliche di Furlani emerge l’idea di una staffetta morale: il fuoco accende appartenenza, riconoscimento, memoria. È una narrazione condivisa, non un premio personale. E qui sta la sua chiave: l’onore esiste, ma non può prescindere dal luogo e dal modo in cui viene proposto. Un invito dell’ultima ora riduce lo spazio della scelta consapevole; un invito in una città che non senti tua, toglie spessore al messaggio che vuoi lasciare. Non è un giudizio verso chi accetta, è la sua misura del gesto.

Tra mega-evento e persone: l’atlante di una staffetta

La macchina organizzativa di Milano Cortina 2026 ha disegnato una rotta quasi enciclopedica: 12.000 km attraverso province, parchi, siti Unesco, fino alla grande scena di San Siro. È una costruzione dove convivono le ragioni dello spettacolo, la spinta del marketing, la ricerca di inclusione. Dentro questo atlante, la scelta dei 10.001 tedofori non può che essere policentrica, e dunque conflittuale: campioni, ex campioni, volti della cultura pop, eroi civili, persone comuni. Un equilibrio sempre imperfetto, esposto alle polemiche e – come insegna questa edizione – anche alle contestazioni annunciate e neutralizzate sul percorso. Ma è proprio in scenari così vasti che le scelte individuali di atleti come Furlani diventano bussola: ricordano che i simboli funzionano quando chi li porta ne condivide il linguaggio.

Identità e “geografia” del gesto

Portare la fiaccola a Rieti per Furlani avrebbe avuto un senso diverso: qui ha saltato da ragazzo, qui è tornato a volare con 8,31 al Guidobaldi pochi giorni prima del Golden Gala del 2025. Qui, nel marzo 2025, la città lo ha celebrato come esempio per i più giovani. È la geografia emotiva di un atleta: i luoghi dove hai fatto fatica diventano il tuo baricentro simbolico. È un ragionamento essenziale per capire perché un invito a Terni non potesse essere accolto con la stessa naturalezza. E perché un preavviso di due ore a Rieti non potesse trasformarsi in un “sì” immediato.

Cosa dice di noi questo “no”

Ogni scelta attorno alla fiaccola parla anche del Paese che la ospita. Nel 2025, la partenza romana del viaggio ha segnato una conta alla rovescia attesa da anni, tra cantieri, corse contro il tempo e inaugurazioni simboliche, come la rinascita della pista da bob “Eugenio Monti” a Cortina, lunga 1.749 metri con 16 curve: un tassello che racconta l’ambizione di consegnare immagini all’altezza della storia. Se la cornice è questa, è naturale che ogni dettaglio sulla staffetta – chi porta la fiaccola, dove, come – diventi tema di discussione nazionale. In fondo, la fiaccola è il primo “racconto” dei Giochi: definisce toni, priorità, messaggi.

Un giovane leader senza slogan

La generazione di cui Furlani è volto non ha bisogno di proclami: preferisce il lavoro alla retorica, la consapevolezza all’ansia di piacere. Non è un caso che nelle interviste dell’ultimo biennio ricorrano parole come “visualizzazione”, “costruzione”, “rispetto dei tempi”. Dietro c’è una filosofia di crescita che spiega anche la scelta sulla fiaccola: prendersi il tempo giusto non è tirarsi fuori, ma entrare nel gesto con la giusta autenticità. È la stessa logica che lo ha portato a non inseguire a tutti i costi i record, ma a farli arrivare dentro un percorso: prima il primato U20 indoor a 8,08 nel 2024, poi l’8,36 outdoor a Savona, quindi i podi internazionali fino all’oro di Nanchino 2025. Una progressione lineare, anti-sensazionalistica, che oggi si riflette nella cura con cui sceglie dove e come rappresentare i Giochi.

Torcia e conflitti: l’altra faccia del simbolo

I Giochi sono laboratorio di narrazioni. In Italia, come altrove, la fiaccola attraversa anche zone di tensione: manifestazioni, rivendicazioni sociali, letture politiche. Che la staffetta sia riuscita fin qui a evitare incidenti grazie a una regia di ordine pubblico attenta non cambia la natura del simbolo: la fiamma è un bersaglio naturale dei conflitti del presente. È un altro pezzo del contesto in cui leggere il “no” di Furlani: scegliere quando esserci non è disimpegno, è difesa del significato, rifiuto di trasformare il gesto in coreografia senza anima.

Il ruolo degli atleti nelle cerimonie: rappresentare, non recitare

Che cosa ci si aspetta, oggi, da un atleta in una cerimonia come quella della fiaccola? La risposta di Furlani – al netto del rifiuto in quei contesti specifici – è insieme semplice e esigente: rappresentare il senso dello sport. Portare la torcia non è il “premio” per un palmarès, è un servizio al racconto collettivo. Quando la scelta di luogo e tempo suona stonata, per un atleta può essere più coerente fare un passo indietro. È una visione adulta di cosa significhi indossare i simboli: non “mettersi addosso” la fiaccola, ma farsi interprete della sua storia, della sua etica, della sua inclusività. E questa inclusività, ricorda Furlani, implica che “lo sport è di tutti”: chi ha già avuto il privilegio delle grandi pedane può anche lasciare spazio, quando serve, a chi può trovare nella fiaccola una prima occasione di responsabilità pubblica.

La lezione per Milano Cortina

Se c’è una lezione da trarre per Milano Cortina 2026, sta nell’attenzione ai processi: la selezione dei tedofori e la comunicazione degli inviti richiedono tempi adeguati, connessioni con le comunità, criteri riconoscibili. L’accensione al Museo Archeologico di Olimpia per maltempo ha mostrato la capacità di adattamento della macchina olimpica; la staffetta in 110 province è un monumento all’estensione del racconto. Manca, a volte, la finezza: consegnare la fiaccola a chi ne percepisce davvero il significato, nei luoghi giusti e con il preavviso che consenta di viverla come rito e non come ospitata. È un margine di miglioramento che non toglie forza all’impresa, ma la rende più coerente con quello che i Giochi promettono.

Una chiusura senza moralismi

In un tempo che corre veloce, il “no” di Mattia Furlani suona come un invito a rallentare: mettere in fila i significati prima dei gesti, scegliere i contesti prima delle fotografie. Non esiste una risposta buona per tutti; esiste, però, una responsabilità comune nel tenere salda la catena del senso che dalla Grecia arriva a San Siro. E in questa catena, la voce di un campione ventunenne che ha già messo il piede più lontano di tanti, ricorda che i simboli vivono solo se chi li porta li sente propri. È una lezione matura, senza sconti né pose, che vale più di qualsiasi slogan.

E domani?

La staffetta prosegue, i Giochi si avvicinano. L’Italia accende i riflettori su piste, palazzetti, strade. Si inaugura, si sistema, si corre. Nel frattempo, la voce di Mattia Furlani resta lì, come un promemoria: rispettare i simboli significa concedere loro il tempo e il luogo giusto. Non è questione di yes o no, ma di come si tiene in mano una fiamma che non appartiene a nessuno e – proprio per questo – appartiene a tutti.

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