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Il bambino che vide il padre piangere per colpa dell’Uruguay e decise di riparare il cuore del Brasile

Bauru, 16 luglio 1950. Storia di una radio spenta troppo presto e di un giuramento fatto da Edson Arantes do Nascimento (Pelè), anni nove, per consolare l’unico uomo che contava davvero

Dondinho a sinistra, Un giovane Pelè in azione a destra

Dondinho a sinistra, Un giovane Pelè in azione a destra

Bauru: il silenzio dopo il boato
Bauru, Stato di San Paolo. 16 luglio 1950.
Dovete immaginarvela quella casa. Non è una villa. È una casa modesta, dove i muri sono sottili e le emozioni passano da una stanza all’altra senza bussare.
C’è una festa preparata. Sedie spostate contro il muro, panini, bibite. Al centro di tutto, come un altare pagano, c’è la radio.
Il Brasile sta giocando la partita decisiva del Mondiale contro l’Uruguay. Al Maracanã basta un pareggio. La vittoria sembra scritta nelle stelle, nella logica, nella storia.
Poi, succede l’imponderabile. Alcides Ghiggia segna il 2-1 per l’Uruguay. Il portiere Barbosa muore sportivamente in quel momento. Il Maracanã tace. E anche a Bauru, a centinaia di chilometri di distanza, la temperatura della stanza crolla di venti gradi.
Il rumore diventa silenzio. Il silenzio diventa piombo.

Le lacrime di Dondinho
Edson ha nove anni. Tutti lo chiamano Dico, in famiglia. Il mondo imparerà a chiamarlo Pelé molto dopo, e all’inizio quel soprannome nemmeno gli piacerà.
Torna a casa dopo aver giocato per strada. Entra e vede suo padre.
João Ramos do Nascimento, detto Dondinho. Un ex calciatore, un centravanti che sapeva segnare di testa, un uomo tutto d’un pezzo che ha conosciuto la sfortuna di un ginocchio rotto ma non ha mai perso la dignità.
Edson lo guarda e vede una cosa che non aveva mai visto prima. Dondinho piange.
Non è commozione. È disperazione. È un uomo adulto, il pilastro della famiglia, che crolla davanti a una voce metallica che esce dalla radio. Per quel Brasile lì, la sconfitta del 1950 non è un risultato sportivo. È un lutto nazionale. È la prova che il «Paese del Futuro» è destinato a non arrivare mai.

La frase impossibile
Il bambino è stordito. Vedere il padre piangere è come vedere il tetto di casa che crolla. Bisogna fare qualcosa. Subito.
Si avvicina. Gli mette una mano sulla spalla, o forse lo guarda solo negli occhi, e dice la frase che inventerà il calcio moderno.
«Non piangere, papà. La vincerò io per te. Ti farò vincere la Coppa del Mondo».
Pelé stesso, anni dopo, ammetterà che fu una cosa uscita così, d’istinto, per chiudere quella crepa emotiva. Una promessa bambina, sproporzionata, assurda.
Ma è il momento esatto in cui il calcio, per lui, smette di essere un gioco da cortile e diventa una missione.

Três Corações e la pedagogia della povertà
Per capire il peso di quella frase, bisogna guardare le scarpe di quel bambino. O meglio, l’assenza di scarpe.
È nato a Três Corações, «Tre Cuori», ma la sua infanzia vera si accende a Bauru.
È una traiettoria classica: spostarsi per cercare lavoro, mettere insieme il pranzo con la cena, imparare presto che i sogni hanno bisogno di suole resistenti.
In quel contesto, il pallone non è un regalo che trovi sotto l’albero. Spesso non c’è proprio.
Edson gioca con quello che trova. Un pompelmo rubato al mercato. Oppure, la tecnologia suprema della povertà: un calzino vecchio riempito di carta di giornale e legato con lo spago.
Non è folklore da cartolina. È l’educazione tecnica della necessità. Se impari a trattare con dolcezza un calzino pieno di carta, se impari a non farlo scappare via, quando ti daranno un pallone di cuoio ti sembrerà di telecomandarlo.

Il contratto emotivo
Il punto non è se un bambino di nove anni possa davvero mantenere una promessa del genere. Il punto è l’effetto che quella promessa ha su di lui.
Quando pronunci quelle parole, stai firmando un contratto.
Pelé non promette al Brasile, all’ordine e al progresso, alla bandiera verdeoro. Promette a Dondinho.
È una differenza enorme. La patria è un’astrazione retorica; un padre che piange in cucina con la testa tra le mani è un fatto. E quando un fatto del genere ti entra negli occhi a nove anni, diventa la regola su cui costruisci tutto il resto.

Epilogo: il cerchio si chiude
Otto anni dopo, in Svezia, quel bambino ha 17 anni. Stoppa un pallone di petto, fa un sombrero a un difensore svedese che sembra una torre e segna al volo.
Vince il Mondiale.
Ne vincerà altri due, nel 1962 e nel 1970.
Se la storia finisse con le coppe, sarebbe solo statistica per gli almanacchi. Ma se tornate con la mente a quella stanza di Bauru, al 16 luglio 1950, capite che quei tre trofei sono anche, e soprattutto, una risposta privata.
È il modo in cui un figlio, diventato Re, restituisce a suo padre il sorriso che una radio gracchiante gli aveva portato via.
Questa è solo la prima pagina di una storia che diventerà leggenda, perché quel bambino di Bauru aveva appena cominciato a scrivere il suo nome sulla pelle del mondo.

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