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L’uomo di gomma che segnò cinque volte di testa in un pomeriggio e insegnò al futuro Re che il dolore non è una scusa

Il ritratto di Dondinho, il centravanti «Maleável» che sfidava la gravità prima che un ginocchio rotto lo costringesse a terra, trasformandolo nel padre più importante della storia del calcio

Dondinho

Dondinho

Il soprannome fatto di vento
João Ramos do Nascimento. Un nome che suona solenne, burocratico.
Ma il calcio, quello vero, non usa l’anagrafe. Usa i soprannomi. E a lui ne hanno dato uno che sembra fatto di gomma e vento: «Maleável».
Malleabile. Elastico.
Non è un vezzo poetico da giornalista di Rio. È una diagnosi biomeccanica.
Dondinho è un centravanti alto, magro, con le gambe lunghe. Ma quando stacca da terra, succede qualcosa di strano. Il suo corpo si piega, si aggiusta in aria, occupa lo spazio come se fosse liquido.
In un’epoca in cui il calcio è forza bruta e spallate, lui sale in cielo e spiega ai difensori una verità che gli altri ignorano: il pallone, per un istante, non è di nessuno. È di chi arriva prima. E lassù, al secondo piano, ci arriva sempre lui.

Il record che non è una leggenda da bar
C’è una scena che vale una vita intera. Una di quelle che restano attaccate alla memoria dei vecchi e che poi, col tempo, rischiano di sembrare favole.
Invece è cronaca.
Dondinho gioca una partita e segna cinque gol.
Fin qui, è bravura. Ma il dettaglio che fa tremare i polsi è un altro: li segna tutti e cinque di testa.
Cinque incornate nello stesso pomeriggio.
Globo Esporte e gli archivi brasiliani conservano questo record come una reliquia sacra. Non è un’esagerazione. È la prova che quel soprannome, «Maleável», non era regalato. Dondinho aveva trasformato il colpo di testa in un’arte marziale: tempismo, frustata, precisione. Era un bombardiere che non usava i piedi.

Il ginocchio e il rumore del destino
Poi, come in tutte le storie che meritano di essere raccontate, arriva il rumore che spezza l’incantesimo.
Dondinho è forte. È così forte che l’Atlético Mineiro, una delle cattedrali del calcio brasiliano, lo chiama. È la grande occasione. Il biglietto per uscire dalla provincia.
Prima partita. Contro il São Cristóvão.
C’è un contrasto. Duro, cattivo, come si usava allora, quando i parastinchi erano un optional e il fair play un concetto astratto.
Il ginocchio di Dondinho fa crack.
Legamenti. Menisco. Tutto.
Oggi, un chirurgo lo rimetterebbe in piedi in sei mesi. Nel 1940, in Brasile, quella è una sentenza di morte professionale. Ti mettono il ghiaccio, ti fasciano, e ti dicono che è finita.
La traiettoria si incrina nel modo più antico possibile. Dondinho non diventerà una stella nazionale. Tornerà a essere un calciatore di provincia. Ma è qui, nella discesa, che si misura l’uomo.

Bauru: la capitale del cuore
La sua geografia si restringe. Non più Belo Horizonte o Rio.
Bauru. Stato di San Paolo. Interno profondo. Terra rossa e caldo umido.
Dondinho firma per il Bauru Atlético Clube. Il «Baquinho».
Non gioca più per la gloria eterna. Gioca per il pane e per l’orgoglio. Gioca con un ginocchio che scricchiola, che si gonfia, che fa male ogni volta che piove. Ma gioca.
Per quella gente, Dondinho non è un invalido. È un idolo. È il centravanti che, anche su una gamba sola, salta più in alto di tutti. È una provincia che non ti fa monumenti perché sei famoso sui giornali, te li fa perché sei stato «uno di casa» nel modo giusto. Onesto. Coraggioso.

Il figlio che guardava da bordo campo
E mentre Dondinho gioca, a bordo campo c’è un bambino che guarda.
Ha gli occhi spalancati e i piedi nudi. Si chiama Edson, ma lo chiamano Dico. Poi lo chiameranno Pelé.
Quel bambino vede il padre zoppicare e segnare. Vede il padre tornare a casa con la borsa del ghiaccio sul ginocchio. Vede il padre piangere davanti alla radio nel 1950, quando il Brasile perde il Mondiale.
Dondinho non insegna a Pelé come si diventa una star. Gli insegna come si tocca la palla (con i calzini arrotolati, con i manghi acerbi), ma soprattutto gli insegna che il talento è un dono, ma la resistenza è una scelta.
Se Pelé diventerà O Rei, è perché ha visto il padre regnare nella polvere di Bauru con la corona ammaccata.

La statua e l’eredità
C’è una cosa che il calcio racconta poco: cosa succede quando la luce si spegne e il corpo non risponde più.
Dondinho attraversa la vita dopo il calcio con la discrezione dei giusti. Lavora, cresce i figli, resta nell’ombra luminosa del figlio che sta conquistando il pianeta.
Ma Bauru non dimentica.
Nel 2012, inaugurano una statua. Non è per Pelé. È per Dondinho.
Lo raffigura mentre salta, mentre stacca da terra, eterno nel suo gesto preferito. Ricordarlo con un monumento significa che, in quel territorio, la sua storia non è un dettaglio genealogico. È un capitolo sportivo autonomo.
È il modo in cui una città dice: «Lui era bravo per davvero. Lui era il Maleável».

L’ultima elevazione
João Ramos do Nascimento muore nel 1996.
Nei registri resta un attaccante formidabile, un record di cinque gol di testa che nessuno è riuscito a replicare, un infortunio che ha cambiato la storia del calcio (perché se fosse rimasto all’Atlético, forse Pelé sarebbe nato altrove, o cresciuto diversamente).
Ma soprattutto resta l’immagine di un padre che ha mantenuto la schiena dritta anche quando il ginocchio si piegava.
Se Pelé è diventato un nome globale, un marchio, un’icona pop, Dondinho resta un nome «locale» nel senso più nobile del termine: quello che appartiene a un campo, a una gente, a un modo di giocare e di vivere che non ha bisogno di telecamere per essere vero.

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