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L’uomo che sussurrava ai destini e decise di sbarrare la porta dell’Europa, trasformando un addio in una condanna lunga un secolo

Ritratto di Béla Guttmann, il nomade del calcio che non sapeva restare e che, per un premio negato, scelse di trasformare le vittorie del Benfica in una bellissima e straziante nostalgia

Béla Guttmann

Béla Guttmann

Budapest e la soffitta: dove si impara a sparire

Béla Guttmann non era un uomo fatto per le radici. Le radici, per chi ha visto il mondo crollare e ha dovuto nascondersi in una soffitta per sfuggire all'orrore della storia, sono solo un intralcio. Béla era un sopravvissuto, ungherese di nascita e cittadino del nulla per vocazione. Attraversava il calcio come un treno notturno: arrivava quando c'era buio, accendeva le luci, vinceva tutto e poi, prima che facesse giorno, risaliva sul vagone. Cambiava stazioni, paesi, spogliatoi. Non cercava una casa, cercava la perfezione. E la perfezione, si sa, dura un istante solo.

Lisbona, 1962: il rumore di una porta che sbatte

Siamo a Lisbona, primavera del 1962. Il Benfica ha appena schiantato il Real Madrid di Puskás e Di Stéfano. Cinque a tre. È la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. Il Portogallo è ai piedi di questo signore col sigaro e l'aria di chi la sa lunghissima. È il momento del trionfo, quello in cui chiedi un aumento e ti danno le chiavi della città. Invece no. Guttmann entra nell'ufficio della dirigenza, chiede un premio che sente suo. Gli dicono di no. Gli parlano di contratti, di clausole, di burocrazia. Béla non ribatte, non discute. Si alza e, prima di uscire, lascia cadere una frase che è come una maledizione lanciata da un vecchio profeta irritato: «Senza di me, il Benfica non vincerà più una coppa europea per cent'anni». Poi chiude la porta. Non la accosta: la fa sbattere.

La legge del terzo anno: scappare prima che finisca l’incantesimo

Il paradosso è che Guttmann non se ne andò solo per i soldi. Se ne andò perché era Guttmann. Aveva una regola clinica, quasi spietata: «Il terzo anno è fatale». Diceva che dopo due stagioni i giocatori si rilassano, l'ambiente si abitua al successo e gli avversari imparano a leggerti. Per lui, restare significava morire lentamente. La rottura col Benfica non fu un incidente di percorso, ma un tratto del carattere. Era il suo modo di stare al mondo: distruggere tutto nel momento più alto per non vedere il declino. Un nichilismo applicato alla panchina che lo rendeva inafferrabile.

La contabilità del dolore: otto finali contro un fantasma

Poi, però, arriva la realtà. E la realtà del Benfica, da quel giorno, diventa un elenco telefonico di sfortune. Tornano in finale nel '63, nel '65, nel '68. Perdono. Sempre. La maledizione comincia a prendere corpo, a diventare pesante come una maglia bagnata. Si arriva al 1990, finale a Vienna contro il Milan. Eusébio, la Pantera Nera, il ragazzo che Guttmann aveva scovato quasi per caso, va sulla tomba del suo vecchio maestro. Si inginocchia, prega, chiede perdono a nome di tutto il club. Chiede di spezzare l'incantesimo. Ma il calcio, a volte, è più ostinato della fede: il Benfica perde ancora. Otto finali europee perse dopo quell'addio. Una sequenza che non è più statistica, è letteratura del dolore.

La verità è un dettaglio, se il racconto funziona

C'è chi dice che quella frase Béla non l'abbia mai detta. David Bolchover, il suo biografo, sostiene che non esistano prove, che sia tutta una costruzione successiva per dare un nome alla sfortuna. Pare addirittura che nel '63 Guttmann avesse lodato il Benfica, augurando nuovi successi. Ma vedete, in questa storia la verità documentale non serve a niente. La maledizione esiste perché il Benfica ha deciso di crederci, e perché Guttmann era il personaggio perfetto per ospitarla. Era un genio insofferente, un uomo che ha spostato il mondo e poi ha preteso il conto. Se una bugia è scritta bene, finisce per diventare più vera della realtà.

L’ultima lezione del nomade

Guttmann è rimasto nella storia come quello dell'anatema, ma è stato soprattutto quello che ha insegnato al Portogallo che si poteva vincere senza paura. Ha lasciato il club nel punto più alto, un attimo prima che la gioia diventasse abitudine. Forse la morale di questa storia è sporca e semplice: i miti non si smentiscono, si vivono. E Béla Guttmann, con quella sua valigia sempre pronta, ha capito che per restare immortale non doveva restare per sempre, ma andarsene via sbattendo la porta al momento giusto. Il resto sono solo finali perse e preghiere sulla tomba di un uomo che, in fondo, aveva solo chiesto il suo premio.

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