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L’uomo venuto dal freddo per regalare l’orizzonte al mare, trasformando un sogno spezzato nel cuore pulsante di una città intera

Il ritratto di Erasmo Iacovone, il centravanti che accese il fuoco nello Ionio e che Taranto scelse come suo eterno custode, fissando il suo nome nel cemento per non lasciarlo scivolare via

L’uomo venuto dal freddo per regalare l’orizzonte al mare, trasformando un sogno spezzato nel cuore pulsante di una città intera

Capracotta: dove l’aria è sottile e il destino si impara a fatica

Erasmo Iacovone nasce il 22 aprile 1952 a Capracotta, in Molise. È un dettaglio che conta, perché Erasmo arriva da un’Italia laterale, fatta di silenzi e neve, dove la terra non ti regala niente se non hai la schiena dritta. Nasce lontano dal mare, in un posto dove il calcio è ancora un mestiere artigianale, un modo per scoprire quanto è lungo il mondo oltre la prossima collina. Non è un predestinato da copertina; è un ragazzo che si porta addosso la serietà di chi sa che ogni gol è un mattone per costruire una casa. Quel senso di appartenenza ai luoghi marginali sarà la sua bussola, anche quando scenderà verso il Sud, verso l'acciaio e il sale.

La gavetta dei giusti: chilometri, polvere e una fame che non mente

Prima di diventare il simbolo di una città intera, Iacovone è un nomade della domenica. Carpi, Mantova, i campi di periferia dove i difensori hanno i tacchetti affilati e gli arbitri hanno fretta di fischiare. La sua è una parabola pulita, scritta con i muscoli e con una fame che non ha scorciatoie. Non cerca i riflettori, cerca la porta. Quando arriva a Taranto, nel novembre del 1976, la gente lo guarda con quel misto di diffidenza e speranza che si riserva ai nuovi amori. Ma Erasmo ci mette poco a farsi capire. Non serve parlare tanto quando hai quel modo di proteggere il pallone e quella capacità di sentire il gol prima ancora che la palla arrivi.

Taranto: il miracolo di un popolo che si scopre grande

A Taranto, Iacovone non è solo un centravanti che segna. È la prova vivente che si può smettere di essere "provincia" per diventare "protagonisti". Nella stagione 1977-78, quella città che vive all'ombra delle ciminiere e del porto inizia a guardare la classifica con le vertigini. Il Taranto di Iacovone vola, punta alla Serie A, fa sognare un popolo che per troppo tempo ha tenuto gli occhi bassi. Erasmo è il catalizzatore di questa magia: nove gol in venti partite, ma soprattutto quella sensazione elettrica che, finché lui è in campo, tutto sia possibile. Non è più solo un calciatore; è la proiezione di una città che ha deciso di non avere più paura di se stessa.

La notte che spense la luce e fermò l'orologio

Poi, arriva la notte tra il 5 e il 6 febbraio 1978. Una notte che a Taranto non è mai finita del tutto. Un incidente stradale, nei pressi di San Giorgio Ionico, spezza la traiettoria di un uomo di venticinque anni e il sogno di un'intera comunità. La notizia si sparge all'alba, come un freddo che entra nelle ossa. Iacovone non scompare per un calo di forma o per un trasferimento miliardario; viene interrotto nel momento della sua massima fioritura. Ed è qui che la cronaca si ferma e inizia la liturgia. quarantamila persone si ritrovano dentro lo stadio Salinella, non per una partita, ma per un addio che somiglia a un giuramento.

Lo stadio come preghiera: trasformare un lutto in geografia

Il presidente Giovanni Fico, davanti a quel mare di gente in lacrime, fa una promessa solenne: «Questo stadio porterà il tuo nome». Non è una formalità burocratica, è una necessità collettiva. Taranto non sapeva dove mettere tutto quel dolore, e allora ha deciso di trasformarlo in un indirizzo. Lo stadio Salinella diventa lo Stadio Erasmo Iacovone. Da quel momento, andare a vedere la partita non è più solo un rito sportivo, è andare a trovare qualcuno di famiglia. Il cemento diventa memoria, il nome sulla targa diventa una presenza costante, un "santo laico" che veglia sui sogni mai del tutto sopiti di un popolo.

Il Santo Laico: quando un nome diventa un’appartenenza

Oggi, Iacovone è ovunque a Taranto. È nella statua inaugurata nel 2002, nei murales che colorano i quartieri, nei racconti di chi non lo ha mai visto giocare ma lo conosce come se fosse stato il suo miglior amico. Un santo laico nasce così: quando un uomo muore giovane lasciandoti in mano una promessa di felicità, e tu decidi di non lasciarla cadere. Erasmo non è "il più famoso" del calcio italiano, ma è qualcosa di infinitamente più raro: è un uomo che è diventato una città. E finché ci sarà qualcuno che cammina verso lo stadio pronunciando il suo nome, la maledetta notte di San Giorgio Ionico non avrà vinto del tutto.

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