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L’unico Zar capocannoniere in ogni categoria che ha scambiato la gloria solitaria dei gol con l’abbraccio di un popolo che non lo ha mai lasciato solo

Il ritratto di Igor Protti, l’operaio che divenne sovrano senza mai smettere di sporcarsi le mani, trovando nel fondo del barile la forza per scalare il cielo

Igor Protti

Igor Protti

Bari, 1996: la solitudine del numero uno nel giorno del naufragio

C’è una crudeltà sottile nel calcio che sembra scritta da un destino cinico. Stagione 1995-96: Igor Protti segna ventiquattro volte. Ventiquattro. È il re dei marcatori della Serie A, siede sul trono insieme a Beppe Signori. Ma mentre ritira idealmente la sua corona, intorno a lui il Bari sprofonda in Serie B. È un paradosso che spezza il cuore: essere il migliore in un mondo che crolla. In quel momento, Protti capisce che il gol non è un’isola felice, ma un dovere che a volte non basta a salvare la nave. Eppure, in quel naufragio, nasce qualcosa di più profondo di una statistica: nasce il rispetto eterno di una piazza che vede in lui l’ultimo a smettere di remare.

Lo Zar: l’arte di governare l’area senza chiedere permesso

Lo chiamano "Lo Zar", ma non cercate in lui il lusso dei palazzi o la distanza della nobiltà. Il suo impero è un rettangolo di sedici metri dove l’aria scarseggia e i colpi arrivano bassi. Protti non è un attaccante da passerella; è un predatore di mestiere. Spalle larghe, fiato corto, una capacità quasi soprannaturale di sentire dove cadrà il pallone sporco, quello che nessuno vuole. Non aspetta la palla perfetta; lui la palla la va a cercare nel traffico, la strappa ai difensori, la trascina in porta con la forza della volontà. È un sovrano che indossa la tuta blu, un leader che parla la lingua della fatica.

La via del ritorno: quando scendere significa risorgere

Dopo Bari arrivano le luci grandi: la Lazio, il Napoli. Ma Igor è uno di quei rari esseri umani che hanno bisogno di sentire il battito della città sotto i piedi per rendere davvero. Non gli basta segnare; deve sentirsi parte di un destino. E allora fa una scelta che nel calcio moderno suona come una follia: nel 1999 torna a Livorno, in Serie C1. È un salto nel buio, una discesa agli inferi per chi è stato capocannoniere della massima serie. Ma per lo Zar non è una retrocessione, è un ritorno a casa. È lì che la sua leggenda cambia marcia, trasformando una carriera in un’epopea popolare.

Il primato dell’ostinazione: tre regni per un solo re

La storia di Igor Protti si fissa nel marmo con un record che resiste al tempo e alle mode: è l'unico calciatore, insieme a Dario Hubner (che però si fermò a Serie A e B), ad aver vinto la classifica marcatori in Serie A, Serie B e Serie C1. Ma Protti ha fatto di più: lo ha fatto scalando le categorie con la stessa maglia, quella amaranto del Livorno, portando una città dalla polvere della terza serie fino ai palcoscenici dell'Europa. Capocannoniere in C1 nel 2001 e 2002, re della B nel 2003. Numeri che non sono freddi calcoli, ma il racconto di un uomo che non si è mai sentito troppo grande per la provincia, né troppo piccolo per la storia.

Livorno: la maglia numero dieci e il senso della parola "Noi"

A Livorno, Protti cessa di essere un calciatore e diventa identità. La società decide di ritirare la sua maglia numero dieci, un gesto che solitamente si riserva ai miti che non torneranno. Ma Igor, con la solita umiltà dei grandi, qualche anno dopo chiede che quel numero torni in circolo: «Perché ogni bambino che arriva a Livorno deve poter sognare di indossarla». È il gesto definitivo: non vuole un museo, vuole che il sogno continui. Il suo legame con la città supera il campo; è un patto di sangue che si nutre di sguardi, di silenzi e di quella coerenza che non ha bisogno di essere gridata.

L’area di rigore più difficile: la partita della dignità

Oggi lo Zar sta giocando una partita diversa. Lo ha annunciato con la stessa compostezza con cui affrontava i difensori più cattivi: una battaglia contro una malattia che richiede tutto il suo coraggio. Non ci sono telecamere, non ci sono titoli di coda, c’è solo l’uomo davanti al suo destino. E lo sta facendo alla Protti: senza vittimismo, con la schiena dritta, sentendo ancora una volta l’abbraccio di quelle città che non lo hanno mai considerato un mercenario, ma un compagno di viaggio. Perché alla fine, la grandezza di Igor Protti non sta nei gol che ha segnato, ma nel modo in cui è rimasto in piedi quando tutto intorno sembrava dire che era ora di arrendersi. E lo Zar, si sa, non si arrende mai.

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