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L’artista del centimetro che trasformò una bandierina in un trono, rendendo eterno il miracolo di un piede troppo piccolo per la realtà

Il ritratto di Massimo Palanca, il sovrano di Catanzaro che sfidò le leggi della fisica con un sinistro di velluto, dimostrando che per conquistare il cielo non serve una corona, ma un paio di scarpe numero 37

Massimo Palanca

Massimo Palanca

Loreto e il vento della Sila: la geografia corretta dal cuore

Massimo Palanca nasce a Loreto, nelle Marche, il 21 agosto 1953. Sulla carta è un figlio dell’Adriatico, cresciuto tra le colline e il respiro di un’Italia centrale e composta. Ma il destino, a volte, commette degli errori geografici che solo il calcio sa correggere. Palanca prende la sua borsa e scende al Sud, dove il vento della Sila soffia forte e le passioni bruciano più del sole. A Catanzaro, quel ragazzo marchigiano smette di essere un forestiero per diventare una cosa sola con la terra, quasi un dialetto locale tradotto in gol. È uno di quei rari casi in cui l'anagrafe perde e vince l’appartenenza: Massimo non è nato in Calabria, ma Catanzaro ha deciso che era lì che lo stava aspettando da sempre.

Il numero trentasette: la grazia dentro un guscio di noce

C’è una leggenda che accompagna Palanca ed è scritta sotto i suoi calzettoni: un piede misura trentasette. Una misura da bambino, o da ballerina, per un uomo che doveva farsi largo tra difensori che pesavano il doppio di lui. Lo chiamano Piedino d’oro, Piedino di fata, e le sue scarpe sono opere di artigianato, pezzi unici cuciti su misura perché quel sinistro non è uno strumento di lavoro, è un segreto da custodire. Ma non lasciatevi ingannare dalla delicatezza: in quel piede piccolo risiede una forza d'urto che non ha bisogno di muscoli, ma di precisione millimetrica. È la rivincita del talento sul vigore, l’idea che si possa fare male al mondo con un tocco di velluto, senza mai chiedere permesso.

Tredici preghiere dalla bandierina: l’impossibile reso mestiere

Qui la cronaca si ferma e inizia lo stupore. Tredici gol segnati direttamente da calcio d’angolo. Non è un caso, non è la fortuna del principiante che si ripete. È un esercizio di balistica applicata alla solitudine. Palanca sistemava la palla sulla bandierina, guardava la porta come si guarda un miraggio e poi disegnava una traiettoria che la radio faticava a spiegare e gli occhi a credere. Era la sua specialità, la sua scorciatoia per la gloria. In una provincia che lottava per farsi ascoltare dai grandi palazzi del Nord, quei gol "olimpici" erano la prova che l’impossibile poteva accadere ogni domenica. Sandro Ciotti, con la sua voce di carta vetrata, lo definì «uno dei migliori sinistri d’Europa», e non era un’iperbole domenicale: era il riconoscimento di un’eccellenza che partiva dall’angolo per arrivare alla storia.

O Rey: un sovrano senza maschere nel cuore della Calabria

A Catanzaro, Palanca non è mai stato solo un calciatore. È stato O Rey. Un soprannome che in Brasile appartiene a Pelé e che tra i vicoli del capoluogo calabrese apparteneva a questo signore coi baffi e l’aria malinconica. Non era un re distante, chiuso in un palazzo; era un re che camminava tra la sua gente, che viveva le promozioni in Serie A e le cadute in C con la stessa dignità. Ha centrato tre promozioni storiche, è stato capocannoniere in B, in Coppa Italia e persino in C1 a trentaquattro anni, quando molti pensavano che il suo tempo fosse scaduto. La sua carriera è stata un’onda: è salito, è sceso, è andato a Napoli a cercare la grande ribalta, ma è tornato sempre lì, dove il suo sinistro aveva un senso che altrove andava perduto.

La cittadinanza dell’anima: quando il tempo non cancella

Le leggende vere hanno un segreto: non finiscono quando l’arbitro fischia la fine dell’ultima partita. Massimo Palanca ha smesso di giocare da decenni, ma se camminate oggi per Catanzaro, il suo nome è ancora un soffio che apre i sorrisi. Nel 2023 gli hanno conferito la cittadinanza onoraria, un atto formale per certificare quello che tutti sapevano già da cinquant'anni: Massimo è Catanzaro. Non servono i trofei delle bacheche milanesi per spiegare cosa sia stato Palanca per quella piazza; basta guardare come la gente lo nomina, con quel rispetto che si deve a chi ha reso grande una maglia partendo dal punto più difficile del campo.

L’ultima traiettoria della domenica

Ci sono campioni che hanno bisogno di stadi immensi e palcoscenici mondiali per essere ricordati. E poi ci sono quelli come Palanca, che prendono una cosa piccola — un angolo di campo, una bandierina, un piede fuori misura — e la trasformano in una leggenda che non smette di girare. Massimo non ha vinto tutto, ma ha vinto il tempo. Ogni volta che un bambino si avvicina a una bandierina e prova a calciare a rientrare, in quell'effetto che sfida la fisica, c’è ancora l'ombra dello Zar di Calabria. La prova che anche da un angolo, se hai il sinistro giusto e una città che ti spinge alle spalle, puoi far scendere la magia sulla terra.

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