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L’uomo che diede un volto al destino e decise di non andarsene mai, trasformando un riflesso in una certezza scolpita nel cemento

Il ritratto di Gigi Marulla, il bomber che scambiò il mare di Stilo con il respiro di Cosenza, diventando l’unico indirizzo possibile per chiunque cerchi il significato della parola "casa"

L’uomo che diede un volto al destino e decise di non andarsene mai, trasformando un riflesso in una certezza scolpita nel cemento

Pescara, 1991: il minuto che cambiò la geografia del cuore

Ci sono pomeriggi in cui l’aria pesa più del solito, e non è per il caldo. Pescara, 26 giugno 1991. Lo stadio Adriatico non è un campo neutro, è un’aula di tribunale dove si attende una sentenza che non ammette appelli. Cosenza e Salernitana si giocano tutto in novanta minuti, che poi diventano centoventi. È la Serie B che ti morde le caviglie, è la paura di scivolare via, nell’ombra della provincia che nessuno vede più. Poi, nei supplementari, succede la cosa più semplice del mondo: un pallone che spiove in area, un corpo che si coordina per istinto, un colpo che è un riflesso feroce. La palla entra. Gigi Marulla corre, la città intera corre con lui. In quel momento, Cosenza smette di avere paura e capisce di avere un uomo-simbolo. Non è solo un gol-salvezza; è l’istante in cui un nome diventa una certezza.

Stilo e il mare: nascere lontano per farsi riconoscere vicino

Gigi nasce a Stilo il 20 aprile 1963. Nasce tra le pietre antiche e il mare della Calabria profonda, quella che ti guarda in faccia e non ti regala sorrisi di circostanza. Ma il suo destino non è scritto sulla costa; è scritto tra i boschi della Sila e il cemento del San Vito. Per diventare "uno di casa" a Cosenza non serve un atto notarile o un accento perfetto. Serve farsi riconoscere. E Marulla si fa riconoscere subito: non come una star distaccata, ma come una presenza costante. Uno di quelli che se la squadra soffre, lui soffre di più. Uno che non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare. Gli basta esserci, domenica dopo domenica, con quella serietà silenziosa che appartiene a chi sa che il calcio è, prima di tutto, un impegno preso con la propria gente.

Il mestiere dell’area di rigore: dove la palla non arriva, la va a cercare l’anima

Il calcio di Marulla è un calcio d’altri tempi, fatto di contatti ruvidi e di furbizia operaia. È un lavoro di anticipo, di senso della posizione, di quella capacità quasi magica di trovarsi dove il pallone decide di cadere. Nel 1984-85 vince la classifica dei marcatori con diciotto reti: numeri che raccontano una competenza feroce, una dedizione che non conosce pause. Segnare, per Gigi, è un mestiere che va onorato con la cura di un artigiano. Anche quando la carriera lo porta lontano – a Genova, ad Avellino – il suo centro di gravità resta fermo, ancorato a quel prato calabrese. Torna a Cosenza non come un ex in cerca di gloria residua, ma come l'uomo che torna nel solo posto dove il suo nome ha davvero un senso.

La bandiera fatta calendario: record che pesano senza fare rumore

Otto stagioni in Serie B, tre in C1. La storia di Marulla con il Cosenza non è una collezione di figurine, è un calendario vissuto sulla propria pelle. I numeri dicono che è il recordman di presenze, il marcatore principe, l'uomo dei primati. Ma i numeri, in certe latitudini, sono solo la superficie delle cose. La verità è che Marulla diventa l’unità di misura di una tifoseria. «Te lo ricordi Marulla?» diventa un tic della memoria, una domanda retorica che serve a confermare un’appartenenza. Non è nostalgia, è identità. È il modo in cui una città si guarda allo specchio e si riconosce, ricordando quel centravanti che non ha mai tradito, che è rimasto lì quando le luci erano forti e quando il buio della C1 sembrava non finire mai.

San Vito-Gigi Marulla: quando un nome diventa un appuntamento eterno

Il 19 luglio 2015 il tempo si ferma di nuovo, ma stavolta non c’è un recupero da giocare. Un infarto se lo porta via a cinquantadue anni, in un pomeriggio d’estate che doveva essere solo riposo. La notizia scuote la provincia come un terremoto silenzioso. Ma Cosenza, che Gigi l'aveva adottato per sempre, decide di fare l'ultima cosa possibile per un uomo che è diventato un luogo: gli intitola lo stadio. Da quel giorno, il San Vito diventa il San Vito-Gigi Marulla. Non è una dedica in piccolo, è un cambio di toponomastica sentimentale. Perché quando un popolo ama davvero, non chiude i ricordi in un archivio: li incide sui muri, li scrive sulle targhe, li trasforma in un indirizzo.

L’ultima riga di un racconto che non finisce

Oggi, chi va allo stadio a Cosenza non va solo a vedere una partita di calcio. Va a un appuntamento con un pezzo della propria vita. Entrare al "Gigi Marulla" significa camminare dentro una storia che ha saputo resistere al tempo e alla polvere. Gigi non è più "il bomber"; è il guardiano silenzioso di un sogno che continua. E quella domanda che ancora gira tra i bar di Corso Mazzini — «Te lo ricordi Marulla?» — continua a non cercare una risposta. Perché la risposta è scritta lì, su quell'erba, in quel nome doppio che tiene compagnia alla città ogni domenica, ricordando a tutti che finché c'è memoria, non si è mai davvero soli.

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