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Zverev ha ragione? Medical time-out e ritiri: le regole del tennis dopo il caso Alcaraz

Cosa dicono davvero le regole e cosa ci insegnano le partite che non dimentichiamo

Medical time-out e ritiri: le regole del tennis a confronto con i casi celebri

AUSTRALIAN OPEN • Carlos Alcaraz

Una mano alla coscia destra, il volto contratto, poi il passo che si fa legnoso. Dall’altra parte della rete, un avversario furibondo che invoca l’intervento del supervisor. È la notte di Melbourne del 30 gennaio 2026, ma il copione - sospeso tra sport e fisiologia - il tennis lo recita da decenni. Lo spartiacque, sempre lo stesso: quando è lecito fermare il tempo con un medical time-out e quando, invece, quel confine diventa zona grigia e terreno di sospetti.

IL CASO AUSTRALIAN OPEN 2026

Serve un’immagine per entrare nel tema: nel terzo set della semifinale degli Australian Open 2026, Carlos Alcaraz si avvicina alla panchina e sussurra di aver “vomitato” e di non avere più energia. Poco dopo chiede un medical time-out, mentre l’avversario Alexander Zverev si scaglia contro l’arbitro e il supervisor, sostenendo che la regola vieti l’interruzione per i crampi. Alcaraz decide di proseguire, zoppicando, massaggiato alla gamba destra, e porta il match al quinto set, dove ribalta la partita. Nel dopo-gara, Zverev rincara: «Stava avendo crampi, normalmente non puoi chiedere un MTO per crampi. Non mi è piaciuto, ma non dipende da me». La polemica, in campo e in conferenza, si concentra su una domanda chiave: cosa consentono esattamente le norme?

Non è un dettaglio. L’episodio - con Alcaraz che in più frangenti appare stremato e con Zverev che accusa gli ufficiali di “proteggere” i “due ragazzi” (chiaro riferimento ad Alcaraz e Jannik Sinner) - ha acceso una miccia antica. In una semifinale durata 5 ore e 27 minuti, che lo spagnolo ha vinto al quinto set, l’istante in cui si ferma il cronometro per curare il corpo finisce per ridisegnare anche la percezione di equità del duello.

COSA PREVEDE LA REGOLA

Qui la lettera del regolamento è netta, almeno sulla carta. Il medical time-out è una sospensione formale concessa quando il fisioterapista ha valutato il giocatore e stabilito che serva tempo supplementare per un trattamento: dura al massimo 3 minuti, è concesso una volta per ogni distinta condizione trattabile, e può avvenire nel cambio campo o, se si tratta di una condizione acuta, anche immediatamente. Tutto questo è codificato nel Rulebook ATP 2026 e, per i tornei dei Grand Slam, nei regolamenti ITF/GS: la sostanza non cambia.

Il punto è che i crampi rientrano nella categoria perdita di condizione e non di infortunio acuto: quindi possono essere trattati soltanto nei normali cambi di campo o nelle pause di set, non con un medical time-out. È una linea che il Rulebook ribadisce da anni e che la prassi dei Major conferma: Players may not receive a Medical Time-Out for muscle cramping. In caso di dubbio tra crampo e infortunio, decide lo staff medico. Se invece si tratta di heat illness (collasso da caldo) e il crampo è una manifestazione di quella condizione, la gestione segue i protocolli per il caldo, non quella per i crampi semplici. Una zona d’ombra c’è, ma la bussola è medico-sanitaria, non tattica.

Ne consegue che tre parole, in campo, pesano come un’avvocatura: acuto, trattabile, crampo. L’esatta qualificazione clinica - decisa dal fisioterapista e, se necessario, dal tournament doctor - separa una breve medicazione al cambio campo da un MTO. Ed è per questo che, quando esplode la controversia, l’appiglio regolamentare diventa immediatamente… medico. Per evitare fraintendimenti, gli Australian Open pubblicano periodicamente una bussola per i tifosi: il MTO si concede solo quando il torneo - di fatto il fisioterapista/medico - ritiene necessario tempo extra; resta di 3 minuti; uno per ogni condizione; e non è concesso per stanchezza o crampi. Quanto ai toilet/change breaks, ci sono limiti chiari: nelle partite maschili al meglio di 5 set sono previste al massimo due pause autorizzate, da prendere, di norma, a fine set. Una cornice più stringente rispetto al recente passato.

PRECEDENTI CHE HANNO FATTO SCUOLA

  1. 2013, Victoria Azarenka vs Sloane Stephens, semifinale Australian Open. Una lunga pausa di circa 10 minuti a ridosso dei game decisivi scatena l’accusa di gamesmanship. Azarenka parla prima di panic attack, poi chiarisce che si trattava di un problema alla costola che le impediva di respirare, quindi un motivo “trattabile” e acuto. Stephens minimizza l’impatto della pausa, ma il caso accende un dibattito che dura ancora oggi: non solo la legittimità dell’interruzione, ma anche la sua tempistica. Il punto resta lo stesso: il confine tra terapia e tattica è sottile, se la pausa arriva in un crocevia emotivo del set.
  2. 2021, Stefanos Tsitsipas e le famigerate toilet breaks allo US Open. Non è un MTO, ma il parallelo è utile: non esistendo allora limiti di minuti espliciti, le pause lunghissime - fino a 8 minuti - provocarono fischi, sfuriate di avversari come Andy Murray e, alla fine, un giro di vite regolamentare nei Grand Slam: oggi le pause sono contingentate e, in linea di massima, da prendere a fine set. Qui la lezione è chiara: quando la regola è elastica, la percezione di abuso cresce.
  3. 1995, Pete Sampras vs Jim Courier, quarti Australian Open: lacrime, crampi, un pubblico sospeso tra compassione e stupore. Nessun MTO discusso, ma un esempio immortale della fragilità fisica sul palcoscenico massimo. Un anno dopo, US Open 1996: Sampras vomita nel tie-break del quinto set contro Alex Corretja, si prende un warning per ritardo e poi vince comunque. Qui il tema non è la regola, ma l’eroismo – e i suoi limiti. La memoria collettiva, però, è la stessa che oggi giudica ogni interruzione.

COSA RICORDARE

  1. Il medical time-out è di 3 minuti, si concede per una condizione trattabile dopo valutazione medica, non per crampi o fatica.
  2. I crampi si trattano solo nei cambi di campo o a fine set; in caso di heat illness, decide il protocollo specifico.
  3. Il potere decisionale è del fisioterapista (e del tournament doctor), non del giocatore: nel dubbio clinico, la loro parola è finale.

Se c’è un lascito buono dalla notte di Melbourne è questo: discutere di regole non è un capriccio, è il modo per rendere più forte il gioco. E per fare in modo che, la prossima volta che qualcuno si piega sul ginocchio e chiede aiuto, a decidere non sia l’istinto di parte ma uno standard riconoscibile da tutti.

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