Australian Open
31 Gennaio 2026
AUSTRALIAN OPEN • Carlos Alcaraz
Una mano alla coscia destra, il volto contratto, poi il passo che si fa legnoso. Dall’altra parte della rete, un avversario furibondo che invoca l’intervento del supervisor. È la notte di Melbourne del 30 gennaio 2026, ma il copione - sospeso tra sport e fisiologia - il tennis lo recita da decenni. Lo spartiacque, sempre lo stesso: quando è lecito fermare il tempo con un medical time-out e quando, invece, quel confine diventa zona grigia e terreno di sospetti.
Serve un’immagine per entrare nel tema: nel terzo set della semifinale degli Australian Open 2026, Carlos Alcaraz si avvicina alla panchina e sussurra di aver “vomitato” e di non avere più energia. Poco dopo chiede un medical time-out, mentre l’avversario Alexander Zverev si scaglia contro l’arbitro e il supervisor, sostenendo che la regola vieti l’interruzione per i crampi. Alcaraz decide di proseguire, zoppicando, massaggiato alla gamba destra, e porta il match al quinto set, dove ribalta la partita. Nel dopo-gara, Zverev rincara: «Stava avendo crampi, normalmente non puoi chiedere un MTO per crampi. Non mi è piaciuto, ma non dipende da me». La polemica, in campo e in conferenza, si concentra su una domanda chiave: cosa consentono esattamente le norme?
Non è un dettaglio. L’episodio - con Alcaraz che in più frangenti appare stremato e con Zverev che accusa gli ufficiali di “proteggere” i “due ragazzi” (chiaro riferimento ad Alcaraz e Jannik Sinner) - ha acceso una miccia antica. In una semifinale durata 5 ore e 27 minuti, che lo spagnolo ha vinto al quinto set, l’istante in cui si ferma il cronometro per curare il corpo finisce per ridisegnare anche la percezione di equità del duello.
Qui la lettera del regolamento è netta, almeno sulla carta. Il medical time-out è una sospensione formale concessa quando il fisioterapista ha valutato il giocatore e stabilito che serva tempo supplementare per un trattamento: dura al massimo 3 minuti, è concesso una volta per ogni distinta condizione trattabile, e può avvenire nel cambio campo o, se si tratta di una condizione acuta, anche immediatamente. Tutto questo è codificato nel Rulebook ATP 2026 e, per i tornei dei Grand Slam, nei regolamenti ITF/GS: la sostanza non cambia.
Il punto è che i crampi rientrano nella categoria perdita di condizione e non di infortunio acuto: quindi possono essere trattati soltanto nei normali cambi di campo o nelle pause di set, non con un medical time-out. È una linea che il Rulebook ribadisce da anni e che la prassi dei Major conferma: Players may not receive a Medical Time-Out for muscle cramping. In caso di dubbio tra crampo e infortunio, decide lo staff medico. Se invece si tratta di heat illness (collasso da caldo) e il crampo è una manifestazione di quella condizione, la gestione segue i protocolli per il caldo, non quella per i crampi semplici. Una zona d’ombra c’è, ma la bussola è medico-sanitaria, non tattica.
Ne consegue che tre parole, in campo, pesano come un’avvocatura: acuto, trattabile, crampo. L’esatta qualificazione clinica - decisa dal fisioterapista e, se necessario, dal tournament doctor - separa una breve medicazione al cambio campo da un MTO. Ed è per questo che, quando esplode la controversia, l’appiglio regolamentare diventa immediatamente… medico. Per evitare fraintendimenti, gli Australian Open pubblicano periodicamente una bussola per i tifosi: il MTO si concede solo quando il torneo - di fatto il fisioterapista/medico - ritiene necessario tempo extra; resta di 3 minuti; uno per ogni condizione; e non è concesso per stanchezza o crampi. Quanto ai toilet/change breaks, ci sono limiti chiari: nelle partite maschili al meglio di 5 set sono previste al massimo due pause autorizzate, da prendere, di norma, a fine set. Una cornice più stringente rispetto al recente passato.
Se c’è un lascito buono dalla notte di Melbourne è questo: discutere di regole non è un capriccio, è il modo per rendere più forte il gioco. E per fare in modo che, la prossima volta che qualcuno si piega sul ginocchio e chiede aiuto, a decidere non sia l’istinto di parte ma uno standard riconoscibile da tutti.