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01 Febbraio 2026
Denis Godeas
Cormons e l’anonimato della carta d’identità: dove nasce il senso del dovere
Cormons, 25 luglio 1975. Denis Godeas nasce in un lembo di terra dove i confini sono cicatrici e le parole si pesano come l’oro. La sua carta d’identità è semplice, quasi muta. Ma è una calma apparente, perché il destino ha già deciso di portarlo pochi chilometri più in là, verso il mare e verso il vento. A Trieste, Denis non arriva per passare; arriva per restare, anche quando se ne va. Perché Trieste, quando decide che qualcuno è “suo”, lo tratta come una questione personale, trasformando un ragazzo della provincia di Gorizia nell’incarnazione vivente dell’Alabarda.
La scena della targa: quando un numero smette di essere statistica
2 ottobre 2011. Prima Divisione Lega Pro. La partita è finita, il sudore è ancora caldo. Arriva una targa: 200 presenze con la maglia della Triestina. Non è un semplice omaggio della società, è un atto di devozione dei club dei tifosi. In quel momento, Godeas capisce che quel numero non è un calcolo freddo, ma un conteggio di domeniche. Di corse fatte anche quando il sole non brillava e l’area di rigore sembrava una palude. A Trieste certi numeri sono prove di appartenenza: non ti dicono quanto hai giocato, ti dicono quanto hai resistito.
I cinque ritorni: la fedeltà di chi sa dove si respira davvero
Godeas alla Triestina non è un capitolo, è un intero romanzo in cinque atti. Torna più volte, in momenti diversi della sua vita calcistica, come se ogni volta avesse bisogno di quel vento per ritrovarsi. È il destino delle bandiere non perfette: quelle che escono, rientrano, ripartono, ma quando guardi indietro capisci che la linea vera della vita era sempre lì, tra il Molo Audace e lo stadio Rocco. Il sito ufficiale del club lo racconta come un percorso a tappe, ma per la gente è semplicemente la storia di un uomo che sa che, qualunque giro faccia il mondo, l’unico posto dove il cuore batte a tempo è quello dove l’alabarda ti scava il petto.
Il miglior marcatore: segnare nel marmo di una città fiera
Essere il miglior marcatore all-time di una società come la Triestina non significa solo “avere fatto tanti gol”. Significa aver segnato con il peso del marmo addosso, in categorie diverse, con pressioni che altrove schiaccerebbero chiunque. Godeas è il 9 costruito per le partite dove l’area è un labirinto di gambe e la palla arriva sporca. Il 2 ottobre 2010, con un colpo secco in una vittoria per 3-0, firma la sua centesima rete in Serie B. È il marchio del professionista che non cerca l’applauso facile, ma la sostanza della rete che gonfia.
Il bomber infinito: dalla gloria della Serie A alla polvere della Terza
E poi c’è l’incredibile, l’assurdo che diventa realtà. Il 4 ottobre 2020, a 45 anni, Godeas segna e chiude il cerchio. Entra nella storia per aver segnato in tutte le categorie del calcio italiano, dalle luci di San Siro e dell’Europa League fino ai campi di periferia della Terza Categoria, dove l’erba è un miraggio e le docce sono fredde. È un record “laterale”, un primato per romantici. E quando gli chiedono cosa provi, lui risponde con la saggezza di chi ha visto tutto: dice che è una soddisfazione personale che non aggiunge nulla alla carriera. È la mentalità dell’operaio che non confonde l’eco con la sostanza: lui era nato per segnare, e lo ha fatto finché il corpo glielo ha permesso.
L’eredità di chi non ha bisogno di spiegazioni
Trieste è una città spigolosa, sentimentale senza dirlo troppo forte. Nel calcio, questa qualità si trasforma in un riconoscimento eterno per chi ha saputo restare. Godeas è rimasto nella memoria cittadina così: come una bandiera a cui si chiede la verità quando le cose vanno male.
Alla fine, il punto non è quanti gol hai fatto, né quante categorie hai attraversato. Il punto è se una città, dopo anni, pronuncia ancora il tuo nome senza bisogno di aggiungere altro. A Trieste succede così: dici “Godeas” e la gente capisce subito di chi stai parlando. E, soprattutto, capisce che quell’alabarda, lui, non se l’è mai tolta di dosso.