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La Furia nel motore del mondo, l’uomo che trasformò il dovere in un’epopea di silenzi e scudetti

Il ritratto di Giuseppe Furino, il mediano che ha protetto la gloria altrui per quindici stagioni, diventando la spina dorsale di una Juventus che vinceva per abitudine e per fame

Giuseppe Furino

Giuseppe Furino

Palermo, 5 luglio 1946: l’isola e l’educazione alla distanza

Giuseppe Furino nasce a Palermo, nel cuore di un’estate che scotta, ma il suo vero battesimo avviene nel silenzio assoluto di Ustica. È lì, tra i nonni e lo schiaffo del mare, che impara la lezione più preziosa: la resistenza. Vivere su un’isola ti insegna che non puoi scappare dalle responsabilità, che devi misurare le forze e che il vento, prima o poi, soffia sempre contro. Quell'educazione alla distanza e alla fatica Furino se la porterà addosso come un’armatura invisibile. Non è nato per fare scena, è nato per fare ordine.

Un corpo normale per un mestiere impossibile

C’è un equivoco che attraversa la storia del calcio italiano: si celebrano i numeri dieci, si cantano le lodi dei fantasisti, ma si vince grazie a chi rende quel genio praticabile. Furino è stato il fattore abilitante di un'epoca. Non aveva la stazza del gigante, non aveva il passo del velocista, ma possedeva una ferocia agonistica che non concedeva tregua. Il soprannome «Furia» non era un vezzeggiativo: era un avvertimento. Vederlo giocare significava assistere a una caccia all'uomo continua, a un recupero di palla che sembrava un atto di giustizia.

1969-1984: Quindici anni senza sfilarsi la pelle

Arriva alla Juventus nel 1969 e decide, semplicemente, di non andarsene più. Quindici stagioni. Le sue 528 presenze complessive in bianconero sono un monumento alla continuità.

Essere "gregario" per Furino non è mai stata una diminutio: in una squadra di campioni, il gregario diventa la struttura. Se la Juventus degli anni '70 e '80 è diventata una macchina da guerra, lo deve a quest'uomo che non cercava la telecamera, ma cercava l'avversario da disinnescare. Furino è stato l'ancora di un transatlantico che non voleva affondare mai.

Otto volte re: la contabilità della gloria

Otto scudetti. Vincere otto campionati significa aver attraversato una generazione intera restando sempre l'uomo da battere. E dentro quella collezione di successi c’è una gemma che brilla di una luce speciale: la Coppa UEFA del 1977. Una Juventus "tutta italiana", una squadra che conquistò l'Europa con la forza dei nervi e del sudore.

La Nazionale e il Capitano silenzioso

Con l'Italia i numeri sono stati più esigui, ma c'è stato anche lui nel gruppo leggendario del Mondiale 1970, quello della "Partita del Secolo". La leadership di Furino non era fatta di urla: era una leadership d'esempio, la faccia che non cambiava se si giocava una finale o una partita di fango in provincia.

Oltre il fischio finale: il silenzio dopo tanto rumore

Quando nell'estate dell'84 Giuseppe Furino ha deciso di sfilarsi per l'ultima volta quella maglia numero 4, ha scelto la discrezione. Ha appeso gli scarpini al chiodo lasciando un vuoto che la Juventus ha impiegato decenni a colmare, non perché mancassero i giocatori, ma perché mancava quel modo di stare al mondo: senza pretese, ma con una determinazione feroce.

Furino non è una favola, è un mestiere fatto bene.

È la prova che esiste un eroismo che non ha bisogno della firma in calce per essere eterno.

In una scala vecchia, Furino è la ringhiera che ti salva dalla caduta; in una casa antica, è la trave che non si vede ma che regge il tetto. Non lo si celebra per nostalgia, ma per necessità. Perché in un mondo che corre troppo veloce, la figura di Giuseppe Furino ci ricorda che la gloria nasce sempre da un lavoro sporco, fatto con dignità, ferocia e un immenso, incrollabile senso dell'appartenenza.

Giuseppe Furino: l’uomo che correva per tutti, affinché tutti potessero sognare.

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