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L’ala che non chiedeva il permesso, l’anarchico del gol che sfidava la fisica da una bandierina

Il ritratto di Luciano Chiarugi, il “Cavallo Pazzo” del calcio italiano, capace di trasformare un calcio d’angolo in un atto di fede e un gol scudetto in un’eternità viola

Luciano Chiarugi

Luciano Chiarugi

Ponsacco, 13 gennaio 1947: l'aria nervosa della provincia

Luciano Chiarugi nasce a Ponsacco, nel cuore di una Toscana che non conosce le mezze misure. È una terra dove l'aria sa di concretezza, di orgoglio e di quella sottile vena di follia che accompagna chi non ha paura di dire la sua. Luciano viene al mondo in un inverno che morde, ma si porta dentro un fuoco che lo renderà unico. Fin da subito, il calcio per lui non è un sistema di regole, ma un'evasione. Quel soprannome che lo accompagnerà per sempre, «Cavallo Pazzo», non nasce per folklore o per simpatia: è la descrizione tecnica di un modo di stare al mondo. Chiarugi era l'estro che galoppava senza briglie, l'imprevedibilità fatta ala, una libertà quasi offensiva nei confronti di qualsiasi guinzaglio tattico gli venisse proposto.

Firenze e quel maggio del 1969: quando un gol diventa storia

Il debutto in Serie A avviene il 30 gennaio 1966, con la maglia della Fiorentina. Ma la data che inchioda Chiarugi alla leggenda è l' 11 maggio 1969. Firenze sta vivendo un sogno a tinte viola, una cavalcata verso uno scudetto che profuma di miracolo. In quella squadra di giovani talenti e uomini solidi, Luciano è l'elemento irregolare, quello capace di sparire dalla partita per sessanta minuti e poi riapparire con una giocata che ribalta l'umore di una città intera.

Contro la Juventus, in quel pomeriggio di maggio, è lui a firmare la rete che consegna la certezza matematica del tricolore. In quel momento, a soli 22 anni, Chiarugi smette di essere un calciatore: diventa una pagina di storia. Quando una stagione si chiude con il tuo nome inciso sul trofeo più importante, smetti di essere un numero sulla distinta e diventi un'icona, il simbolo di una giovinezza che ha osato sfidare i giganti e ha vinto.

Il Chiarugismo: la rivoluzione parte dall'angolo

Esiste una parola, quasi dimenticata dai dizionari sportivi moderni, ma che negli anni Settanta era un manifesto: il chiarugismo. Non era solo tecnica, era teatro. Luciano era l'ala sinistra che faceva paura anche quando il pallone era fermo. La Treccani lo descrive con un'eleganza asciutta: veloce, abile nelle finte, pericoloso perfino dalla bandierina.

Ed è proprio lì, sul quarto di cerchio dell'angolo, che Chiarugi sfida la fisica. Segnare direttamente dal corner non era, per lui, un esercizio da bar o un colpo di fortuna; era un azzardo calcolato, un modo per dire al portiere avversario che nessun angolo del campo era davvero sicuro. Diventa un personaggio discusso, teatrale, amato follemente o criticato aspramente, come capita a tutti i talenti puri che non chiedono scusa per la propria superiorità.

Salonicco, 16 maggio 1973: il Re d'Europa

Poi arriva il Milan, e con la maglia rossonera arriva la notte che lo consacra a livello internazionale. È il 16 maggio 1973, finale di Coppa delle Coppe a Salonicco. Di fronte c'è il Leeds United, una squadra di guerrieri. Ma la serata viene decisa da un lampo di Luciano: un gol dell'1-0 che mette il sigillo su una coppa europea.

Non è stato un gol di contorno in una cavalcata fortunata. Chiarugi in quella competizione è stato il padrone assoluto, il capocannoniere del torneo con 7 reti. È stato l'inchiostro con cui è stato scritto tutto il testo del successo milanista. In quella notte greca, l'anarchico di Ponsacco dimostra che la sua follia può essere terribilmente concreta quando in palio c'è la gloria europea.

Napoli e la Coppa dimenticata: l’eleganza sotto il Vesuvio

Nell’estate del 1976, Chiarugi scende a Sud. Arriva a Napoli portando con sé il suo bagaglio di vittorie e la sua aura da "Cavallo Pazzo". È una tappa che la memoria collettiva a volte sbiadisce, ma che regala un'altra perla: la Coppa di Lega Italo-Inglese del 1976. Nella finale di ritorno contro il Southampton, il Napoli travolge gli inglesi con un 4-0 al San Paolo. In quel festival del gol c’è, immancabile, la firma di Luciano. È il segno di un campione nazionale che sa adattare la propria anarchia elegante a ogni piazza, a ogni pressione, a ogni calore.

Chiusura: l'ultimo ribelle

Oggi il calcio prova in tutti i modi ad addomesticare il talento, a chiuderlo dentro schemi rigidi e compiti difensivi. Luciano Chiarugi è rimasto nel cuore dei tifosi perchè non è mai stato addomesticabile. Non era contro il gioco, era semplicemente un modo diverso di interpretarlo: più libero, più rischioso, più umano.

Il suo soprannome non è mai stato un’etichetta, ma la descrizione di un calcio che non chiedeva il permesso per brillare. Guardando indietro, a quel ragazzo di Ponsacco che segnava dai calci d'angolo e decideva le finali europee, capiamo che la bellezza del pallone risiede proprio in quei "Cavalli Pazzi" che, tra un galoppo e l'altro, ci hanno insegnato che la fantasia è l'unica regola che valga la pena seguire.

Luciano Chiarugi: l’uomo che ha reso l’imprevisto la più bella delle abitudini.

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