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L’Onorevole che s’inchinava alla sua città, il centro di gravità di un calcio che giocava come in Paradiso

Il ritratto di Giacomo Bulgarelli, il Signore di Bologna che ha trasformato il centrocampo in un esercizio di grammatica e lo scudetto in un atto di devozione, restando per sedici anni l’unico punto fermo tra i portici e il cielo

Giacomo Bulgarelli

Giacomo Bulgarelli

Portonovo di Medicina, 24 ottobre 1940: la misura della pianura

A Portonovo la pianura emiliana non è un paesaggio, è una postura. È una terra che non fa scena, ma lavora; che non urla, ma costruisce. Giacomo Bulgarelli nasce lì, tra la nebbia che avvolge i campi e il silenzio operoso delle mattine d’ottobre. Forse è per questo che, quando approda al calcio vero, porta addosso una qualità che non si compra al mercato: la misura. Bulgarelli non ha mai avuto la fretta di apparire, né il bisogno di pose plastiche. Il suo era il passo giusto, quello di chi sa che il calcio, prima di essere muscoli, è tempo. Sapeva mettere ordine anche quando la partita diventava caos, trovando traiettorie dove gli altri vedevano solo gambe e polvere.

L’esordio e l’inchino: un patto scritto nel marmo

Il primo timbro in Serie A arriva in un pomeriggio di primavera: 19 aprile 1959, Bologna-Vicenza 1-0. Da quel momento, la storia prende una direzione rarissima, quasi anacronistica: la stessa maglia, la stessa città, lo stesso respiro. Bulgarelli non entra nel Bologna come una "promessa" da svezzare; entra come uno che sembra già adulto. È una mezzala totale, ma soprattutto è un centro di gravità. Treccani lo descrive come un centrocampista completo, capace di fare le due fasi con un’eleganza che non sacrificava mai la sostanza.

Ma c’è un dettaglio che definisce Bulgarelli più di ogni schema tattico: il rito dell’inizio. Allo stadio Comunale, prima del fischio d’inizio, il capo della tifoseria Gino Villani lo chiamava al megafono: «Onorevole Giacomino, salute!». E lui, dal cerchio di centrocampo, rispondeva con un inchino profondo. Non era folklore e non era piaggeria. Era un patto sociale. Era la città che riconosce l’autorità del suo capitano e il capitano che accetta la responsabilità verso la sua gente. Solo dopo quell’inchino, la domenica poteva davvero cominciare.

7 giugno 1964: lo Scudetto col lutto al braccio

C’è una data che a Bologna è incisa sui portici: 7 giugno 1964. È il giorno dell’unico spareggio scudetto della storia del calcio italiano. All’Olimpico di Roma si affrontano il Bologna di Bernardini — quello che giocava "come in Paradiso" — e l’Inter di Helenio Herrera, la "Grande Inter" costruita per dominare il mondo. Bulgarelli è l’anima tattica di quella squadra.

Ma quel trionfo ha un sapore amaro, di quelli che ti stringono la gola. Quattro giorni prima era morto Renato Dall’Ara, il presidente, il padre di quel miracolo. Il Bologna vince 2-0, si riprende l'Italia, ma lo fa con una ferita aperta. Ed è qui che Bulgarelli smette di essere solo un grande centrocampista: diventa una figura civile. Vince portando il peso del lutto, trasformando quel tricolore in un funerale glorioso e in un atto d’amore verso un uomo che non aveva potuto vedere il traguardo.

Sedici anni e un solo colore: la grammatica del centrocampo

Bulgarelli resta al Bologna per sedici stagioni. Colleziona 391 presenze in Serie A. In un mondo che stava già iniziando a cambiare, lui resta il custode della tradizione. Chi lo ha visto bene racconta che il suo calcio non era rumore, era grammatica. Sapeva quando accelerare e quando rallentare il battito del cuore della squadra.

Negli ultimi anni, quando le ginocchia iniziano a presentare il conto degli infortuni, Bulgarelli arretra il raggio d’azione, trasformandosi in un regista difensivo dalla saggezza infinita. Non perde l’eleganza, cambia solo prospettiva. Vince due Coppe Italia (1970 e 1974) e una Coppa di Lega Italo-Inglese, dimostrando che il Bologna di Bulgarelli non era solo la fiammata del ’64, ma una realtà solida e rispettata del calcio europeo.

Azzurro Signore: l’Europa e l'onore del Mondiale

Con la Nazionale accumula 29 presenze e 7 gol. C’è un pomeriggio in Cile, durante il Mondiale del ’62, che vale come un manifesto: contro la Svizzera segna due gol in pochissimi minuti, con la precisione di un chirurgo. Nel 1968 fa parte della spedizione che vince l'Europeo in casa, il primo e per lungo tempo unico titolo continentale dell'Italia. La UEFA, anni dopo, lo definirà «un signore del calcio». Una definizione perfetta, perché Bulgarelli non è mai stato un "santino" intoccabile, ma un uomo credibile, capace di stare in campo con la stessa dignità con cui passeggiava per Via Indipendenza.

L’ultimo addio e il vuoto sotto le Due Torri

Giacomo Bulgarelli se n’è andato il 12 febbraio 2009, dopo una lunga malattia affrontata con lo stesso stile asciutto con cui gestiva i centrocampi avversari. Quando la notizia si è sparsa tra i portici, Bologna si è fermata. Non se n'era andato solo un ex calciatore o un commentatore televisivo colto e ironico; se n'era andato un pezzo di abitudine cittadina.

Ci sono capitani che finiscono nelle bacheche dei trofei e capitani che finiscono nelle insegne delle strade. Giacomo Bulgarelli è finito nell'aria di Bologna.

Perché “Onorevole Giacomino” non era un titolo nobiliare, era il riconoscimento di un’appartenenza. Era la prova che si può essere giganti rimanendo fedeli a un solo pezzo di terra. Oggi, se passate dalle parti del Dall’Ara, sembra ancora di sentirlo quel silenzio che precede il fischio d’inizio, in attesa di quell’inchino che metteva in ordine il mondo.

Giacomo Bulgarelli: il centro di gravità che ha insegnato a una città che la classe, prima di tutto, è una questione di rispetto.

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