Per milioni di italiani, per almeno 3 decenni, la domenica pomeriggio aveva una voce e un volto che arrivavano da Torino. Un volto serio, rassicurante, mai sopra le righe. Con la scomparsa di Cesare Castellotti, avvenuta all’età di 86 anni, se ne va non soltanto uno storico inviato piemontese della RAI, ma un modo di intendere il giornalismo sportivo che oggi appare lontanissimo nel tempo. Castellotti è stato uno dei simboli di 90° Minuto, la trasmissione che più di ogni altra ha raccontato il calcio italiano quando il calcio era ancora soprattutto attesa, racconto e immaginazione. Prima delle pay-tv, prima dei social, prima delle dirette continue, 90° Minuto era l’appuntamento irrinunciabile della domenica: il momento in cui si vedevano per la prima volta i gol, si scoprivano i risultati e si dava finalmente un volto alle partite ascoltate alla radio. E da Torino, puntuale, composto, sempre misurato, c’era lui.
IL VOLTO DELLA DOMENICA PIEMONTESE
Per chi seguiva Juventus e Torino, Castellotti era una presenza familiare. Non cercava mai la scena, non alzava la voce, non trasformava il collegamento in uno show personale. Il suo stile era quello di una Rai che credeva nel servizio pubblico: chiarezza, sobrietà, autorevolezza. Poche parole, scelte con cura, pronunciate con il rispetto dovuto al telespettatore. Era un giornalista di campo nel senso più autentico del termine. A bordocampo nelle partite più importanti della Juventus e del Torino, conosceva allenatori, dirigenti e calciatori, ma non si permetteva mai di forzare una dichiarazione o di cercare la frase a effetto. Il suo compito era raccontare, non interpretare. E lo faceva con una naturalezza che oggi appare quasi rivoluzionaria.
I CAMPIONI DI UN'EPOCA IRRIPETIBILE
Nel corso della sua lunga carriera ha intervistato alcune delle figure più importanti della storia del calcio italiano ed europeo. Da Bettega a Furino, da Zoff a Platini, da Scirea a Laudrup. Campioni diversissimi tra loro, accomunati dal rispetto che dimostravano nei confronti di quel giornalista pacato che li avvicinava con discrezione, senza invadenza. Castellotti è stato testimone diretto di un’epoca in cui il calcio aveva ancora un ritmo diverso, in cui le parole dei protagonisti erano rare e proprio per questo più preziose. Le sue interviste non erano mai urlate, mai polemiche: erano frammenti di racconto che si inserivano perfettamente nel mosaico della domenica sportiva.
IL 16 MAGGIO 1976, LA DOMENICA GRANATA
Per i tifosi del Toro, però, il nome di Cesare Castellotti è legato indissolubilmente a una data che il tempo non ha mai cancellato: 16 maggio 1976, il giorno dell’ultimo scudetto granata. Allo stadio Comunale di Torino, in una giornata destinata a entrare nella storia, Castellotti era lì, giovane ma già riconoscibile, a raccontare l’emozione di una città intera. Mentre il conduttore della Domenica Sportiva, Paolo Frajese, intervistava Radice, Pianelli, Pulici e Castellini, Castellotti si muoveva tra i protagonisti con la consueta discrezione. Fu lui a raccogliere le parole di Patrizio Sala, del capitano Claudio Sala e di Zaccarelli, in uno stadio tappezzato di bandiere granata e attraversato da un entusiasmo incontenibile. Quelle immagini, quelle voci, quella compostezza nel pieno della festa rappresentano ancora oggi una fotografia perfetta di cosa fosse la televisione sportiva di quegli anni: emozione senza eccessi, racconto senza rumore.
UN GIORNALISTA DI SERVIZIO PUBBLICO
Cesare Castellotti non è stato soltanto il volto di 90° Minuto. Nel corso della sua carriera ha seguito per la Rai 5 Mondiali di calcio e 6 Olimpiadi, portando ovunque lo stesso stile rigoroso e rispettoso. Era un giornalista che credeva profondamente nel ruolo del servizio pubblico, nella responsabilità di raccontare lo sport senza deformarlo. Ha lasciato la televisione pubblica nel 1999, quando è arrivato il momento della pensione, ma non ha mai smesso davvero di fare informazione. È rimasto iscritto alla FNSI fino al 2006 e, fino alla sua scomparsa, ha ricoperto la carica di direttore de Il Dossier, testata giornalistica online specializzata nel settore degli autoveicoli, a dimostrazione di una curiosità e di una professionalità mai venute meno.
L'EREDITÀ DI UNO STILE
Oggi, nell’era dei microfoni sempre aperti, delle urla, delle polemiche costruite e delle frasi pensate per diventare virali, la figura di Cesare Castellotti appare quasi fuori dal tempo. E proprio per questo viene ricordata con rispetto e nostalgia. Castellotti rappresentava un’idea di giornalismo sportivo fondata sulla misura, sull’autorevolezza, sulla fiducia del pubblico. Un giornalismo che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Con lui se ne va un pezzo di quella Rai che ha accompagnato generazioni di italiani, di quella televisione che sapeva entrare nelle case con educazione e competenza. Ma restano le immagini, le parole, i ricordi di chi, la domenica pomeriggio, aspettava il collegamento da Torino e trovava sempre lo stesso volto: quello di Cesare Castellotti, testimone silenzioso e credibile di un calcio e di una tv che non ci sono più.
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