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L'ala che salvò la notte e portò il mare in classifica: l'uomo che non cercava la gloria, ma sapeva dove trovarla

Il ritratto di Angelo Domenghini, il bergamasco di Lallio che ha vinto tutto con l’Inter e il cuore con il Cagliari, fermando il respiro dell’Olimpico con una punizione scagliata contro il destino

Angelo Domenghini

Angelo Domenghini

Lallio, 25 agosto 1941: il mestiere del margine

Angelo Domenghini nasce a Lallio, nella bergamasca profonda, in un’agosto che scotta di terra e di fatiche contadine. Nasce in un mondo dove non si urla, si fa. E il calcio, per lui, diventa subito un’estensione di quella filosofia: stare sulla fascia, correre dove gli altri non arrivano, macinare chilometri nel silenzio del margine. Ci sono ali nate per lo spettacolo e ali nate per la necessità. Angelo appartiene a quest’ultime: corsa, tiro secco e una disciplina che sembra scolpita nelle valli orobiche. Non è il tipo da copertina patinata, è il tipo da romanzo operaio, quello dove le pagine si scrivono con i tacchetti e il sudore.

Atalanta: l'apprendistato nel fango

L’esordio in Serie A avviene nel modo più sobrio possibile: 4 giugno 1961, Udinese–Atalanta. A Bergamo, Angelo impara che l’ala destra non è solo fantasia; è un ufficio dove si timbra il cartellino ogni domenica. Impara a stare largo per allungare le difese, a rientrare per coprire il terzino, a sentire l’odore dell’erba tagliata e quello della polvere. È un apprendistato vero, fatto di ripetizioni e responsabilità. Quando lascia l’Atalanta, non è più solo un ragazzo veloce: è un calciatore completo, pronto per i palcoscenici dove la palla pesa come un macigno.

La Grande Inter: il pezzo mancante nel mosaico di Herrera

Nel 1964 Domenghini finisce dentro la "Grande Inter" di Helenio Herrera. È la macchina perfetta del calcio mondiale: Sarti, Burgnich, Facchetti... nomi che sembrano scolpiti nel bronzo. In quel mosaico di fuoriclasse, Angelo è l’elemento che rende possibile il funzionamento del tutto. Vince tre scudetti, solleva la Coppa dei Campioni e per due volte la Coppa Intercontinentale.

Treccani sintetizza la sua bacheca con freddezza enciclopedica, ma la verità sta nel suo modo di abitare quella squadra: Domenghini è la presenza che non chiede di essere protagonista, ma che non manca mai l’appuntamento con la storia. Corre, allunga, accompagna. È il polmone necessario per permettere ai poeti della squadra di scrivere i loro versi. Ma il destino, come spesso accade ai gregari di lusso, gli ha riservato un momento tutto suo, lontano dai club.

Roma, giugno 1968: dieci minuti per non morire

La scena è lo Stadio Olimpico. È la finale dell'Europeo in casa, contro la Jugoslavia. L’Italia è sotto, schiacciata dall'ansia di fallire davanti alla propria gente. Il tempo scorre via come sabbia tra le dita e la paura ha già iniziato a lavorare nelle gambe di tutti. Mancano dieci minuti alla fine. Calcio di punizione.

In quel momento, Domenghini smette di essere l’ala che corre per gli altri. Si prende la palla, si prende il peso di un Paese intero. Calcia. È un tiro che non accetta mediazioni: pareggio, 1-1. Quel gol non chiude la partita, ma tiene in vita il sogno, portando la sfida alla ripetizione che vedrà l’Italia trionfare. È un istante cinematografico: l’uomo della fascia che diventa il centro dell’universo con un colpo a palla ferma. È la porta che si riapre quando tutti pensavano fosse già sprangata.

Cagliari: lo scudetto che profuma di mare e di rivolta

Nel 1969, il destino lo porta in Sardegna. Ed è qui che la carriera di Domenghini cambia luce. Cagliari non è Milano; non è una corazzata costruita per dominare. È una sfida al potere del Nord, è il riscatto di un’intera regione. Angelo entra in quel gruppo e diventa parte di un’impresa irripetibile: lo scudetto 1969-70.

Vincere in Sardegna ha un sapore diverso, più denso, più carnale. Domenghini lo capisce subito: lì lo scudetto non è un trofeo da mettere in bacheca, è una questione di identità che appartiene a ogni sardo, dal pastore dell’entroterra al pescatore del porto. Non è più solo il tassello di una corazzata; è il testimone di un miracolo sportivo che ancora oggi viene raccontato come un’epopea. In quel Cagliari, Angelo mette la sua esperienza internazionale al servizio di Gigi Riva e compagni, diventando l’architetto della fascia di un’isola che voleva prendersi il mondo.

La Nazionale e il silenzio del professionista

Con l’azzurro totalizza 33 presenze e 7 gol. Non è un figurante, è un pilastro. Oltre al titolo europeo, c’è la spedizione messicana del 1970, la "Partita del Secolo", la polvere di un calcio che viveva di nervi e di episodi. Dopo il miracolo sardo, Angelo continua la sua corsa tra Roma, Verona e Foggia, chiudendo una carriera immensa con la dignità di chi non deve chiedere scusa a nessuno. Diventa allenatore, tecnico, scout: resta nel calcio in modo silenzioso e coerente, come il ragazzo di Lallio che non aveva mai smesso di lavorare.

Angelo Domenghini è una di quelle storie che piacciono perché non hanno bisogno di trucchi per essere belle. È l’ala destra che ha vinto tutto a Milano per dovere e ha vinto "diversamente" a Cagliari per amore.

Se vuoi ridurlo a un'immagine sola, dimentica le coppe alzate al cielo. Pensa a quell'80° minuto a Roma, alla maglia azzurra sudata, alla rincorsa sulla punizione e a quell'istante in cui la palla si stacca dal suolo. Non è solo un tiro in porta; è l'uomo che, nel minuto in cui il destino decide di fare il difficile, non si tira indietro e decide che la notte non può finire così.

Angelo Domenghini: l'uomo che ha dato ordine alla fantasia e sostanza al sogno.

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