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05 Febbraio 2026
Napoli, 26 dicembre 1942: il Natale tra le macerie
A Napoli ci sono parole che non hanno bisogno di spiegazioni, perché appartengono all’aria stessa della città: “vicolo”, “mare”, “San Gennaro”. E poi ce n’è una che, per una generazione intera, ha avuto il peso di una promessa mantenuta: Juliano. Antonio, per tutti “Totonno”, nasce il giorno di Santo Stefano del 1942. È una Napoli ferita dalla guerra, una città che cerca di capire come ricominciare a respirare tra le sirene dell’allarme aereo e il profumo del caffè che manca. Juliano cresce in quella dimensione: dove la sopravvivenza è un’arte e la dignità è l’unica moneta che vale davvero. Non è solo un ragazzo nato all’ombra del Vesuvio; è il riflesso di una città che ha deciso di restare, anche quando scappare sarebbe stato più comodo.
Il debutto crudele: 17 febbraio 1963
C’è una data che segna l’inizio di tutto, ed è una data che suona quasi come un avvertimento: 17 febbraio 1963. Al San Paolo arriva l’Inter e finisce 1-5 per i nerazzurri. Cominciare così, con una sconfitta pesante davanti alla propria gente, avrebbe schiacciato chiunque. Ma non Juliano. In quel naufragio collettivo, il giovane centrocampista napoletano impara la lezione più dura: per comandare il centrocampo di una piazza come questa, non serve il dribbling da copertina, serve la capacità di dare un senso al caos. Juliano sceglie di restare, anno dopo anno, trasformando quel debutto amaro nel primo gradino di una scala che lo porterà a diventare il padrone di casa.
505 volte Napoli: la biografia di un’appartenenza
I numeri, nel caso di Totonno, smettono di essere contabilitá e diventano biografia. 505 presenze ufficiali con la maglia azzurra. Per decenni quel numero è stato il totem della società, la misura della fedeltà assoluta. Diciassette stagioni, di cui dodici passate con la fascia di capitano stretta al braccio. Treccani lo definisce con una pulizia quasi chirurgica: regista, uomo d’ordine.
Juliano non era un calciatore che cercava la luce dei riflettori; lui era la luce che permetteva agli altri di brillare. Attraversa epoche diverse, compagni che cambiano e allenatori che passano, ma resta l'unico punto fermo in un Napoli che sfiora la grandezza, la pretende e la abita con la fierezza di chi non ha complessi di inferiorità. Sotto la sua regia, il Napoli smette di essere solo una squadra di "colore" per diventare una realtà civile e sportiva di livello internazionale.
Il capitano delle coppe e delle notti europee
Con Juliano in mezzo al campo, il Napoli alza trofei che oggi sembrano appartenere a un’archeologia sentimentale, ma che allora pesavano come macigni. Vince due volte la Coppa Italia (1962 e 1976), la Coppa delle Alpi e quella Coppa di Lega Italo‑Inglese (1976) che rappresentava il massimo orgoglio contro il calcio dei maestri d'oltremanica. Ma il dettaglio non è la lista dei successi. È l’immagine di lui che solleva quei trofei: serio, asciutto, quasi imbarazzato dalla celebrazione. Juliano ha insegnato al Napoli che vincere non era un incidente del destino, ma la conseguenza logica di un lavoro fatto bene, con ordine e disciplina.
Azzurro Signore: il mondo visto dal centro del campo
Con la Nazionale, Juliano non è un ospite di passaggio. È parte integrante di quell'Italia che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta ricostruisce la propria identità. È Campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970 in Messico. La FIGC lo ricorda come un pilastro, un uomo capace di reggere l’urto del centrocampo mondiale con una dignità quasi statuaria. Apparteneva a quel calcio senza fronzoli, capace di far partire la manovra con un lancio di quaranta metri che sembrava una sentenza. Era il "Signore del centrocampo" che portava Napoli nel mondo e il mondo a Napoli.
L’uomo che portò Dio a Napoli
Ma la grandezza di Juliano non si ferma al fischio finale della sua carriera sul campo. Dopo una breve coda al Bologna nel 1978, Totonno torna a casa come dirigente. Ed è qui che il mito diventa leggenda. È lui l'architetto che intuisce la necessità di portare fuoriclasse assoluti sotto il Vesuvio. C'è la sua firma, la sua diplomazia silenziosa e la sua credibilità internazionale dietro l'arrivo di giganti come Ruud Krol e, soprattutto, di Diego Armando Maradona. Juliano è stato il ponte: ha tenuto in piedi la società quando era fragile e le ha consegnato le chiavi per l'eternità, lavorando nell'ombra con la stessa ferocia con cui recuperava palloni a metà campo.
13 dicembre 2023: il silenzio della città
Antonio Juliano se n’è andato a 80 anni, in un dicembre che profuma di ricordi. La Federazione ha disposto un minuto di raccoglimento su tutti i campi d'Italia. Ma a Napoli, quel minuto è durato molto di più. È stato il tempo in cui un’intera città ha riavvolto il nastro di sessant'anni di storia. Quando se ne va un uomo così, non perdi solo un ex capitano; perdi un pezzo di abitudine collettiva, uno di quei nomi che si pronunciano per spiegare ai figli cosa significhi essere napoletani senza cadere nello stereotipo.
Ci sono calciatori che ricordi per un gol in rovesciata o per un dribbling fulminante. Juliano lo ricordi per una cosa molto più difficile da fotografare: il senso di sicurezza che dava a una città intera quando il pallone cominciava a rotolare.
Era la certezza che, finché Totonno era lì nel cerchio di centrocampo, il Napoli non sarebbe mai affondato. Forse è per questo che, quando oggi lo si nomina tra i vicoli o davanti al mare, non ti viene da dire "grande centrocampista". Ti viene da dire una parola più antica, più napoletana e decisamente più definitiva: Capitano.