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07 Febbraio 2026
Pietro Anastasi
Catania, 7 aprile 1948: la partenza non è un’idea, è un rumore
Pietro Anastasi nasce in una Sicilia che guarda il mare ma pensa alla terra, e porta addosso, senza farsene un manifesto, una cosa che in quegli anni è più forte di un tifo: l’istinto di partire. L’Italia del dopoguerra è un Paese che si muove, che cambia latitudine, che si inventa una vita nuova a una stazione dopo l’altra. Anastasi diventerà un centravanti — la Treccani lo definisce così — ma la parola non basta se non ci metti accanto la sua vera sostanza: una carriera che è un filo tirato tra Sud e Nord, tra la polvere dei campetti siciliani e il cemento delle fabbriche, tra la voglia di riscatto e il prezzo che quel riscatto pretende.
Varese, 24 settembre 1967: il laboratorio della fame
Prima del mito, c’è la provincia. Varese non è una parentesi, è un laboratorio di sopravvivenza. È lì che Anastasi trasforma il talento in mestiere, la promessa in corpo a corpo. C’è un dato che segna il confine tra l’anonimato e la storia: l’esordio in Serie A, il 24 settembre 1967, contro la Fiorentina. Un ragazzo di diciannove anni entra nel calcio dei grandi e capisce che quello è un mondo dove ti misurano con il cronometro e con lo sguardo, e se non reggi non hai alibi. Il Varese di quegli anni è una squadra che “fa calcio” senza fare scena: chiede presenza, sacrificio, chiede di non sparire mai. È in questo fango nobile che Anastasi si fa conoscere abbastanza da finire nel mirino della Juventus, in un affare da 650 milioni di lire che sa di rivoluzione. Se al Varese puoi sbagliare, alla Juventus ogni errore è un investimento che non rende.
Torino e il "Pelé Bianco": il simbolo di un popolo in viaggio
Nel 1968 Anastasi arriva a Torino e ci resta per otto stagioni, diventando l’epicentro di un terremoto emotivo. Tre scudetti (1971-72, 1972-73, 1974-75) sono i titoli di coda, ma il film è molto più profondo. Torino, in quegli anni, funziona da calamita per le famiglie, per i turni, per chi cerca di trasformare la necessità in dignità. Quando Anastasi segna, non è solo un gol: è la rivincita di chi ha risalito la penisola sui “treni del sole”. È da qui che nasce il soprannome, quello che sembra esagerato ma racconta un amore: “Pelé bianco”. Lui è “Pietruzzu”, il capitano che lo spogliatoio riconosce e che la curva sente come uno di famiglia. La rivista Hurrà Juventus gli dedica narrazioni a puntate: Anastasi non è più solo un calciatore, è materia narrativa, è un romanzo bianconero che parla la lingua della gente.
Roma, 10 giugno 1968: quel gol che resta appeso nella memoria
In Nazionale, Anastasi non passa come una meteora. Ha 25 presenze e 8 reti, ma c’è una marcatura che ha il peso specifico dei giorni rari. È il 10 giugno 1968, finale dell’Europeo a Roma contro la Jugoslavia. L’Italia ha bisogno di una luce dopo anni di buio internazionale. Anastasi segna il gol del 2-0 con una coordinazione che sfida la fisica, un colpo che contribuisce a consegnare all’Italia l’unico titolo europeo di quel secolo. La FIGC lo scrive chiaramente: quel gol è “indelebile”. In quel momento, il ragazzo partito da Catania entra nella foto grande del Paese. Non serve una carriera piena di finali per diventare eterno; a volte basta essere nel punto giusto della storia e avere il coraggio di non tremare.
Inter e il tramonto del ribelle silenzioso
Dopo la Juventus, arriva il passaggio all’Inter (1976-78). È lo “scambio del secolo” con Roberto Boninsegna, un trauma per le tifoserie. Ma anche a Milano, nella fase più adulta e difficile del suo percorso, Pietro lascia un segno: vince la Coppa Italia 1977-78. È la dimostrazione che il romanticismo, nel calcio, sta nel saper pesare anche quando il contesto cambia, quando la gloria non è più una coperta che ti scalda per sempre. Poi arrivano le ultime tappe, Ascoli e Lugano. La luce si abbassa, il sipario inizia a scendere. Ma il valore di un simbolo lo capisci proprio quando smette di esserlo per contratto e lo resta per memoria.
Varese, gennaio 2020: il cerchio si chiude dove era cominciata la velocità
Anastasi muore a Varese nel gennaio 2020. La Juventus, nel suo saluto ufficiale, sceglie una parola sola, enorme proprio perché semplice: “Grazie”. È il congedo che si deve a chi non è stato solo una prestazione atletica, ma un pezzo di storia emotiva. Se devi chiudere questa storia senza retorica, basta l’immagine di quel ragazzo partito dal rumore di una stazione siciliana per diventare la voce di chi, a Torino, cercava un posto nel mondo. Pietro Anastasi è stato il centravanti che ha accorciato le distanze dell’Italia, trasformando ogni suo scatto in un passo avanti per tutti quelli che lo guardavano dalla curva.