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07 Febbraio 2026
Paolo Pulici
Roncello, 27 aprile 1950: il respiro della pianura e il silenzio dei forti
Metti una data così, all’inizio, e non è un semplice dato anagrafico: è un confine tracciato nella polvere. Paolo Pulici nasce nel cuore della Brianza, in una terra di nebbie basse, di cascine e di campi che non regalano nulla se non pieghi la schiena e non impari a guardare il mondo con la serietà di chi sa quanto costa il pane. Viene al mondo in una primavera che sa di fatica antica, portandosi addosso un destino che non ha nulla di patinato o di cinematografico. Per lui il calcio non è mai stato un’evasione dorata o un vezzo estetico; è stato, fin dai primi calci a Roncello, una fiammata improvvisa, un modo per strappare il foglio della normalità e scriverci sopra una storia diversa. Pulici non è solo potenza, non è solo fiuto; è quella cosa rara che succede quando una partita sembra addormentata, seduta su se stessa, e all’improvviso qualcuno decide di ribaltare il tavolo. È il ragazzo che arriva al calcio dei grandi senza chiedere permesso, portando con sé l’essenziale: il silenzio dei forti e la fame di chi sa che ogni centimetro di erba va conquistato come se fosse l’ultimo.
Torino, 23 marzo 1969: l’impatto con l’ombra di Superga
Il debutto in Serie A arriva in una domenica di marzo del 1969. La Treccani lo annota con il rigore dei numeri, ma la verità profonda sta nell’aria pesante di Torino in quegli anni. Entrare nello spogliatoio del Filadelfia o del Comunale, indossando quella maglia granata, non significa solo infilarsi un indumento sportivo: significa caricarsi addosso un’eredità che scotta. Il Torino di fine anni Sessanta è un luogo dove il passato pesa come un macigno e il futuro sembra sempre una promessa tradita. Superga non è un ricordo sbiadito, è un’ombra presente che chiede conto a ogni nuovo arrivato. Pulici entra in questo tempio con la timidezza di un diciannovenne ma con le gambe cariche di dinamite. Da quel momento, smette di essere “uno che gioca” e diventa “uno che deve reggere”. Il Toro non ti chiede soltanto i gol: ti chiede di incarnare un’identità, di stare dentro una storia che ha già subito il trauma più grande e non ha nessuna voglia di essere consolata con carezze, ma difesa con i denti.
“Puliciclone”: la diagnosi emotiva di un uragano granata
A Torino i soprannomi non nascono per piaggeria, nascono perché qualcuno deve dare un nome a un fenomeno che non si riesce a spiegare diversamente. Quando Gianni Brera, il maestro dell'aggettivo, conia per lui “Puliciclone”, non sta facendo folklore: sta scrivendo una diagnosi emotiva. Pulici entra nelle difese avversarie come entrano certi temporali estivi sulla pianura: senza bussare, travolgendo gli infissi. Non è una statua da ammirare per la pulizia del gesto, è un corpo che corre, attacca la profondità, va a sbattere contro i difensori, cade nel fango, si rialza con la maglia sporca e ricomincia da capo. È l’urgenza fatta calciatore: quella consapevolezza carnale che il pallone, se lo lasci respirare, scappa via. Per quattordici stagioni, i suoi 172 gol complessivi sono stati la colonna sonora di una città operaia che viveva di turni in fabbrica e di un orgoglio che non si compra al mercato. Pulici era il terminale di quel "Tremendismo" che Radice avrebbe poi codificato: una furia agonistica che non ammetteva pause.
1975-76: l’anno in cui la Maratona tornò a guardare il sole
C’è una data che inchioda Paolo Pulici all’eternità della storia d’Italia, non solo del calcio: lo scudetto 1975-76. È il primo titolo dopo il Grande Torino, e per chi conosce quella città, non serve spiegare quanto sangue e quante lacrime ci siano dentro quella frase. In quella cavalcata epica, Pulici è il motore immobile del destino. I suoi 21 gol in quella stagione — che gli valgono il terzo titolo di capocannoniere in quattro anni, dopo i successi del ’73 e del ’75 — non sono statistiche: sono una forma di governo del territorio. Insieme a Ciccio Graziani forma i “Gemelli del Gol”, un’alchimia perfetta tra due uomini che si capivano senza guardarsi, ma Paolo rimane l’anima furente, quello che trasforma ogni cross nell’occasione per un atto di fede. Quel tricolore è la rivendicazione di un popolo intero: la prova che l’ordine costituito può essere sovvertito, che la nebbia può diradarsi e mostrare finalmente il colore del cielo sopra la Maratona.
L’azzurro tradito e la fedeltà come scelta di campo
Con la Nazionale il rapporto rimane una ferita aperta, un capitolo scritto a metà. 19 presenze e 5 reti sono numeri che raccontano una verità scomoda del nostro calcio: non sempre la grandezza assoluta in un club trova lo spazio che merita in un sistema nazionale che, in quegli anni, era spesso rigido, conservatore, vittima di gerarchie difficili da scalfire. Ma la verità di Pulici non si misura con l’azzurro: si misura con la fedeltà. Restare quattordici stagioni sotto la stessa bandiera significa trasformare la permanenza in un gesto tecnico superiore. Non è un romanticismo da cartolina, è la coerenza feroce di chi ha deciso di far coincidere la propria identità con una maglia fino a diventarne l’archivio vivente. Pulici ha scelto di non essere un itinerario tra le grandi squadre del mondo, ma di essere un luogo preciso.
Il centravanti come mestiere sociale
Oggi, quando il nome di Paolo Pulici risuona nei discorsi dei vecchi tifosi o nelle letture dei più giovani, non si pensa a un elenco di trasferimenti o a una bacheca di trofei di plastica. Si pensa a una sensazione fisica: il boato dello stadio, la maglia numero undici che si gonfia nella corsa, la nebbia che mangia i contorni dei difensori e lascia intravedere solo l’essenziale: il pallone, il respiro, la porta. Pulici è stato il centravanti che ha insegnato a una generazione che il calcio è, prima di tutto, un mestiere sociale. Guardando indietro a quel ragazzo partito da Roncello per andare a scuotere le fondamenta del calcio italiano, capiamo che la bellezza di questo sport risiede in quegli uomini che non sono stati solo campioni, ma pezzi di un’identità collettiva. Pulici è stato il vento che ha soffiato via la polvere dal mito, restituendo al Torino la sua dignità regale e ai tifosi la certezza che, finché c’è un “ciclone” in campo, nessuno potrà mai costringerci a tenere la testa bassa.