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08 Febbraio 2026
Oronzo Pugliese
Ci sono domeniche in cui lo stadio non è solo una struttura di cemento, ma un paese intero che respira all'unisono. Gradoni umidi, giacche pesanti, la pioggia che non cade ma "lavora", inzuppando i cappotti e i sogni. Lungo la linea laterale, molto prima che la televisione trasformasse le panchine in studi cinematografici, c'era un uomo che non riusciva a stare seduto. Scattava, rincorreva l'azione, urlava frasi brevi e definitive in un dialetto che sapeva di terra e di vento.
Non era teatro, era necessità fisica. Quell'uomo era Oronzo Pugliese. E il calcio italiano, a un certo punto, non ha potuto fare a meno di chiamarlo, con un misto di timore e reverenza, "Il Mago di Turi".
Turi: Quando il carattere è già tattica
La storia di Oronzo comincia il 4 aprile 1910 a Turi, in provincia di Bari. Viene da una terra agricola, da una famiglia numerosa, da una Puglia che ti educa al lavoro duro prima ancora che all'ambizione. Da giocatore non diventa un mito nazionale; la sua vera grammatica la trova sulla panchina.
Il suo metodo non si studiava sui manuali di Coverciano, ma si leggeva negli occhi dei suoi giocatori. Pugliese sapeva caricare, proteggere, stringere il gruppo fino a farlo diventare un'entità unica, più grande della somma dei singoli. Era un tecnico "di pancia", un comunicatore istintivo che capiva dove faceva male lo spogliatoio e ci metteva un punto fermo. A volte con una strigliata, a volte con un rito scaramantico, ma sempre con un obiettivo: creare una fede comune.
Foggia: La notte in cui nacque il Mago
Se c'è una data in cui il mito di Pugliese smette di essere locale per diventare nazionale, è il 31 gennaio 1965. Lo Stadio Zaccheria è un catino bollente, l'aria profuma di sfida impossibile. Dall'altra parte c'è la "Grande Inter" di Helenio Herrera, il "Mago" per eccellenza, una corazzata che sembrava imbattibile.
Quella domenica, la provincia italiana decise di non chiedere permesso. Il Foggia vinse 3-2, e Pugliese visse ogni azione come se stesse difendendo l'uscio di casa sua. Fu lo scontro tra due magie: quella celebrata e scientifica di Herrera e quella ruspante, umana e irriducibile di Oronzo. In quel momento, il soprannome "Mago di Turi" smise di essere un titolo da giornale e divenne una verità assoluta, sussurrata con orgoglio in ogni bar del Sud.
La Serie A come rivoluzione collettiva
Un anno prima, nel 1964, Pugliese aveva già compiuto il miracolo: portare il Foggia nella stanza grande del calcio, la Serie A. Non era solo un salto di categoria; era una rivoluzione. Quando una città come Foggia entrava nel massimo campionato, non portava solo undici giocatori: portava il suo dialetto, il suo orgoglio, le sue speranze e una fame che le metropoli avevano dimenticato da tempo.
Pugliese era il condottiero perfetto per quella spedizione. Non arrivava mai in silenzio. Si sentiva, si vedeva, occupava lo spazio. La RAI dell'epoca lo raccontava come un allenatore istrionico, riconoscibile dai suoi scatti sulla fascia: correva al fianco dell'ala, urlava per scuotere i suoi, trasmetteva un'energia che contagiava le tribune. Era il dodicesimo uomo in campo, letteralmente.
Roma, Bari e il carisma che non cambia indirizzo
La sua fama lo portò lontano dalla sua Puglia. Allenò la Roma, dove la sua figura divenne centrale per la notorietà nazionale, e passò per piazze storiche come Bari. Eppure, nonostante i contesti diversi, il carisma restava lo stesso. Pugliese non cambiava per compiacere il salotto buono del calcio. Usava frasi ruvide, detti popolari, una comunicazione diretta che oggi farebbe scuola (e forse scandalo). Per lui, il calciatore non era un asset aziendale, ma un uomo da motivare, a volte da scuotere come si fa con un amico in un momento decisivo.
Dalla panchina al cinema: L'icona popolare
Oronzo Pugliese è entrato nell'immaginario collettivo così profondamente da superare i confini dello sport. È noto come la sua figura abbia influenzato la maschera comica di Oronzo Canà nel film "L'allenatore nel pallone", interpretato da Lino Banfi. Non era solo folklore: era il segno che Pugliese era diventato un archetipo umano, l'incarnazione dell'italiano che con l'astuzia, il cuore e la passione riesce a colmare il divario con i potenti.
L'eredità del Mago
Oggi a Turi non resta solo il ricordo di un uomo che correva lungo la linea di gesso. Esiste un premio a lui intitolato, un riconoscimento che la FIGC assegna ai tecnici che sanno distinguersi, a dimostrazione che quella sua "provincia" non era un limite, ma una radice profonda.
Pugliese non è stato solo un allenatore: è stato un modo di stare al mondo. Ha insegnato che si può essere maghi senza cilindro e senza trucchi, usando solo la forza di una voce che non sta mai ferma e l'ansia buona di chi non vuole perdere nemmeno un metro di campo. Perché, come diceva chi lo ha visto all'opera, "Quello era un mago vero".
ORONZO PUGLIESE (1910 - 1990)
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