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08 Febbraio 2026
Cosimo Nocera
Foggia, 31 gennaio 1965. Lo Stadio Pino Zaccheria non è un salotto: è un cortile grande, con le spalle larghe e l’aria densa di un’attesa messianica. Sotto i tacchetti non c’è erba da cartolina, ma un terreno ruvido, bruno, impastato con la sansa: quel residuo della spremitura delle olive che veniva sparso sul campo per assorbire l'umidità e impedire al fango di inghiottire il pallone. È un campo che profuma di terra e di frantoi, dove il calcio è un corpo a corpo che sporca i calzettoni e la coscienza.
In tribuna si respira il clima delle grandi vigilie. Arriva la "Grande Inter" di Helenio Herrera, i campioni del mondo in carica, una corazzata che sembra imbattibile. Ma il Foggia di allora è guidato in panchina da un altro "Mago", quello del Sud: Oronzo Pugliese. E in campo, con la maglia numero nove, c’è lui, Cosimo Nocera. Non sembra uno venuto per fare scena. Sembra uno venuto per riscattare una terra intera.
Secondigliano: Una lingua madre fatta di fame e cemento
Cosimo vede la luce a Secondigliano, Napoli, il 16 agosto 1938. Cresce in una periferia che non regala sconti, un luogo che ti educa al pragmatismo: o impari a prenderti le cose con le mani, o resti a guardare gli altri che lo fanno. La palla, prima di diventare un mestiere, è la sua lingua madre, lo strumento per evadere da un destino già scritto.
Quando arriva a Foggia nel 1959, dopo le prime esperienze con Secondigliano e Avellino, Nocera non è ancora un mito, ma ha già il fuoco dentro. Non fa il turista: si porta dietro la fame del quartiere e la mette dentro ogni conclusione, ogni contrasto, ogni corsa a testa bassa contro le difese avversarie. La Capitanata, terra di braccianti e di fatica, riconosce subito in quel ragazzo lo stesso spirito dei suoi figli. Se il Foggia lo adotta, è perché Cosimo gioca come se ogni partita fosse l'ultima occasione per non tornare indietro.
Il Mago di Turi e la scalata verso il cielo
L'incontro che cambia la storia è quello con Oronzo Pugliese. Il "Mago di Turi" capisce che Nocera non è solo un finalizzatore, ma l'anima di una squadra che deve osare. Sotto la sua guida, Nocera diventa "inevitabile". La stagione 1962-63 è quella della consacrazione: 24 reti in Serie B e il titolo di capocannoniere.
Ma il vero capolavoro è la promozione del 1964. Per la prima volta nella sua storia, il Foggia sale in Serie A. Non è solo un salto di categoria, è l'ingresso nel salotto buono del Paese. Nocera è l'uomo simbolo di quella scalata: 121 gol totali in maglia rossonera (record assoluto ancora oggi), un rosario laico che scandisce la scalata dalla Serie C alla massima serie. In quegli anni, allo Zaccheria, la gente non va solo a vedere la partita: va a vedere cosa farà Cosimo.
Il 3-2 all'Inter: La domenica del riscatto
Il 31 gennaio 1965 resta la data più luminosa. L'Inter di Herrera, Sarti, Burgnich e Facchetti calpesta la sansa dello Zaccheria convinta di sbrigare una pratica formale. Non hanno fatto i conti con Nocera e con l'astuzia di Pugliese. Il Foggia corre il doppio, lotta su ogni pallone sporco. Nocera segna il gol del 2-0 superando Sarti, poi, dopo il pareggio nerazzurro che sembrava aver ripristinato le gerarchie, è ancora lui a firmare il definitivo 3-2.
In quel momento, la provincia italiana smette di chiedere permesso. Quel gol non è solo un punto in classifica: è la dimostrazione che con il lavoro, la grinta e un centravanti che non ha paura di niente, anche i giganti possono cadere. Quella domenica, Nocera non ha solo segnato due gol; ha riscritto la geografia del potere calcistico italiano.
Un gol azzurro al minuto novanta
Il talento di Cosimo è troppo grande per restare confinato tra le mura di Foggia. Il 1º maggio 1965, a Firenze, arriva la chiamata della Nazionale. Italia-Galles. Nocera parte dalla panchina, ma il destino lo aspetta al varco. Entra e, proprio al minuto novanta, firma la rete del 4-1 finale.
È un gol che arriva quando le luci stanno per spegnersi, una firma posta in calce a una prestazione solida. Per Nocera, indossare l'azzurro è il coronamento di un viaggio iniziato sui campi polverosi di Secondigliano. Nel ricordo della sua famiglia, quel momento rimarrà per sempre legato a una sensazione di vertigine: «Quando partì l’inno… mi girava la testa». È la vertigine dell'uomo di provincia che tocca il cielo con un dito senza dimenticare dove ha le radici.
Il Grande Rifiuto: La Juventus e il patto di sangue
Poi arriva l'estate delle tentazioni. La Juventus, la "Vecchia Signora", bussa alla porta del presidente Domenico Rosa Rosa. Vogliono Nocera a Torino per farne il perno del loro attacco. L'offerta è di quelle che cambiano la vita, sia per la società che per il giocatore. Ma Foggia non ci sta.
La città scende in piazza. Non è una protesta sportiva, è un atto d'amore collettivo. I tifosi arrivano a minacciare simbolicamente di "bruciare lo stadio" pur di non veder partire il loro capitano. Cosimo guarda la sua gente, sente il calore di una piazza che lo ha reso re, e sceglie il cuore. Rifiuta la maglia più titolata d'Italia per restare dove la sansa profuma di casa. In quell'istante, Nocera smette di essere un semplice calciatore e diventa un monumento vivente della città.
L'eredità del "Re della Sansa"
Cosimo Nocera si è spento nel novembre 2012, ma la sua ombra è ancora lunga sullo Zaccheria. Di lui resta l’idea che in provincia si possa diventare immortali scegliendo la strada più difficile: quella della fedeltà. 257 presenze e 121 gol dopo, il suo nome è inciso nella tribuna centrale dello stadio e nel DNA di ogni tifoso rossonero.
A Foggia, quando il vento solleva ancora la polvere del campo e la partita si fa dura, c'è sempre qualcuno che evoca il suo nome. Perché certi uomini non hanno bisogno di bacheche piene di trofei per essere ricordati; a loro basta aver segnato quando nessuno ci credeva e aver scelto di restare quando tutti sarebbero andati via.
COSIMO NOCERA (1938 - 2012)
Capocannoniere. Capitano. Leggenda.
121 reti per un’unica maglia.