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08 Febbraio 2026
A sinistra Mondonico alza la Coppa Italia 1992/1993 vinta col Toro
Il 13 maggio 1992, lo stadio di Amsterdam è avvolto da quella luce fredda delle notti europee che non ammettono repliche: o diventi storia o resti cronaca. Il Torino sta giocando la finale di ritorno della Coppa UEFA contro l'Ajax. All'andata è finita 2-2, al ritorno lo 0-0 gela le speranze, mentre i legni della porta olandese tremano ancora sotto i colpi di una sfortuna cieca. Tre pali, un assedio, e quella sensazione che il destino abbia già deciso di voltarsi dall'altra parte.
Poi, l'episodio contestato: un rigore negato che sa di ingiustizia profonda. In quel momento, Emiliano Mondonico fa una cosa che nessun manuale di buone maniere avrebbe previsto e che nessun tifoso del Toro potrà mai dimenticare: afferra una sedia e la solleva verso il cielo. Non è folklore. Non è una sceneggiata. È un manifesto politico e sentimentale. È il grido di chi non accetta il verdetto del potere.
Rivolta d’Adda: Il fango, la fabbrica e l’appartenenza
Tutto comincia a Rivolta d'Adda, il 9 marzo 1947. Mondonico nasce e cresce in un'Italia di confine, tra la nebbia dei campi e il fumo delle fabbriche, sulle rive di un fiume che insegna la concretezza. In quella provincia, il calcio non è intrattenimento: è appartenenza, è una cosa seria da discutere al bancone di un bar tra persone che conoscono il valore della fatica.
Mondonico si porta addosso questa scuola di vita per sempre. Da calciatore passa dal Toro, ma è un amore breve, un assaggio. È da allenatore che diventa per tutti "il Mondo". Non ha bisogno di parole ricercate; la sua energia è fisica, carnale. Non allena solo i muscoli, allena lo spirito. Quando arriva sulla panchina granata all'inizio degli anni Novanta, porta con sé quel lessico fatto di testardaggine e onestà che è il DNA stesso della Torino operaia e sofferta.
Le notti magiche del Filadelfia e l'impresa col Real
Sotto la guida del Mondo, il Torino ritrova la sua pelle più vera: quella di una squadra capace di mordere, di soffrire e di non chiedere scusa a nessuno. Nel 1991 arriva la Mitropa Cup, un trofeo di confine che riaccende l'orgoglio, ma è la cavalcata europea del 1992 a restare incisa nella memoria collettiva.
In quella stagione, il Toro compie l'impresa che ancora oggi mette i brividi: il 2-0 al Real Madrid. Una bolgia granata che travolge i "Galacticos" in una serata di riscatto totale. In quella notte, Mondonico dimostra che quando la panchina ha carattere, la squadra smette di essere un insieme di giocatori e diventa una tribù. Una tribù che non ha paura di nessuno, nemmeno della leggenda.
Quell'arma da osteria alzata contro il destino
La sedia di Amsterdam rimarrà per sempre l'icona del Mondonico-pensiero. Anni dopo, la definirà con una semplicità disarmante: «una semplice arma da osteria». Ma per il popolo granata, quella sedia alzata era la sedia di ognuno di loro. Era la rabbia di chi è abituato a farsi ascoltare senza urlare, ma che quella sera aveva bisogno di un gesto visibile, un segnale di rivolta contro un’Europa che sembrava non volere il Torino sul trono.
La grandezza di quel gesto non stava nella protesta "contro" qualcuno, ma nell'essere "per" qualcuno. Per la memoria di Superga, per la dignità della maglia, per una città che non si arrende mai.
L'ultima carezza: La Coppa Italia 1993
La storia, però, concede a Emiliano un'ultima carezza, la più torinista di tutte. Nel 1993, il Toro vince la Coppa Italia contro la Roma. È una finale folle: 3-0 all'andata, un drammatico 2-5 al ritorno. Una vittoria ottenuta con le unghie e con i denti, soffrendo fino all'ultimo secondo dell'ultimo respiro.
È il trofeo perfetto per Mondonico: una vittoria "sporca", faticosa, bellissima proprio perché ottenuta nel dolore. Sarà l'ultimo grande trofeo della storia granata, una firma indelebile posta da un uomo che non ha mai cercato il calcio che brilla, ma quello che resiste.
Il ritorno e la lealtà senza trucco
La provincia, quando ti ama, non accetta i finali definitivi. Mondonico torna al Toro alla fine degli anni Novanta per sanare una ferita: riportare la squadra in Serie A. Nella stagione 1998-99 compie la missione. Non è solo una promozione, è un atto di fedeltà.
Mondonico non è mai stato un teorico del calcio totale; è stato un uomo di corpo e di anima. Viveva la partita sulla linea laterale, gesticolando, correndo, consumandosi. La televisione lo ha reso un'icona perché lui era autentico: un allenatore che viveva il campo come una discussione di famiglia, senza diplomazia ma con una lealtà incrollabile.
Di Emiliano Mondonico, al Toro, resta oggi la cosa più rara e preziosa: la certezza che qualcuno abbia difeso la tua parte anche quando era scomodo farlo. Resta quella sedia alzata, certo. Ma soprattutto resta quello che c'era sotto: una rabbia pulita, una fede ostinata e l'orgoglio di chi sa che la provincia, quando decide di farsi grande, non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
EMILIANO MONDONICO (1947 - 2018)
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