Trendy news
08 Febbraio 2026
Michele Lorusso
Stadio Via del Mare: c'è un momento preciso, allo Stadio Via del Mare, in cui il calcio smette di essere un gioco e diventa una liturgia. Accade quando il vento di tramontana taglia la faccia e la pioggia scende obliqua, lucidando i gradoni di cemento come se volesse restituire loro l'anima. In quel momento, se chiudi gli occhi, non senti solo il coro della Nord. Senti il rumore di un tacchetto che affonda nel fango, il fruscio di una scivolata che arriva puntuale, il respiro regolare di chi non ha mai avuto paura di restare indietro.
Al Via del Mare la pioggia non è meteo: è un’educazione. Scende obliqua, s’incolla alle maniche, trasforma il campo in una terra di confine. La Nord non ha mai avuto bisogno di effetti speciali per diventare leggenda: le bastava un uomo che non saltasse mai un appuntamento. Quell'uomo era Michele Lorusso.
Bari: Dove tutto comincia (ma non dove tutto finisce)
Michele Lorusso vede la luce a Bari, il 1° febbraio 1947. Nasce in una città che profuma di levante e di commerci, dove il calcio è una lingua che tutti parlano ma pochi sanno declinare con la dovuta grazia. Il suo inizio è timido, ma solido. È il Bari a battezzarlo nel calcio che conta, offrendogli quei primi tacchetti per calpestare i campi polverosi della Serie B.
In quel Bari di fine anni '60, Lorusso impara l'arte della pazienza. Non è un funambolo, non è uno di quei giocatori che ti rubano l'occhio con una finta. È un architetto di silenzi e chiusure. Ma il destino, si sa, ama i paradossi. Perché il ragazzo di Bari, per diventare uomo e leggenda, deve scendere di qualche chilometro, lì dove il tacco dell'Italia si assottiglia e il vento soffia più forte. Deve andare a Lecce, per scoprire che la sua vera casa non è dove è nato, ma dove deciderà di restare.
Lecce: Il mare dentro e la maglia come una pelle
Quando arriva a Lecce, nel 1970, il Salento è ancora un’isola che non c’è nel grande atlante del calcio. La Serie C è una trincea, un mestiere artigianale fatto di trasferte infinite e difensori che non ti chiedono il permesso. Michele scende in campo e si piazza lì, sulla destra. Non si muoverà più per tredici stagioni.
Tredici anni non sono un intervallo di tempo, sono una geografia dell’anima. Vedrà passare presidenti, allenatori, compagni di squadra che arrivano con le valigie piene di sogni e ripartono con le tasche vuote. Lui no. Lui resta. Diventa il punto fermo in un mondo che gira troppo in fretta. Al Via del Mare, la gente inizia a guardarlo non come a un calciatore, ma come a una garanzia: "Oggi c'è Lorusso, siamo a posto". È l'onestà fatta terzino, la polvere che diventa nobiltà.
418: Più che un numero, un’anagrafe del cuore
Provate a contarle. Quattrocentodiciotto volte. Significa quattrocentodiciotto domeniche a rincorrere l'ala avversaria, a saltare di testa quando i muscoli urlano, a sentire il boato della Nord che ti entra nelle ossa. 418 presenze con la maglia giallorossa: un record che oggi sembra appartenere a un’epoca di giganti e dinosauri, un’era in cui le bandiere non erano oggetti di marketing ma prolungamenti del corpo.
In quelle 418 partite, Lorusso ha costruito una normalità che è diventata mito. In provincia, il mito non nasce dal clamore, ma dalla presenza. Dalla certezza che in quel metro quadro di campo, tra la linea laterale e l'area di rigore, ci sia qualcuno che non scappa. Mai. Nemmeno quando la pioggia sferza il viso e la sconfitta sembra inevitabile. Michele era lì, 418 volte, a testimoniare che la fedeltà è l'unica forma di eternità concessa ai mortali.
Ciro e Michele: L’amicizia che non teme il buio
Ciro Pezzella era l'altra metà del cielo difensivo del Lecce. Più giovane, con quegli occhi che cercavano già il futuro. Michele e Ciro erano compagni, amici, fratelli di maglia. Il 2 dicembre 1983, la squadra doveva partire per Varese. Un viaggio lungo, in treno, come si faceva allora per scaramanzia o per necessità.
Lorusso aveva paura dell'aereo. Un dettaglio umano, un limite che oggi ci fa sorridere amaramente. Scelsero l'auto per raggiungere la stazione di Bari e imbarcarsi sul convoglio verso il nord. Pioveva, c'era nebbia, o forse era solo il destino che aveva deciso di abbassare le luci per riprendersi i suoi eroi. All'altezza di Mola di Bari, la routine della provincia si è spezzata. Un incidente, un impatto, il silenzio improvviso. L'orologio si è fermato alle 20:30, lasciando il Lecce orfano della sua roccia e della sua promessa più bella.
La Nord: Quando una curva diventa una firma
Il tempo, di solito, è una gomma che cancella i contorni dei ricordi. Ma a Lecce il tempo è un bulino che incide nel profondo. Nel 2018, trentacinque anni dopo quella notte di nebbia, la società e la città hanno deciso di rendere ufficiale ciò che il cuore aveva già deliberato da tempo: la Curva Nord intitolata a Michele Lorusso e Ciro Pezzella.
Non è un gesto burocratico. È un atto di restituzione. Ogni volta che la Nord canta, ogni volta che un bandierone sventola contro il cielo di Puglia, Michele e Ciro sono lì. Non sono più nelle formazioni scritte sulla carta velina dei giornali ingialliti, ma sono nell'aria che cambia quando la partita si fa dura. Sono diventati toponomastica del sentimento, cemento armato di passione.
Se passi da Lecce in una domenica d’inverno e piove, ascolta bene: tra un coro e l’altro, sentirai ancora la frase più semplice di tutte, quella che non invecchia mai. Quella che definisce un uomo, una città, un'appartenenza.
"Tranquilli. C’è Lorusso."