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L’uomo che non prendeva la rincorsa: Beppe Signori e il peso di un sinistro unico

Il ritratto del bomber che ha sfidato la logica dei giganti, trasformando il gol in un’abitudine statistica e costringendo una città a scendere in piazza per difendere il proprio orgoglio

Beppe Signori

Beppe Signori

Alzano Lombardo, 17 febbraio 1968. Giuseppe Signori vede la luce nella bergamasca, terra di gente solida, abituata a parlare poco e a lavorare tanto. Ma la sua non è la storia di un difensore roccioso o di un mediano di fatica: la sua è la storia di un artista del gol, un uomo che ha saputo nascondere un cannone dentro un piede sinistro apparentemente fragile. Partito da lontano, scartato da chi pensava che fosse "troppo piccolo" per il calcio dei grandi, Beppe ha costruito la sua leggenda un metro alla volta, fino a diventare il terminale offensivo di un'epoca irripetibile.

Un sinistro che faceva rumore

Stadio Olimpico: l'aria cambia in fretta: un fischio, un rimbalzo, un "oh" che sale dai distinti e non sai mai se è paura o desiderio. In certe domeniche, quando la partita si incarta e la folla cerca un appiglio, basta una palla messa lì — un corridoio sporco, un mezzo metro di spazio — e il gesto arriva prima del pensiero: controllo, corpo leggermente di lato, e il sinistro che parte come se avesse un indirizzo già scritto.

Non era solo una questione di segnare. Era il modo in cui li rendeva inevitabili. Signori ha trasformato il calcio in una geometria semplice, quasi banale: il pallone colpito "secco", senza fronzoli, spesso senza nemmeno prendere la rincorsa, specialmente dal dischetto del rigore. Quel modo di calciare da fermo, sfidando le leggi della fisica e i riflessi dei portieri, è diventato il suo marchio di fabbrica, la sua firma d'autore su centinaia di domeniche italiane.

La provincia che lo ha acceso: Il laboratorio di Zeman

Prima di Roma, c'è il Foggia. Ed è lì che l'idea di calcio di Signori incontra quella di Zdeněk Zeman, un allenatore che non sopportava la prudenza. In tre stagioni in Puglia segna 36 gol, abbastanza per trasformare un attaccante di talento in un'abitudine vincente. Nel laboratorio dello Zaccheria, Beppe impara a correre negli spazi, a vedere la porta prima ancora di guardarla, a diventare una punta nel senso più pratico e feroce del termine. Non era una punta decorativa; era necessaria.

Roma: Il numero 11 e la presa diretta

Quando arriva alla Lazio, non serve tempo per ambientarsi. Il legame con la piazza è immediato, viscerale. In biancoceleste chiude con 195 presenze e 127 gol, numeri che lo proiettano nell'olimpo della storia del club. Ma a raccontare solo i dati si rischia di perdere la bellezza del processo: dentro quei gol c'erano rigori calciati con la freddezza di un sicario, punizioni "di seconda" che piegavano le mani ai portieri, e quella capacità di salvare domeniche che sembravano ormai perse.

Tre volte capocannoniere della Serie A con la stessa maglia (1992-93, 1993-94, 1995-96). Non è una semplice riga statistica: è un'abitudine ripetuta contro difese diverse e allenatori diversi. Era la dimostrazione che, indipendentemente dall'avversario, per Signori la porta era sempre una cosa attaccabile.

11 giugno 1995: Quando una città si fermò

Poi arriva la data che a Roma non ha bisogno di troppe spiegazioni: il 11 giugno 1995. Viene annunciata la sua cessione al Parma per una cifra astronomica. Sembra un affare fatto, un contratto già firmato. Ma succede qualcosa di raro: la gente scende in strada. Migliaia di tifosi si radunano sotto la sede della società, bloccano il centro, protestano non per folklore, ma per scelta. Il calcio è pieno di bandiere dichiarate a parole, ma qui accadde il contrario: fu la piazza a imporre la propria memoria, a gridare che quel numero 11 non si poteva toccare. E per una volta, il mercato si fermò davvero. Beppe restò, consacrandosi definitivamente come patrimonio del popolo laziale.

Bologna: L'ultimo tratto e la Nazionale

Dopo la Lazio e una parentesi alla Sampdoria, arriva il Bologna. Altri anni intensi, un'altra città esigente che impara presto ad amare quel suo modo silenzioso di risolvere i problemi. Con 188 reti totali in Serie A, Signori si posiziona tra i più grandi marcatori di sempre del campionato italiano, un traguardo raggiunto senza mai alzare la voce fuori dal campo.

Resta, indelebile, anche il ricordo dell'estate americana del 1994. Vicecampione del mondo con la Nazionale, in un torneo vissuto tra sprazzi di classe e la coerenza del suo carattere. Quella finale persa e le frizioni con Arrigo Sacchi sulla sua posizione in campo spiegano bene l'uomo: uno che preferiva restare fedele alla propria natura piuttosto che adattarsi a un ruolo che non sentiva suo.

Se oggi nomini Beppe Signori in certi bar di Roma o di Bologna, non ti rispondono con un semplice "era forte". Ti rispondono descrivendoti una scena precisa: una palla che danza sul suo sinistro, la porta che improvvisamente sembra più grande, e quell'attimo di silenzio in cui lo stadio intero smette di discutere e aspetta soltanto l'impatto.

Poi, quando la rete si gonfiava, non era solo gioia: era sollievo. La certezza che, finché quel sinistro era in campo, nessuna partita era davvero finita.

GIUSEPPE SIGNORI
188 Gol in Serie A | 3 Volte Capocannoniere | 127 Gol in Biancoceleste

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