Calcio e scienza
10 Febbraio 2026
Andriy Shevchenko a Milan
La scena è incisa nella memoria di chi ama il calcio: Old Trafford, 28 maggio 2003. Andriy Shevchenko cammina verso il dischetto, di fronte a Gianluigi Buffon. In testa ripete un mantra semplice, quasi infantile: «Non cambiare la decisione». Conta i passi, studia il portiere, controlla l’arbitro. Poi il tiro. Il Milan alza la Champions League; la mano del rigorista non trema, ma il corpo trema dopo, nello spogliatoio: «Ero vuoto, avevo dato tutto», racconterà anni più tardi. È la porta d’accesso a un mondo quasi invisibile: quello delle tecniche psicologiche che separano un’esecuzione perfetta da un errore che pesa come una stagione.
Nel suo racconto più recente, Shevchenko spiega due scelte-chiave. La prima è di carriera: dire «no» a offerte pesanti — al Real Madrid tra 2002 e 2003, e più tardi alla Roma nel 2008 — per restare fedele a un’idea di sé e di appartenenza, finché nel 2006 sceglie la sfida del Chelsea, lasciando Milano tra l’affetto dei tifosi. La seconda è mentale: nel rigore decisivo a Manchester non improvvisa, non si lascia sedurre dal dubbio dell’ultimo secondo; osserva Buffon nei penalty precedenti, predefinisce l’angolo e si impone di non deviare dal piano. È il cuore di una tecnica nota agli psicologi: ridurre l’incertezza interna fissando una “decisione anticipata” che liberi l’esecuzione da conflitti cognitivi. Il contesto sportivo conferma la portata del momento: Juventus–Milan finisce 0-0 dopo 120 minuti, si va ai rigori e Shevchenko chiude la serie sul 3-2. Un capolavoro di gestione emotiva prima ancora che tecnica.
La porta è sempre 7,32 metri per 2,44, ma il cervello no: studi classici dimostrano che un portiere spostato di 6–10 cm rispetto al centro “dà più spazio” a un lato in modo impercettibile e aumenta di oltre 10% la probabilità che il tiratore scelga proprio quel lato. È psicofisica applicata: come nella Müller-Lyer, la postura del portiere può farlo apparire più “grande” o “piccolo” e influenzare dove andrà il tiro. Per chi calcia, sapere che l’illusione esiste è già un antidoto.
Le squadre che hanno investito sui rigori hanno smontato la narrazione della “lotteria”: routine respiratorie, tempi di attesa standardizzati, parole-chiave, run-up sempre uguale. È la strada imboccata dall’Inghilterra di Gareth Southgate, che all’Europeo 2024 ha blindato la riservatezza sulle procedure, dopo anni di fallimenti. L’idea è semplice: togliere rumore, standardizzare la pressione, simulare la gara. Nei quarti contro la Svizzera, la sequenza perfetta dei tiratori e la parata di Pickford su schema preparato hanno confermato che i dettagli contano.
C’è un gesto che pesa più degli altri sulla psiche altrui: il “Panenka”. Nel 2012, ai quarti dell’Europeo, Andrea Pirlo osserva Joe Hart agitarsi sulla linea, sceglie il pallonetto e ribalta l’inerzia della serie. Lo dirà lui stesso: «Sembrava molto sicuro di sé, dovevo fare qualcosa. È stata una botta psicologica». La teoria spiega perché: affermi controllo, sposti l’attenzione del portiere, dai fiducia ai compagni. Ma è un’arma a doppio taglio: senza lettura fine del contesto, l’effetto può capovolgersi.
L’altra faccia del rigore è la mente del portiere. Jens Lehmann nel 2006 consulta una lista infilata nel calzettone: abitudini, tempi, angoli dei rigoristi dell’Argentina. Para due tiri, la Germania passa, e quel foglietto diventa un feticcio nazionale, battuto all’asta per 1 milione di euro e finito in museo. Che parte fosse scienza (banca dati, studio dei comportamenti) e quanta teatro (rituali dilatori, sguardi) non importa: è un caso–scuola di come la preparazione, anche simbolica, possa incidere sulla mente dell’avversario.
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